Focus Profili Fumetto popolare e omosessualità, oggi (1): Gianfranco Manfredi

Fumetto popolare e omosessualità, oggi (1): Gianfranco Manfredi [Intervista]

Secondo diversi commentatori (per esempio, il sociologo della comunicazione Sergio Brancato), Sergio Bonelli Editore è “un’anomalia tutta italiana”, per come coniuga in maniera encomiabile da più di sessant’anni la tradizione artigianale del fumetto d’avventura con le logiche più avanzate dell’industria dei media. Tuttavia, è un’anomalia tipicamente italica anche quando, in nome dell’ecumenismo e del rispetto della sensibilità di un pubblico indifferenziato, continua a osservare nei suoi fumetti lo stesso conservatorismo tematico e la stessa idiosincrasia puritana verso le tematiche glbt a cui aderiva mezzo secolo fa.

Nella storia della casa editrice, va detto, esistono diversi casi – recenti e non – in cui alcuni autori hanno scelto di parlare del tema. Tuttavia, ancora oggi questa attenzione si esprime talvolta in forme così goffe e anacronistiche che viene il dubbio ci sia un problema a monte. Tra gli esempi possibili basti citare un episodio di Storie di Altrove con Oscar Wilde “revisionato”, lo speciale Le Storie con protagonista un Caravaggio pressoché eterosessualizzato, o il recente episodio numero 10 di Lukas, “Alias”, incentrato tutto su questioni gay (serial killer gay, vittime gay che fanno i prostituti, nuovo antagonista forse gay e travestito, spalla comica gay effeminato…) ma nel quale i termini “gay” o “omosessuale” non vengono mai pronunciati. La questione non riguarda comunque solo la produzione di via Buonarroti, e ci sembra meriti una riflessione a più voci, con cui provare a indagare un tema ancora piuttosto ‘invisibile’ nel fumetto popolare.

A Gianfranco Manfredi, Antonio Serra e Luca Enoch, i tre autori che si sono probabilmente impegnati più spesso a inserire il tema dell’omosessualità nelle serie per Bonelli, abbiamo chiesto qualche elemento in più. Per spiegare – e spiegarci – l’estrema difficoltà con la quale (non) si parla di omosessualità nel fumetto popolare italiano. Iniziamo oggi con Manfredi, per proseguire nei prossimi giorni con Serra ed Enoch.

Gianfranco Manfredi
Gianfranco Manfredi

Dopo la scomparsa di Sergio e in seguito al rilancio che la casa editrice sta cercando attraverso maggior attenzione a licensing e merchandising, vorrei capire come e perché ci sono ancora resistenze in via Buonarroti a proposito della rappresentazione dell’omosessualità nei suoi fumetti.

Vorrei precisare che in Bonelli, in quanto azienda, preclusioni sui gay non ce ne sono mai state. Non vorrei che si facesse confusione. Ci sono state invece resistenze editoriali delle solite, cioè la paura di dividere il pubblico e di causare polemiche di tipo politico che la casa editrice in quanto tale – nessuna grande casa editrice in realtà – vuole sobbarcarsi. Tanto per dire, sui fatti di Charlie Hebdo gli autori si sono espressi, le case editrici in quanto tali no. Questo non sta solo nelle regole Bonelli, ma anche in quelle Disney, Marvel etc.

Maggiori pudori ci sono sull’omosessualità maschile, e non si tratta solo di pudori: c’è resistenza nel pubblico – largamente maschile – dell’Avventura ad accettare protagonisti gay. Se fossero cattivi verrebbe giù il mondo; se fossero buoni si sarebbe accusati di buonismo paternalistico. Inoltre, molti autori non sono in grado di scrivere storie con personaggi gay, perché neanche è mai venuto loro in mente di farlo. Manco a quelli che SONO gay.

