Focus Profili Fare editoria alternativa di fumetto, oggi: il caso Hollow Press

Fare editoria alternativa di fumetto, oggi: il caso Hollow Press

Dopo un paio di anni di attività, la piccola etichetta indipendente Hollow Press si sta affermando come una delle poche – ma certamente tra le più interessanti – etichette editoriali convintamente dedicate al fumetto alternativo. E si badi bene: “alternativo”, in questo caso, è una parola usata con cognizione di causa, e non una categoria-ombrello ormai slabbrata, contrapposta a popolare o seriale. O almeno non del tutto.

hollowlogo

Nel nome (ammettiamolo, piuttosto impronunciabile) della rivista semestrale – del cui debutto scrivemmo circa un anno fa – c’è infatti tutto il peculiare immaginario di riferimento del piccolo editore: U.D.W.F.G. sta per underdarkweirdfantasygrounds, ovvero una visione decisamente radicale del fantastico più dark e straniante. In un’epoca in cui il fumetto – e più in generale, la produzione culturale – undergound  sembra essersi dissolto, assorbito in larghissima parte da un’editoria più aperta ma anche più opportunisticamente rivolta alle nicchie da “coda lunga”, immergersi in immaginari disturbanti è un’esperienza quanto mai rara e – paradossalmente – rinfrescante. Che ci ricorda come, ai margini del “graphic novel indipendente” governato ormai dalle prevedibili logiche del marketing, le energie espressive continuino a ribollire.

I primi autori pubblicati da Hollow Press sono stati Ratigher, Paolo Massagli, Miguel Angel Martin, Tetsunori Tawaraya e Mat Brinkman, firme che certamente ne sanno qualcosa tanto di dark fantasy quanto di fumetto underground. Ma la sorpresa degli ultimi mesi è stato l’arrivo in catalogo del giapponese Shintaro Kago, uno dei mangaka più creativi degli ultimi anni, il cui Industrial Revolution and World War ci è piaciuto al punto da finire nella nostra top 5 di marzo. Tra le novità in corso di lavorazione, c’è poi una notizia: Paolo Bacilieri, l’eclettico autore di Sweet Salgari, Fun e diversi albi per Bonelli Editore, pubblicherà un lavoro inedito con Hollow Press nel corso del 2016.

Il marchio fondato dal giovane Michele Nitri, foggiano di 26 anni, è insomma una delle realtà editoriali da tenere d’occhio. E da cui è lecito ormai attendersi sorprese. Anche perché l’identità che sta costruendo per Hollow Press è interessante non solo sul piano dei contenuti, ma anche su quello dei modelli di (micro)business. Oltre a stampare libri e una rivista, Nitri produce bizzarri artoys (o action figures) concepiti dagli stessi disegnatori che pubblica, come Ratigher, Martin o Brinkman, e scolpiti da uno dei maggiori talenti europei del settore, Marco Navas. Inoltre, mette in vendita direttamente le tavole originali di molti dei fumetti pubblicati. Nel suo piccolo, insomma, Nitri sembra incarnare un perfetto esempio di quella piccola editoria di cultura che interpreta la sua missione in modo vivace e ‘laico’, mettendo al centro i libri ma giocando al contempo su più tavoli, dimostrando la duttilità delle personalità artistiche – e dei loro pubblici.

Dei nuovi progetti e degli obiettivi di Hollow Press abbiamo quindi voluto parlare con lo stesso Michele Nitri, nella chiacchierata che segue.

coverhollow1

Com’è andato questo primo anno e mezzo di attività?

Non ho una parola per sintetizzare l’intero percorso. Siamo partiti male, per continuare bene e per “finire” benissimo. Cioè, come al solito, nel momento in cui decido di fare qualcosa mi metto alla prova, un po’ come nei videogames: c’è chi inserisce il disco e seleziona la modalità facile, chi si vuole godere un’esperienza normale e chi – come me – è fuori di senno e si nutre di sfide da essere sempre portato a selezionare la modalità HARDCORE. In parole povere, quando decisi di partire con Hollow Press feci diverse scelte consapevolmente discutibili: 1) creare un indirizzo email indecente, quando più semplice è, meglio è; 2) investire da zero 8000 euro, senza alcuna esperienza editoriale; 3) puntare principalmente su una rivista, formato da tempo defunto, dal nome impronunciabile, in inglese, underground, da 18€ a volume.

Con i primi 2 volumi di U.D.W.F.G. sono riuscito sempre ad andare in pari entro i 6 mesi di tempo per investire nel numero successivo (pagando tutti in anticipo). A fine Febbraio di quest’anno ho deciso di aprire partita Iva e diventare un vero editore, pubblicando uno speciale dedicato a Shintaro Kago e un “best of” di Tetsunori Tawaraya di 400 pagine, recuperando con i soli preordini (due settimane) i fondi per pagare in ANTICIPO tipografia, grafico, autori e spese varie. Quindi, dopo tanto impegno e “studio” da autodidatta, posso affermare: più che bene!

