La fine di un’era: come e perché DC Comics si è trasferita in California

Dopo ottant’anni passati a New York, DC Comics si è da poco trasferita a Burbank (California); a Los Angeles già risiedeva da qualche anno la compagnia madre DC Entertainment, una costola di Warner Bros. che si occupa delle licenze DC declinate nei vari mezzi (cinema, tv e via ducendo) e che ingloba, di fatto, anche la casa editrice.

L’evento ha un valore simbolico per la compagnia nata e cresciuta nella Grande Mela perché con lo spostamento diventa parte integrante dell’impero Warner.

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La mossa era stata annunciata due anni fa, ma la dirigenza avrebbe voluto unire i dipartimenti anni prima. Già alcune sussidiarie DC (videogiochi, media digitali, film e tv, per un totale di 250 impiegati) si erano spostate in California nel 2010, e la sezione dei fumetti era l’ultimo baluardo dell’est.

A impedire lo sgombero ci aveva pensato Paul Levitz, presidente della DC dal 2002 al 2009, che aveva firmato un contratto d’affitto che sarebbe stato più dispendioso da scindere dell’effettivo trasloco da costa a costa. Nel 2009 la Warner prese tutti i cespiti DC e li radunò sotto la compagnia-ombrello DC Entertainment, sostituendo Levitz con Diane Nelson; i piani alti si attivarono per trasferirsi, ma dovettero attendere la scadenza naturale degli accordi presi. Poi, nell’autunno 2013, ufficializzarono la cosa.

«Non è mai pratico gestire un business su due sponde di un paese, specie un business creativo», ha spiegato Diane Nelson in un’intervista al Wall Street Journal:

«Quando Kevin Tsujihara è diventato amministratore delegato della Warner e ha spostato le attenzioni sulla DC, facendola diventare una priorità per l’azienda, ho capito che era il momento giusto. Il punto è che dobbiamo fare squadra sotto lo stesso tetto. La nostra abilità di lavorare in modo collaborativo è un grosso beneficio. Credo che tutti noi della DC ci sentiremo parte della famiglia Warner più di quando stavamo a New York. Non è solo una questione di sinergia tra i fumetti e il cinema.»

Bleeding Cool ha confermato che, dei 147 membri dello staff newyorkese, soltanto 70 seguiranno la compagnia a Los Angeles. Gli altri 77 sono stati messi in gardening leave per un anno (avviso di licenziamento con divieto di lavoro, in pratica vengono pagati per non lavorare).

Ormai vuoti (a eccezione dello staff di Mad, che resta a NY), gli uffici della DC erano dislocati sulla 1700 Broadway, di fronte all’Ed Sullivan Theater, palcoscenico calcato dai Beatles e David Letterman (e prossimamente Stephen Colbert).dccomicslogos«È la fine di un’era», scrive Heidi MacDonald (The Beat):

«Dagli uomini e donne con le boccette di inchiostro e i plichi di tavole originali agli uomini e donne con tavolette Wacom a ritoccare gli ultimi pixel. New York era il cuore dell’industria dei fumetti statunitensi. Per decenni, per un aspirante fumettista visitare New York significava anche prendere appuntamenti con Marvel e DC e vagabondare nelle hall alla ricerca di editor amichevoli. Di recente, era più facile vedere badge, supervisori e moduli firmati di non divulgazione.»

MacDonald ricorda gli anni in cui lavorava lì come editor:

«Quei tre anni furono davvero brutti, perché la compagnia non se la stava passando bene. Ma ci divertivamo, nonostante tutto. Beccare Letterman che faceva le prove con Martha Tomases. Lavorare con gente come Brian K. Vaughan, Warren Ellis, Darick Robertson e Dylan Horrocks. Dare il primo lavoro importante a gente come Pia Guerra e Giuseppe Camuncoli.»

MacDonald racconta anche l’aspetto degli uffici:

«Perfino gli assistenti avevano un ufficio in cui chiudersi e cadere a pezzi per qualche problema burocratico. C’era una grande hall, un po’ datata, e un corridoio, tra gli uffici della Vertigo e il bagno delle donne, che io chiamavo ‘La sala delle etichette fallite’, con i loghi di Impulse, Piranha, Helix e tutte le altre.»

«Visitare gli uffici», spiega il fumettista Ron Marz, «ti rendeva una faccia in carne e ossa, non un semplice nome allegato a un’e-mail. Incontrare per caso un editor nei corridoi poteva valere più di una pila di proposte».

Se non altro, DC Comics può rincuorarsi: per ogni sito specializzato americano come 13th Dimension, che scrolla le spalle scrivendo «chissenefrega», ci sono anche messaggi d’addio agrodolci. Uno in particolare, arrivato dalla concorrenza, deve averli colpiti più degli altri.