Una certa resistenza a rappresentare l’omosessualità maschile non riguarda soltanto Bonelli, ma tutto il fumetto popolare italiano. Per esempio anche nel campo disneyano si nota parecchia fatica ad allinearsi all’evoluzione nell’ambito dei costumi sessuali: vige una modalità di racconto edulcorato e inoffensivo che, per certi versi, credo paralizzi gli autori su alcune questioni. Ciò che vorrei capire è: da dove proviene l’atteggiamento che suggerisce di non affrontare personaggi gay anche da parte degli stessi sceneggiatori gay, oppure, quando accade, come mai si ricorre a cliché e stereotipi? 

Il punto delicato, per me, è che non sempre ha senso precisare la sessualità di un personaggio, se la sessualità non fa parte del racconto. L’etichettatura “gay” peraltro è di per sé una forzatura, che sottolinea l’allegria, cioè resta in pieno stereotipo. Lawrence d’Arabia era omosessuale, ma non era gay manco per le balle. E oggi infilare personaggi gay anche a sproposito ha l’unico effetto di generare una ‘galleria’ politically correct all’americana, dove accanto all’eroe ci deve essere una donna, un gay, un nero; e tra l’altro, se ci fosse un nero gay si farebbe tilt!

Ti risultano casi di lettori che hanno scritto in Bonelli per protestare contro eventuali personaggi gay?

No. È arrivato qualcosa a proposito di quando c’erano personaggi neri, il che vuol dire che c’è un fenomeno di razzismo prevalente in Italia. Anche le donne sono discriminate, e sono sempre comprimarie: i lettori vedono con fatica l’abbandonare gli stereotipi, che ovviamente sono ancora molto forti a proposito dell’omosessualità. Il fatto che si usi la parola “gay” – mi ripeto – è una caricatura: l’omosessualità non si riduce alla figura del gay. Nel caso dell’avventura, Lawrence D’Arabia si sarebbe incazzato come una bestia se fosse stato definito gay, lui che era un eroe avventuriero spericolato, combattente nella resistenza, militare fino al midollo. In quest’epoca di politicamente corretto consideriamo il senso delle parole con l’idea di nobilitare le minoranze, mentre in realtà diffondiamo delle falsità.

Ci tengo, perché è un discorso importante: quando nei fumetti, come una specie di concessione, il supereroe vicino ha una donna, poi c’è il nero, poi c’è il gay, sembra di dover fare una rappresentanza democratica delle minoranze. Ma l’effetto è kitsch. Oltretutto, bisognerebbe chiedersi: le donne sono minoranza? Nemmeno per idea! I neri sono minoranza? No! Sul piano mondiale i neri sono la maggior parte della popolazione… E anche sull’omosessualità, la questione va vista meglio: come consideriamo il discorso di minoranza rispetto a società gerarchicamente eterosessuali è un conto; rispetto al comportamento sessuale, io non lo so. Rispetto invece a casi parecchio maschilisti come 300 di Frank Miller, fa ridere la visione che ne è stata data: il mondo antico e il mondo pagano non erano così, la normalità era piuttosto il comportamento omosessuale. Allora rappresentare in termini di maschilismo gli eroi greci è una fesseria colossale: Achille era omosessuale, Patroclo era il suo amante, ed era il paradigma dell’eroe di guerra! Secondo me c’è molta incultura quando si pensa di fare qualcosa di progressista e si mettono delle figure snaturate. La delicatezza del tema è questa, e per molti lettori è complicato accettarlo.

Se in un fumetto popolare, bonelliano o meno, si dovesse raccontare la figura di Lawrence d’Arabia, o si dovesse raccontare come si viveva da omosessuali nell’Ottocento, sarebbe possibile rappresentarlo in un modo digeribile anche da un lettore maschilista e conservatore?

Certamente sì! L’importante è che quando si racconta un personaggio di quel tipo non si sottolinei solo il fatto che sia omosessuale, ma lo si dica solo come una delle sue caratteristiche. Se la sessualità è inclusa nel racconto, ed è incentrata su quel tema, allora sì; altrimenti, in un racconto eroico o d’avventura, cosa faccia l’eroe a letto è di modesto interesse. Succede nello spazio tra le vignette, diciamo.