Avete trovato il vostro mercato, dunque?

Fai bene a dire il “vostro” mercato, perché guardandomi intorno non ne vedo di simili. Sicuramente il mio mercato è e resterà più piccolo di tanti altri. Ma nel suo piccolo funziona, e quando qualcosa che ti inventi funziona è sempre soddisfacente. Il mio mercato consiste nel firmare un’alleanza tra “undergroundisti” provenienti da tutto il mondo; ed essendo un genere di nicchia, la maggior parte degli appassionati mastica un minimo di inglese… quindi perché non creare libri in inglese per tutti? Se in Italia l’underground è destinato a morire significa che non ha l’utenza necessaria per sopravvivere dignitosamente. Non ha senso stampare anche solo 500 copie di un libro per venderne 50 o 100; ha senso invece stampare un libro da 500 copie vendendone entro massimo un anno 150 in Italia, 150 negli USA, 150 in Europa e 50 in altri paesi a caso, quasi tutte vendite dirette!

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Continuerete a vendere solo in modalità diretta, tramite il sito e la partecipazione a festival ed eventi, o intendete avvalervi di distributori tradizionali? La vendita diretta è parte integrante degli accordi con gli autori?

Solo diretta e, quando capita, partecipiamo ai festival più importanti. Dico questo perché nell’ultimo anno ho avuto modo di sperimentare festival più piccoli, e il gioco non vale assolutamente la candela. Se nella self-area di Lucca, in culo al mondo, con libri difficili da vendere e in inglese, vendo più del triplo rispetto ad altri noti festival più affini alle mie pubblicazioni, qualche somma la possiamo tirare…

Sono invece assolutamente contrario alla distribuzione. Sopravvivere tramite essa è difficile: considerando anche la promozione ti resta un 30% della copertina, e con quei soldi non puoi pagare chi devi. La distribuzione è per i forti, è per le grandi case editrici che hanno la forza necessaria a farla funzionare, ma inadatta per i piccoli editori, che si illudono, perendo.

Alla base della Hollow Press c’è un appassionato che si è sempre interessato di roba alternativa, e si è sempre sbattuto a ricercare i prodotti più validi e nascosti… Ecco, io voglio clienti come me. Non ho e non voglio cucchiaini per attirare vendite saltuarie: voglio una clientela fidelizzata, che non solo si fidi di me, ma che soprattutto IO possa fidarmi di LORO. E farò di tutto per non deludere mai le aspettative.

Quanto conta il pubblico straniero per i vostri libri, tavole e artoys?

Sul venduto mediamente il 30% sono italiani e il 70% stranieri, di cui una buona parte americani. C’è poi il fatto che lavorare tenendo in considerazione tutti i paesi è ANTIcrisi, o quasi.

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Vendere tavole originali è un modo per finanziare la produzione stampata, o un obiettivo in sé, per Hollow Press?

Entrambe le cose. Con l’acquisto anticipato degli originali posso pagare dignitosamente gli autori: posso assicurare che, con una storia di 10-20 pagine fatta con me, prendono gli stessi soldi che prenderebbero con un piccolo/medio editore pubblicando un libro di 100-120 pagine (un anno di lavoro), con la clausola di perdere tutti o quasi gli originali. Per far funzionare la baracca in modo alternativo qualcosa dobbiamo inventare, no?

C’è poi un altro motivo. Io ‘nasco’ come lettore e collezionista di tavole originali. Il mercato è fertile e in costante espansione, quindi perché non sfruttare questo campo? Ovviamente non è facile. Colleziono tavole da quando avevo 18 anni, lo “studio” da altrettanti anni, e posso dire che forse mi mancano ancora le chiavi giuste per farlo andare al massimo. È un campo complesso, e non si finisce mai di imparare. Bisogna offrire i prezzi giusti, senza cercare di trovare l’affare sull’unghia, ma ricercando transazioni oneste che ti consentano di far tornare da te chi ha acquistato in precedenza.

A quali progetti state lavorando?

Diciamo quelli sicuri: l’imminente terzo volume di U.D.W.F.G. Che ha subito un leggero ritardo dovuto ad impegni insormontabili di un paio di artisti; il prossimo speciale dedicato al giovane talento inglese James Harvey; lo speciale del 2016 sarà del grandissimo Paolo Bacilieri. E poi il resto, che preferisco non annunciare al momento. Nonostante abbia grandi nomi in serbo, lo spazio è stretto, le persone a contattarmi sono molte, e sono in ansia da prestazione per fare le scelte giuste… Ok, quest’altra ve la dico: sto cercando di prendere i diritti dei capolavori di Mat Brinkman. Non è facile: il mio concorrente è un grandissimo editore canadese. Ma se ci riesco non mi ringrazierete mai abbastanza (ride). Scherzi a parte, tutti gli esperti di fumetti underground sanno che Brinkman è il personaggio più influente dell’ultimo ventennio.

