Focus «Eroine vestite da porno star», polemica su A-Force, la nuova serie Marvel

«Eroine vestite da porno star», polemica su A-Force, la nuova serie Marvel

Jill Lepore, professoressa di Harvard e autrice del libro The Secret History of Wonder Woman, ha scritto per il New Yorker un pezzo d’opinione su A-Force, la nuova testata Marvel che presenta un team di Vendicatori tutto al femminile (She-Hulk, Dazzler, Medusa, Nico – quella dei Runaways – e l’inedita Singularity). La serie è scritta da G. Willow Wilson, già sceneggiatrice di Ms. Marvel, e Marguerite Bennett, allieva di Scott Snyder e pressoché debuttante.

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Insieme ai due figli è andata a guardare prima Avengers: Age of Ultron e poi ha letto il numero uno di A-Force. Pur avendo a che fare con il mondo dei fumetti, Lepore ammette di non conoscere alcun personaggio e chiede ai figli, che frequentano le elementari, le loro impressioni. Le conclusioni di Lepore sono quasi tutte negative; secondo la docente, il fumetto è una sequela di luoghi comuni e rappresentazioni femminili stereotipate: «Sembrano tutte delle porno star. […] È deprimente che Age of Ultron e A-Force abbiano personaggi femminili con costumi da pervertiti, nonostante Joss Whedon e G. Willow Wilson si siano sempre impegnati a scrivere personaggi femminili realistici. […] Quando ho chiesto ai miei figli perché secondo loro tutte le donne avevano seni giganti, il più piccolo ha risposto “Perché sono ragazze, mamma. Che ti aspettavi?”.»

Le repliche non si sono fatte attendere: prima è arrivata quella di Leila Calderon, membro del movimento Valkyries, e poi è intervenuta anche la diretta interessata, G. Willow Wilson. La sceneggiatrice ha esordito dicendo che «senza un contesto, a Lepore non resta altro che un fumetto con personaggi di cui ha ammesso di non sapere nulla e un quinto di una storia». Ha difeso poi l’uso degli elementi stereotipati individuati da Lepore, affermando che le opere di genere giocano proprio sul riutilizzo dei topoi, manipolandoli in vario modo e «scavando a fondo su come, quando e perché vengono usati, mostrandoci cose bellissime sulla condizione umana».

Lepore ha poi raccontato come un vero personaggio femminile ben sviluppato lo aveva creato la DC Comics nella prima metà del Novecento: Wonder Woman, concepita dallo psicologo William Moulton Marston, i cui studi lo portarono a difendere il valore pedagogico della pornografia. «Forse», ha scritto Lepore, «non è possibile creare personaggi femminili forti visto che le loro origini sono così interconnesse con le riviste per uomini.» È vero, ha continuato, che anche gli uomini nei fumetti hanno atteggiamenti ridicoli, ma le donne sembrano tutte uscite dallo stesso stampo.

«Non so che razza di porno guardi Lepore», ha ribattuto la Wilson, «ma per quello che so, la gran parte delle attrici porno non si presenta sul set con una tuta da ginnastica che copre il corpo. […] Questi sono supereroi e i supereroi – maschi e femmine – indossano tutine colorate. E posano tutti come eroi.»

La scrittrice ha concluso poi la sua risposta con un affondo particolarmente piccato che sembra rivolto ai mezzi d’informazioni tutti:

«È una vergogna che, nonostante la recente attenzione che la stampa generalista sta dedicando al fumetto, leggere fumetti non sembri essere un prerequisito obbligatorio. E si vede. Qual è lo scopo dell’articolo? Che messaggio ne ricava il lettore? Chi crede di aiutare? Qual è il quantitativo di stoffa sufficiente per una donna verde alta tre metri perché non sia considerata “una cosa da pervertiti” da una professoressa di Harvard?

Credo che Lepore e io abbiamo lo stesso obbiettivo: delle rappresentazioni femminili migliori nella cultura pop. Quello che non capisco è perché qualcuno nella sua posizione dovrebbe, dalla sua torre d’avorio, giocare al tiro al piattello con quelli che sono lì nelle trincee a cercare di raggiungere proprio quello scopo.»

Più concisa la risposta della co-sceneggiatrice, Marguerite Bennett: «Willow continua a essere l’anima della grazia e dell’equanimità, mentre io continuo a essere l’anima che dice ‘vaffanculo’ spesso e ad alta voce.»

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