Credo che nessun lettore di Tex creda che, dopo la morte di sua moglie, Tex non abbia mai avuto altre avventure galanti e sessuali. Qualcosa gli sarà capitato di sicuro, ma non lo si racconta perché ai fini delle storie di un personaggio come Tex la sessualità non ha alcun rilievo. Un esempio che mi sembra abbastanza illuminante riguarda un fumetto che è uscito l’anno scorso, molto bello, che si chiama Il quinto Beatle. Brian Epstein era un omosessuale non da coming out: alcuni se ne rendevano conto frequentandolo, altri, come la sua segretaria, si innamorarono di lui pensando che fosse un signore discreto e un po’ timido. Ecco, in quel fumetto questo aspetto è descritto molto bene: è un ritratto della sua personalità, ne fa parte, e non si racconta solo quello. È ciò che ho tentato di fare col personaggio di Herbert, l’assistente di Hogan in Magico Vento. Nella mia idea è un americano di origine tedesca, biondo, sembra disciplinato come un SS. Poi, in un breve intermezzo, si scopre che gli piacciono i ragazzi. Era una scena anche piuttosto fugace, ma fu tolta e mascherata perché sembrava inopportuna.

Sergio Bonelli cosa ti disse, esattamente, su questa faccenda? 

In quel caso non mi disse niente. C’era una scena nella quale Hogan andava a svegliare il suo attendente perché era in ritardo, e lo trovava a letto con un ragazzo, la mattina. Hogan faceva le rampogne a Herbert, dicendo «nelle tue ore libere fai quello che vuoi, ma al lavoro sii puntuale!». Non facevo vedere che questo: 1) Hogan non era moralista, non gliene fregava nulla di quel che faceva il suo attendente, e 2) caratterizzavo molto il personaggio di Herbert, allo scopo di dire che si poteva raccontare un personaggio di cattivo, inflessibile, spregevole, lontano dallo stereotipo di gay, e che potesse benissimo essere omosessuale. Poi mi spiegarono le preoccupazioni di vario genere che la cosa sollevò, anche di tipo politically correct: «se noi mettiamo un gay, diventa una scelta, dopodiché se lo mostriamo cattivo si arrabbiano i gay: cosa facciamo?». Non è solo quando si parla di Islam, dunque, che sorgono problemi…

lady oscar
Lady Oscar

Le osservazioni nascevano perciò dal timore di irritare le sensibilità dei lettori gay?

Grossomodo andò così. Spesso nel fumetto popolare si ha paura di affrontare temi divisivi. Ricordo un’altra sfuriata su una storia di Dampyr che credo fosse scritta da Boselli, tutta dedicata ai vampiri. Nelle prime tavole lui aveva inserito un sacco di croci, e Sergio Bonelli, irritato da questo, lo rimproverò: «questa storia delle croci me la spieghi?». La cosa mi fece ridere proprio perché si trattava di una storia di vampiri, ma Sergio aveva paura di infastidire i lettori cattolici, lui che è sempre stato un uomo di idee aperte, liberali. Non c’entra niente con le scelte di tipo ideologico o di vita personale; sono proprio scelte relative al fumetto: «non ci sarà qualche lettore cattolico che con ‘sta storia delle croci gli diamo fastidio?».

Gli editori molto generalisti certi problemi se li pongono, ma succede a tutti. Se uno lavorasse in televisione avrebbe gli stessi problemi. Ricordo quello che mi dissero dei colleghi che traducono i cartoni animati giapponesi per Italia Uno. C’era un cartone che rifletteva sulla primissima adolescenza, e si giocava sull’ambiguità del momento in cui la sessualità non è proprio chiarissima. Tipo Lady Oscar che si veste da uomo… Queste cose venivano molto sottolineate nei cartoni giapponesi. Da noi per tradizione si cercava di smussarle, come – ad esempio – quando i ragazzini parlano dei genitori e i ragazzini giapponesi sono tutti orfani! Allora si diceva che i genitori erano assenti, erano andati da un’altra parte: non si voleva evocare un lutto, e per noi non andava bene per la pubblicità.

