Recensioni Novità Black Science: ripensare la fantascienza

Black Science: ripensare la fantascienza [Recensione]

Cosa deve riuscire a fare un grande fumetto di fantascienza per essere definito come tale? Molto semplice: deve farti esplodere la testa. Magari non in senso letterale, puntando piuttosto sul meno cruento “effetto meraviglia” dato da un repentino allargamento degli orizzonti di chi legge.

Anche se è dura a credersi, c’è stato un tempo in cui i grandi Autori avevano il dono di teletrasportarci – nel giro di un manciata di pagine – su mondi altrimenti inimmaginabili. Alla stessa maniera ci frastornavano con linguaggi incomprensibili e ci baloccavano con improbabili tecnologie, lontane anni luce dalla nostra quotidianità. Si potevano conoscere razze minacciose e affascinanti, essere sbattuti tra i vorticosi sviluppi di conflitti intergalattici e salvare interi universi con l’aiuto di un pugno di disperati.

Simili risultati sono figli anche dei tempi in cui vengono concepiti, attimi in cui l’immaginario sembra avere ben pochi limiti (a tale proposito, in questi mesi Editoriale Cosmo sta rimandando in edicola L’Incal. Dopo quasi 35 anni è ancora di una modernità abbacinante. Aggiungeteci il fatto che nello stesso paio d’anni in cui è arrivato al pubblico per la prima volta, dall’altra parte del mondo un giovane Otomo stava per entrare nelle leggenda. Parlavo di questo tipo di attimi).

Oggi un sacco di cose sono cambiate e la fantascienza non pare certo passarsela benissimo, prigioniera di una visione del fantastico priva di forza e schiava della plausibilità o della ridicolaggine a ogni costo. Per nostra fortuna Rick Remender pare non pensarla affatto in questa maniera. Così eccolo avvicinarsi minaccioso, assieme ai due fenomenali partner Matteo Scalera e Dean White, intenzionato a prendersi cura del nostro povero cervello assopito. Pronti a sentire il botto?

Leggi anche: Sex Criminals: quando il fumetto si accorge che siamo nel 2015

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Per dirla in pochissime parole: Black Science parla di viaggi tra universi paralleli. Nulla di che. Eppure, ancora una volta, la vera narrazione sta nei particolari.

In un rapido flashback sul passato del protagonista (pag.110, riportata nell’immagine sottostante) lo vediamo indossare, strafottente e pieno di sé, una tshirt dei D.R.I., storica e rozzissima (l’acronimo sta per Dirty Rotten Imbecils) band punk hardcore. Un vezzo di piccolo conto, ma che in realtà racchiude tutto quello che serve per capire questa serie.

Dove altri titoli di fantascienza hanno come protagonisti geniali scienziati tutti d’un pezzo, soldati forgiati nell’acciaio o scavezzacollo dello spazio siderale, qui abbiamo a che fare con uno scoppiato, completamente privo di controllo, incapace di stare alle regole della società civile. Un ricercatore dell’ignoto votato all’empirismo, anarchico e insofferente, debole nella carne e tatuato sulla pelle. Un punk che probabilmente qualche concerto dei D.R.I. se lo sarà anche visto, proprio come avrà fatto il già citato Remender.

A testimoniarlo l’andamento furioso, spietato e privo di momenti morti di questa serie. Che procede a testa bassa. Abbandonando sul terreno un numero di cadaveri già importante in questo primo volume, sbattendoci come pupazzetti di pezza tra mondi che non abbiamo neppure il tempo di imparare ad amare – quale preferite? Quello popolato da guerrieri anfibi, quello degli indiani ultratecnologici, quello dei gas senzienti o quello tipo cantina di Mos Eisley? – e lasciandoci ogni volta con il fiato in sospeso. Nessuna raffinatezza narrativa da queste parti, solo intensità e livore.

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Il protagonista Grant McKay può vantare una vita passata al limite, accumulando errori su errori in virtù di una visione del mondo del tutto egotrofica e antagonista. Eppure, proprio nel momento della sua più grande scoperta, finisce per avere un epifania che lo porterà a diverse conclusioni.

[Spoiler] Nell’ordine: a) la paternità forse non faceva per lui, b) trascinare i propri figli nel primo viaggio interdimensionale dell’umanità non è certo una buona idea per recuperare tutto il tempo perduto, c) inaugurare questa piccola gita di famiglia rendendo i propri figli orfani di madre è davvero una pessima, pessima maniera di esordire. In un modo o nell’altro la famiglia diventa da un momento all’altro il centro della vita del nostro vate della scienza nera. Che potrà anche avere una croce rovesciata tatuata sul collo, ma i conti con la vita vera deve comunque pur farli. [Fine spoiler]

Abbiamo a che fare con una specie di Lost in Space privo dell’innocenza degli anni ’60, a cui le matite di Matteo Scalera danno il colpo di grazia definitivo. Non so chi abbia avuto l’idea di metterlo a lavorare in copia con il virtuoso del colore Dean White, ma il risultato è strepitoso. L’aggressività esagerata del disegnatore – ogni volto e anatomia sono fatti solo di spigoli, i tagli sono sempre a effetto e le linee cinetiche pronte a invadere ogni spazio – trova la sua forma definitiva nei colori vagamente retrò e pittorici portati dal colorista statunitense.

Sono due mondi agli antipodi che lavorano assieme per portare questa serie verso lo stesso risultato. Lo fanno spingendo da due direzioni opposte che assieme funzionano benissimo: comic book ipermodernista da una parte e classicismo da cover di romanzetti pulp – con i loro mondi così folkloristici – dall’altra.

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Mi dispiace sempre relegare il commento ai disegni nelle righe finali di un articolo, finendo per trattare un fumetto come se fosse un libro illustrato. Ora come ora la produzione mainstream statunitense appare così incentrata attorno alla figura dello sceneggiatore da costringere ogni recensione a questa prassi. In questo caso però possiamo tranquillamente sbilanciarci, affermando che Black Science è come una di quelle band dove ogni elemento è fondamentale. Non ci sono autentici frontman. Togli un singolo tassello al puzzle e tutto crolla.

Non è certo una serie di fantascienza che avrebbe potuto scrivere Arthur Clarke, sia chiaro. E non lo vuole neppure essere. Anche perché il cervello riesce comunque a titillarlo a dovere, seppur in maniera diretta e senza fronzoli. Fare i brillanti e ascoltarsi Philip Glass spesso ti fa sentire davvero bene, ma non dobbiamo dimenticare che la storia della musica è stata scritta anche da gente come i D.R.I.

Black Science vol. 1 – Caduta Eterna
di Rick Remender, Matteo Scalera e Dean White
Bao Publishing, 2015
176 pagine, 15,00 €

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