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Per la scena della piccola editoria di fumetto, secondo te, siamo in un momento buono, o in una stagione difficile?

Bah! Tutti si lamentano e non fanno niente per cambiarla. Molti danno la colpa agli editori (non mi riferisco mai a tutti, ma a molti) ed è lecito, ma la vera domanda da porsi è: giochi a fare il fumettista? O lo sei veramente?

Comunque godo tantissimo nel vedere iniziative nuove come “Prima o Mai” di Ratigher: a prescindere dai numeri, ciò che conta è il messaggio che forse inconsapevolmente ha lanciato. Ovvero che l’editore non deve essere visto sempre come un podio, seppur di sabbia, ma devono nascere collaborazioni tra autore ed editore. Bisogna crescere insieme e (utopicamente?) dividere i guadagni.

Cosa significa per te pubblicare fumetto underground? Esiste ancora qualcosa di definibile come ‘underground’?

Ecco la domanda che spaventa tutti! Personalmente non mi tange. L’underground è: “ciò che CONTESTUALIZZATO per CONTENUTI va controcorrente”. Ora è una parola abusata da tutti, chi perché nasce nei centri sociali, chi per dinamiche promozionali. Ma dipende dai contenuti…

Crumb è underground perché lo è stato. Oggettivamente, ora equivale a un’eccellente satira. Kriminal e Satanik erano underground perché inammissibili nelle edicole. Miguel Angel Martin e Mike Diana sono underground perché sottoposti a processi per i contenuti forti. I fumetti che pubblico sono underground perché raccontano storie fantasy, ma un lettore abituato al fantasy normale lo definisce horror macabro o weird, perché è un nuovo modo di fare fantasy, che cozza con elfi, nani e gnometti del cavolo.

Un giorno, si sarà abusato talmente tanto di questa parola da far diventare i fumetti autoriali e più alternativi “commerciali”, e l’underground diventerà “stile Bonelli”! I fumetti si prenderanno troppo sul serio e a tanti mancherà la spensieratezza dei fumetti Bonelli, e li cercheranno da vecchietti nostalgici, in pochi, per rivivere quei momenti.

Il fatto interessante è che autori come Ratigher o Bacilieri, per fare due esempi italiani, pubblicano anche con editori distantissimi dalla circolazione e dall’immaginario underground. Perché usi ancora questa etichetta, dunque?

Infatti secondo me gli autori che citi non sono affatto underground. Ratigher a mio parere ha sempre fatto fumetti d’autore, molto strambi, bellissimi, ma comunque – anche se multi-livello – fruibili da tutti. Paolo Bacilieri stessa cosa. Forse un’opera che definirei proprio underground è il suo Zeno Porno. Ora, disumanamente, riesce ancora a trovare il tempo per dare sfogo alla sua vena più autoriale sfornando quasi un libro all’anno, ma grosso modo lavorando per Bonelli si può definire più “commerciale”.

Questo non preclude assolutamente le collaborazioni con Hollow Press: preferisco non trattare la parola “underground” come una semplice etichetta, rischieremmo di cadere nell’arroganza, comunicando odiosamente una sorta di stupida ed esclusiva specialità d’essere.
Uso ancora questa parola perché sento di poterlo fare con il genere che pubblico. Faccio un esempio. Vedo nascere costantemente nuovi fumetti/riviste sul tema del sesso estremo: ecco, a differenza delle apparenze quello non è underground, è già stato fatto o detto vent’anni fa, ormai non trasmette più nulla. Dopo Miguel Angel Martin, Mike Diana, Trevor Brown ed altri non c’è più niente da dire a riguardo. Mentre vorrei far notare come lo stesso Martin, con il suo “The Emanation Machine” in U.D.W.F.G. abbia trasposto le sue tematiche sessuali estreme di personaggi alieni in un contesto fantasy (questo sì è originale!).

Ripeto, chiunque può potenzialmente collaborare con Hollow Press, perche quest’ultima ha affondato le sue radici nel genere “dark weird fantasy” – di cui il precursore è sicuramente Mat Brinkman – genere in cui c’è ancora tanto da dire. Non importa se sei commerciale, da graphic novel o da rivista estrema, importa cosa puoi produrre: underground è contenuti, non curriculum.

Se posso permettermi, concluderei con un siparietto. Tutto vero.

(amica di mia madre): “ho saputo che tuo figlio ora oltre a vendere detersivi fa l’editore..”
(mia madre): “si si, è una passione che ha sempre avuto…i fumetti underground”
(amica di mia madre): “ah………..e cosa sono? I Dylan Dog?”
(mia madre): “non me lo chiedere, è stato un giorno a mostrarmi il suo primo U.D.W.F.G., addirittura mi      ha aiutata a leggerlo, ma non ho ancora capito cosa sia.”
(amica di mia madre): “ah….ok”

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