Lo so, sono d’accordo nel dire che sono fenomeni del tutto assurdi, perché con tutte queste limitazioni non si raccontano nemmeno le favole! Non si può raccontare nemmeno Pollicino. È impossibile che in una società che si ammanta della libertà di opinione e del libero pensiero, poi si ragioni in questi termini. Ma quando prende la piega del “è opportuno?”, siamo già in territorio pericoloso. So bene che poi, per certi versi, gli editori hanno ragione, perché quando si affrontano certi temi ci vanno cauti.

Dunque un editore come Bonelli pensa di avere anche un ruolo educativo, preoccupandosi del fatto che i suoi albi vadano in mano a qualche ragazzino, pur non essendo espressamente realizzati per loro?

Credo che sia un problema tipico dei nostri tempi. Se guardi al lettore di un settimanale come Topolino, nessuno gli è andato a chiedere “perché sono tutti nipoti di zii e non ci sono padri e madri?”. I personaggi come li abbiamo conosciuti noi più anziani si sviluppano nel Dopoguerra, quando la condizione di orfano era naturale e i bambini venivano affidati ai parenti, agli zii, dando un’idea di famiglia meno rigida. Era una scelta per non rappresentare padri e figli: si è preferito mostrare un altro genere di relazione.

Poi anche la critica su queste cose si è esercitata, e ha cercato di approfondire il perché e il percome. Basta vedere anche il modello di famiglia che mostrano il romanzo e il film di Mary Poppins: i bambini mica li crescevano i genitori! Erano le tate e gli istitutori che si occupavano dell’educazione dei piccoli delle famiglie benestanti, mentre i più poveri crescevano coi parenti, in famiglie aperte, imparavano da soli in cortile. L’idea della tutela del bambino diffusa tra le nostre famiglie contemporanee, in cui del bimbo si occupa soprattutto la madre (ma anche, molto più di recente, il padre, tanto che sembra si debba stare sempre addosso ai figli…), non è sempre stata così! I bambini imparavano da soli a camminare sulle proprie gambe, non come adesso. Chi ha la mia età lo sa: la madre aveva altro da fare e il padre aveva da lavorare, era un altro modello di vita.

Insomma, visto che i fumetti trattano di temi del passato, storici, e immaginari, va lasciata questa apertura al fumetto, e andare nel campo delle nuove figure codificate presenta dei rischi da valutare. Da parte mia non mi verrà mai in testa di dire “voglio fare un eroe gay!”, non ne capisco il significato. Scriverò un personaggio, e se poi, per il tipo di disegno e caratteristiche personali, sarà omosessuale, andrà bene.

Più che altro, avendo così tante attenzioni e prudenza riguardo l’argomento, si finisce per essere poco realistici. L’eroe può anche essere omosessuale e vivere nell’Ottocento, e si può gestire come qualunque altro tipo di personaggio per il quale occorra una documentazione adeguata. Come si poteva fare nella Cina di Shanghai Devil o nell’Africa di Volto Nascosto.

Questo riguarda anche i personaggi della scuderia Bonelli. Qualcuno può pensare che effettivamente siano omosessuali: non si sono mai visti assieme a una donna! Ma non c’è nemmeno bisogno di dirlo, si può lasciare all’immaginazione del lettore. Basta guardare Zagor, che è vestito come un ballerino: difficile farlo passare per maschio eterosessuale, nonostante le sue (pochissime) frequentazioni femminili. Quindi, nulla esclude di farlo. Poi, uno decide se vuole dare spazio espressamente alla sessualità. Ma anche quello va fatto per tutti i personaggi: non è che la sessualità è al centro della vita solo per i gay.

Certo, varrebbe per tutti. Fa specie che Dylan Dog in ogni numero si porti a letto una donna, e poi non incontri mai, e dico mai, un personaggio omosessuale nella Londra di oggi. Tu non scrivi Dylan Dog da tempo, ma questo succede ancora nelle storie di oggi.

Ho letto recentemente delle critiche su un numero che non ho letto, abbastanza recente di Lukas, il 10, in cui il tema è stato trattato. Alcuni lettori gay si sono lamentati del fatto che il tema fosse affrontato con troppo pietismo, che poi vuol dire con compatimento. Dopo uno si fa l’autogol da solo. È come quando affronti l’handicap: non si capisce perché quando uno zoppica ha l’handicap, e uno che è scemo no. Ciascuno ha i suoi di handicap, diciamo…

Sarah Himmelmann
Sarah Himmelmann

Ricordo un tentativo che penso coraggioso ai tempi di Nick Raider. Gino D’Antonio negli anni Novanta scrisse un personaggio lesbico, Sarah Himmelmann, ma il modo con cui lo concepì era troppo antico, anacronistico: Nick va a letto con un’amica, poi Nick e Sarah provano a fare l’amore ma lei non ce la fa. Il tema, affrontato così, diventa assurdo. La scena era improbabile, ma all’epoca sembrò rivoluzionario e passò solo perché a scriverlo era stato D’Antonio, amico personale di Bonelli.

Ai lettori gay e lesbiche dà fastidio che il tema venga affrontato usando troppi cliché. Un autore può benissimo decidere di NON affrontarlo del tutto, legittimamente. Ma quando lo fa, perché tirare in ballo cliché addirittura offensivi? Meglio allora l’oblio: nel fumetto popolare si decide di non affrontare la sessualità, e basta così. Quando l’autore si accosta all’argomento così male, ci si arrabbia. 

Soprattutto un altro argomento che penso dia fastidio è quando uno usa la cosa per motivi commerciali. È un po’ odioso quando uno lancia la campagna “la Marvel fa il personaggio di supereroe gay”, come se fosse una cosa rivoluzionaria.

Gli americani allora sono più furbi perché usano l’argomento per fare clamore, oltre che fare cassa. 

Superman ha sempre combattuto per le donne ma poi non sta con nessuna. Forse è gay? In realtà si è scelto di non raccontarlo. Poi devo dire che tutto questo gusto per le tutine attillate diventa un po’ sospetto. In fondo, tutti i supereroi sono maschi palestrati e narcisisti; forse non sono omosessuali, ma sono maschi narcisisti! Non bisogna parlare del tema? Oggettivamente è sempre abbastanza difficile farlo. Quando si scrive bisogna anche pensare ai lettori e a come le cose possano essere intese da loro.

Adesso che stai affrontando l’Africa dell’Ottocento e le sue varie tribù, sarebbe interessante che Adam Wild incontrasse personaggi di tribù in cui l’omosessualità sia vissuta in maniera naturale. Poi, si sa che l’arrivo del colonialismo e della morale vittoriana cambiò la percezione dell’omosessualità, fino ad arrivare all’omofobia di oggi. Potrebbe essere un aspetto interessante? 

In Africa o tra gli indiani d’America il tema è un po’ intricato, non è così facile orientarsi. Non solo sui costumi sessuali, ma su tutti i loro costumi. Nella serie di Adam Wild molte delle tribù di cui parlano gli esploratori, oggi sono scomparse. Difficile stabilire allora quali fossero i costumi sessuali di queste popolazioni. Molti, ad esempio, consideravano i rapporti eterosessuali come mero atto di continuazione della tribù, a fini riproduttivi, e invece quelli omosessuali per fini di divertimento: c’era di fatto una bisessualità acclarata. Che è quello che poi si faceva nell’antica Grecia. Inutile quindi guardare questi comportamenti con gli occhi e le definizioni di oggi. Io poi qua e là qualche allusione ce l’ho messa. In Adam Wild c’è un personaggio che dice “io sono casto”, ci sono anche quelli.

Penso alle figure degli sciamani, che spesso erano gli omosessuali dell’epoca, considerati in contatto con gli spiriti e trattati con rispetto.

Per saperne di più sull’Africa basta leggere quello che secondo me è il ciclo più bello di Wilbur Smith, il Ciclo dei Courtney, dove lui racconta la storia della Rhodesia. Ad esempio dice che Rhodes, fondatore della Rhodesia, era omosessuale, anzi, gli piacevano i ragazzini molto giovani, come anche il fondatore dei boy scout Baden-Powell. Se uno legge il ciclo trova che c’è una varietà di riferimenti a diversi comportamenti sessuali che non comprendono mai un giudizio di tipo morale, si racconta il personaggio com’è. Credo che sia il modo più adatto per raccontare queste cose, e che anche raccontando l’avventura si possa fare.

Poi c’è tutta una tradizione – in realtà “coperta” – del cinema d’avventura, di cui si scopre che gli eroi erano interpretati da attori gay, come successe per Burt Lancaster e i suoi personaggi di pirati: si scoprì solo in seguito che l’attore era gay. La caratterizzazione che Johnny Depp dà del suo personaggio ne La maledizione della terza luna è proprio da gay, un tipo di iconografia tipica delle drag queen: nonostante si veda che esce per andare con le ragazze sembra proprio gay, e questo nonostante sia un film Disney! Si può fare, quando nell’avventura fai un discorso da commedia sociale.

L’avventura ha una parte allegra e una tragica, e come dice Aristotele nella Poetica, l’epica è il primo genere contaminato: commedia più tragedia. Il film di cui parlo con Burt Lancaster e il compare ispanico vestito da donna è Il corsaro dell’isola verde, in cui il momento commedia espone i personaggi al ridicolo e si gioca con la questione gay.

Infatti anche questo indispone: l’unico gay rappresentato può essere quello malvagio e che magari fa una brutta fine, oppure quello ridicolo, la macchietta.

Il riferimento vale anche per i neri, quando nei film l’unico modo era quello di renderli ridicoli. Dovevano far ridere per forza, e infatti si offendevano parecchio. Sono momenti di trasformazione culturale, non è che adesso è proibito ai neri fare i comici! Semplicemente, se un attore nero ha una faccia perfetta per far ridere è giusto e opportuno usarlo nei film comici.

Se in futuro ti capiterà e lo riterrai opportuno per il tipo di racconto che vorrai fare, ci sarà qualche personaggio omosessuale, in modo documentato?

In realtà l’ho già fatto nel 2000, in una storia di Magico Vento, “La luna delle foglie cadenti”, dove ho rappresentato una coppia lesbica. Una storia tra di loro, una bianca e l’altra indiana. Però per quella storia il rapporto tra le due donne l’ho dovuto difendere in casa editrice; c’è una sequenza di tavole in cui si vede la fuga amorosa tra le due donne in autunno, dove tra l’altro non ho insistito su dettagli inopportuni. Ho suggerito la cosa e si capisce lo stesso.

magicovento

Basterebbe proprio questo approccio: che si vedessero dei personaggi in atteggiamenti di affetto, non necessariamente di sesso selvaggio, iperrealista.

Come dicevo prima della storia di Epstein, c’è una scena dove si vede lui a letto con un ragazzo. Non è che sono sottolineate cose scabrose, si intuisce, sono piccoli dettagli, si accarezzano, si racconta un rapporto in termini di tenerezza. Poi uno se vuole raccontare un altro tipo di personaggio e se hai voglia di raccontarne la sessualità, lo puoi fare, ma lì c’è un approccio diverso.

Com’è andata la faccenda per cui in Magico Vento volevi raccontare il tour di Oscar Wilde negli Stati Uniti, e di Emily Dickinson? Mi dicevi che avesti problemi con Bonelli.

Di Dickinson ho raccontato, in realtà. Quella di Oscar Wilde era una mia idea alla quale ho rinunciato dopo che, tutte le volte che, anche solo alludendo, c’era una situazione di omosessualità, questo comportava lunghe discussioni. Si vede che dovevo lasciare stare.

Ti porto un altro esempio. Nelle sue memorie, Custer dice che a un certo punto, durante una sosta del suo squadrone, arrivarono di corsa due soldati che si erano imbattuti in alcuni indiani mentre facevano il bagno. E così arrivano questi soldati, nudi coi vestiti in mano; con tutta la morale restrittiva dell’epoca la faccenda appare del tutto normale, si capisce benissimo dal racconto di Custer che lui non ha problemi, sennò non avrebbe sottolineato l’elemento, proprio a indicare che i due erano andati a far l’amore e lo usa senza entrare nei dettagli morbosi che non c’entrano niente col tipo di racconto. Insomma, è una notazione che fa capire come all’epoca fosse abbastanza normale tutto ciò. D’altro canto l’esercito era una società solo maschile, con età media molto bassa: i soldati erano ragazzini, in qualche modo dovevano fare, e forse non c’era altro modo che tra loro. C’era quindi, delle volte, un’omosessualità non tanto d’orientamento quanto di situazione, anche di necessità. E quindi questi aspetti ci sono normalmente. Il problema, ripeto, è che tutte le volte devo suscitare discussioni, e allora sembra che si voglia metterli apposta per provocare o per litigare o per far polemica.

Dopodiché ci sono elementi che si ‘mangiano’ il racconto, e alla fine uno ci pensa due volte, prima di inserirli. Non è una questione di autocensura, è che non è possibile rompersi le palle così ogni volta. Va fatto nei modi giusti, ma bisogna uscire un po’ da questo clima nefasto  tipico dei nostri tempi. Tra l’altro sotto il fronte censorio c’è da dire che una volta Tex subiva critiche perché era troppo violento da associazioni che erano tendenzialmente cattoliche – parlo di anni Cinquanta inizio Sessanta – e c’era il famoso timbro di Qualità Morale che diceva ai genitori “questo lo potete far leggere tranquillamente ai vostri figli, gli altri no”. Il tutto con paradossi inauditi, tipo che il timbro ce l’aveva Blek Macigno, che ammazzava inglesi a piè sospinto essendo un rivoluzionario e  faceva saltare interi squadroni, faceva attentati terroristici continuamente; mentre Tex invece ammazza in faccia, da persona a persona, non fa stragi. Nonostante questo per loro Tex era immorale e Blek no, non si sa perché. Passata quell’epoca lì, di stampo democristiano, paradossalmente si è arrivati al moralismo delle associazioni laiche, contestazioni tipo “Tex fuma e si fa le sigarette con le cartine, o beve whisky, inaudito! Pessimo esempio per i giovani!”. Ma dài: uno non può farsi le cartine!?

Tex fuma, sulla copertina del n. 459
Tex fuma, sulla copertina del n. 459

Una volta discutevo con un produttore che aveva messo gli occhi su Magico Vento per farci un film, ma lui si lamentava: «Eh sai, Magico Vento non va bene, ci sono troppi indiani!». Ma certo che ci sono gli indiani: sono fondamentali nel racconto! «Va bene, cerchiamo di farlo, ma poi le associazioni dei nativi americani dicono che non dobbiamo rappresentarli così, la penna non va messa così e cosà, e quindi diventa tutto impossibile». Questo atteggiamento di eccessiva permalosità poi può diventare di fatto involontariamente censorio, e un produttore può arrivare a dire «se faccio una cosa che mi espone a tutti questi problemi e mi snatura il progetto originario, chi me lo fa fare?», e alla fine ci si ritrova a fare un film di soli bianchi.

Secondo te con questo nuovo corso di Bonelli Editore, con al timone il figlio Davide, ci sarà un po’ più di libertà? Si oserà di più sull’argomento sessualità?

Direi di sì, e si è già visto. Era ovvio che non potesse succedere tutto di colpo, che si suonasse il liberi tutti d’improvviso. E non si può fare snaturando il tipo di fumetto, che è amato per quello che è, coi suoi canoni, la sua formula, quindi – ad esempio – l’eccesso di turpiloquio andrebbe evitato. È legato alle stagioni: adesso va bene, fra poco non sarà più accettato e passerà, ed è un elemento che ‘data’ troppo, anche a chi voglia essere realistico non è davvero necessario usare le parolacce, a meno che tu non voglia raccontare ambienti ben precisi. C’è anche una questione tecnica: nel fumetto americano gli intercalari li evitano anche per problemi di spazio, meno si mettono meglio è, poi c’è più spazio nei balloon; se si vuole rendere espressivo il discorso si usano altri sistemi o lo si usa in casi estremi, ad esempio per far parlare i cattivi.

Credo che il criterio sia questo. Credo che ci siano problemi con la TV generalista e con un fumetto con un pubblico trasversale come Tex, un pubblico popolare in cui trovi tutti – cattolici, fascisti, laici – devi avere delle attenzioni di tipo generale che non dividano senza motivo. Quando il pubblico cala, il discorso può cambiare: come sta per succedere adesso, dove non c’è la trasmissione dominante, il fumetto dominante. C’è un’offerta ampia, il mainstream ha meno restrizioni e quindi entra una maggiore varietà di voci e di temi, anche quelli della morale sessuale.

Ho letto in varie interviste in cui dici che il fumetto secondo te è il nuovo feuilleton, coi suoi canoni ma anche i suoi limiti espressivi. Non senti l’esigenza di cambiare formato, ambito, dove sentirti più libero di affrontare altri argomenti?

Non lo escludo. Va detto che il fumetto popolare è sì erede del feuilleton, ma ha anche anticipato la serialità televisiva che adesso va per la maggiore. Vuol dire che è diventato contemporaneo e per questo devo fare altro? No di certo. Non voglio fare il bastian contrario tutta la vita. Ormai mi sono così abituato che vado avanti, e funziona. Poi, del fumetto popolare mi piace molto l’aspetto di costruzione dei personaggi. Se fai una serie senza scadenza il personaggio fa un percorso particolare, cresce e si modifica. Nelle cosiddette graphic novel invece non succede, non c’è lo spazio per farlo; in una serie invece può cambiare e tanto. Guarda a cosa è successo al protagonista de I Soprano con l’inizio dall’analista, che documenta un momento della sua vita, ma poi col passare delle annate e delle stagioni sparisce, non è identico a se stesso.

Certo, il fatto di fare serie corte cerca di andare incontro alla scarsa fidelizzazione del pubblico che rispetto a prima non segue via via la serie mentre si sviluppa, e spesso vede tutti gli episodi uno dopo l’altro, a volte intere stagioni in pochi giorni: è una conseguenza della diffusione della Rete. Succede così anche coi fumetti popolari: molti lettori mi scrivono anni dopo che la mia miniserie è finita, dicendo di averla letta tutta insieme dopo la sua fine e di averla apprezzata molto. Bene, purtroppo questo tipo di fruizione è nociva per noi, che non abbiamo il polso del gradimento del lettore, ci manca l’effetto tam tam, quindi a volte decidiamo delle variazioni o addirittura la sospensione delle serie perché non riusciamo a capire se piacciono o no, o semplicemente perché non vendono!

In ogni caso la tendenza è quella di fare serie corte, tanto che la collana dei Romanzi a fumetti Bonelli è stata cambiata, spezzandola in 3-6 albi mensili. Molti lettori prendono il primo numero e basta, viviamo in un momento editorialmente confuso, si sono scardinati i tempi di lettura abituali. Anche la nostra scansione del tempo libero è cambiata, ormai non c’è più il tempo per leggere fumetti staccandosi dal tempo del lavoro, è un unicum di vita di 24 ore, sia per chi lavora che per chi no. Per noi addetti ai lavori del fumetto seriale la cosa si fa complicata: potevi dirmelo prima, che ti piaceva! E c’è da aggiungere che i tempi di realizzazione si sono allungati. Ai tempi di Magico Vento abbiamo iniziato con un mensile avendo solo tre numeri pronti, mentre ora sarebbe impossibile, e i disegnatori ci mettono mesi, se non anni a disegnare un numero. Il più rapido ci mette 5 mesi! Succede anche coi romanzi. Al tempo del mio primo libro, Feltrinelli mi fece un contratto all’istante; anche coi dischi era così, dicevo «faccio un disco a marzo e so che ad aprile è nei negozi». I tempi erano veloci, oggi passa un anno dal progetto iniziale, ed è un disastro perché il pubblico cambia velocemente: una cosa che pensi piaccia oggi, tra due tre anni trova un pubblico diverso o nessun pubblico.

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