Heil Hirohito! [Recensione]

You still think
swastikas look cool.
The real nazis run your schools.
They’re coaches,businessmen and cops.
In the real fourth reich, you’ll be the first to go.

Nazi punks,
Nazi punks,
Nazi punks,
Fuck off!
(Dead Kennedys)

La nascita del movimento studentesco giapponese degli anni Sessanta fu fortemente influenzato dal pensiero politico di Masao Maruyama. Professore di scienze politiche all’Università Imperiale di Tokyo, Maruyama aveva legato la sua fama a uno studio storico (The Logic and Psicology of Ultranationalism, pubblicato nel 1946) sull’assetto sociale del Giappone tra le due guerre mondiali che conteneva una tesi, allora, originalissima. Andando contro alla storiografia dominante (di decisa impronta statunitense) vi sosteneva che il regime totalitario consolidatosi in Giappone dopo la Prima guerra mondiale fu caratterizzato da una particolare declinazione nazionale del fascismo, con tratti tuttavia comuni a quello italiano e al nazismo tedesco.

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Negli anni Sessanta Maruyama riuscì a dare vita a una corrente di giovani studiosi revisionisti che abbandonarono la linea storiografica ufficiale. La storiografia accademica era stata fino allora incapace di affrontare il processo storico del paese alla luce della sua alleanza con le altre forze dell’Asse. La nuova scuola ispirata da Maruyama si liberò da un’interpretazione del fascismo vincolata alla sua natura ideologica e razzista, natura che se caratterizzava i regimi europei, poco calzava a quello nipponico. Ne individuò invece chiaramente le dinamiche legate all’economia, all’architettura burocratica dell’amministrazione imperiale, alla repressione sistematica attuata dall’esercito e alla costruzione del consenso.  Meccanismi da sempre operanti nella concezione imperiale della società giapponese e portati nel periodo in oggetto all’estremizzazione.

Il confronto storiografico durò per quasi tutti gli anni Settanta e, oggi, possiamo dire che sia ormai accettata e assodata l’interpretazione storica secondo la quale fino alla fine della Seconda guerra mondiale il Giappone ebbe una struttura sociale di tipo fascista, chiamata tennosei fashizumu. Questa lettura critica del proprio passato non restò isolata alla ricerca storica (come sta accadendo invece in Italia, dove l’avanzata ricerca storiografica su argomenti come il colonialismo italiano, la resistenza o gli anni di piombo, non ha ancora trovato nella cultura popolare la sua compiuta espressione) bensì ebbe importanti ripercussioni nell’ambito dell’espressione culturale più diffusa. Non a caso i manga.

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L’allora ancora irrisolto passato colonialista e fascista del Giappone fu affrontato con un percorso non sempre lineare, come fa notare – senza però collegare la cosa al dibattito storiografico in corso – Marco Pellitteri nel suo Il Drago e la Saetta, già dal 1973 nei manga di Ufo Robot Grendizer e poi nel Grande Mazinger e in tutti quelli che seguiranno. Percorso che porterà, grazie al ribaltamento simbolico in cui il Giappone diventa paese aggredito da invasori extraumani, al superamento di quel pesante e oscuro passato.

Quando tra l’8 maggio e il 28 agosto del 1971 Shigeru Mizuki pubblica Gekiga Hitler su Shūkan Manga Sunday (contenitore settimanale di seinen manga, fumetti rivolti a un pubblico maturo) ha probabilmente con due anni di anticipo la stessa intenzione di Go Nagai. Raccontare con una trasposizione simbolica il passato, fino ad allora irraccontabile, del suo paese. Irraccontabile perché l’imperatore restava intoccabile, figurarsi attribuirgli le responsabilità del disastro nato dal totalitarismo della società da lui presieduta e dalla partecipazione alla guerra. Non voglio dire che sia una decisione basata su considerazioni teoriche, ma certo è una novità che c’è nell’aria, e un narratore della sua portata la annusa quell’aria e sa trarne ispirazione.

Mizuki, tuttavia, ha un problema. È un narratore enorme, maestro di storie yokai, e da anni realizza su Shonen Magazine della Kodansa quel gioiello che è Hakaba no Kitarō (se non lo hai mai letto, magari trovi ancora i tre volumi che D/visual ha pubblicato in italiano, tra il 2006 e il 2008); sa usare i demoni del folklore nipponico, e si chiede come può fare con i demoni un fumetto storico. Il fascismo giapponese, pur essendone ormai dimostrata la realtà storica e assodatii i crimini, non ha mai espresso un dittatore pazzo e sanguinario da poter identificare con un demone, quindi lo va a prendere in Germania: chi meglio di Adolf Hitler, cui attribuire la parte?

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Devo a questo punto sgombrare il campo da possibili dubbi. Nell’opera di Mizuki dedicata alla biografia di Hitler non c’è nessun cedimento metafisico. Quando dico che Mizuki si serve di quello che meglio conosce (oltre a una fitta bibliografia storica che, purtroppo, nell’edizione italiana non è pubblicata), cioè l’universo degli yokai, non intendo dire che fa di Hitler – come è capitato ad altri autori – una non-persona, un personaggio-metafora del male. No. Mizuki usa gli yokai per raccontare la trasformazione che attraverso la dittatura hitleriana subì la Germania, sulla falsariga della tradizione nipponica secondo cui gli esseri umani vengono trasformati in demoni grotteschi da stati emotivi negativi. E in questo caso, Mizuki identifica quell’assurdo stato emotivo con il fascismo.

Cerco di spiegarmi (se poi non ci riesco facciamo che tu comunque leggi il libro e dopo, se già non lo hai fatto, ti recuperi nella giusta sequenza anche NonNonBa e Verso una nobile morte; che sono importanti le sequenze temporali di uscita dei libri e io non capisco perché alle volte gli editori non le rispettano: la Nobile morte andrebbe letto per ultimo, perché porta a compimento la riflessione storica di Mizuki sulla storia del proprio paese).

Chi fa fumetti usa, come strumento principale, il disegno, che è un’immagine sintetica. Noi attribuiamo, se aveva ragione Barthes (e aveva ragione), all’intervento umano, lo stile, valore fortemente denotativo. Dunque nel disegno è impossibile la differenza tra la natura dell’oggetto disegnato e la cultura che lo interpreta. Nel disegno, dice sempre Barthes (ah, se ti stai chiedendo dov’è che lo dice: ne L’ovvio e l’ottuso), ogni cultura non pensa di vedere la rappresentazione di una propria idea, quanto proprio quell’idea. L’Hitler disegnato da Mizuki, proprio perché disegnato, non è una rappresentazione di Hitler, non è mai un coacervo simbolico. Quindi è privo di funzione evocativa, emozionale: non è evocazione del male, come invece per fare un esempio il personaggio del libro controverso di Giuseppe Genna che ha lo stesso titolo, non è rappresentazione di niente.

È Hitler. Ma è un Hitler in qualche modo giapponese. Ciò che Mizuki racconta veramente (per questo, ad esempio, la Soluzione Finale vi è solo accennata) è il disastro verso cui il fascismo imperiale sta portando il Giappone.

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Questo comporta un carico di responsabilità (che non hanno quasi mai – checché ne dicano –  scrittori e registi, usando immagini analogiche come quelle letterarie e fotografiche) di cui l’autore stesso probabilmente nemmeno si era reso conto, all’inizio. E come risolve Mizuki il peso di questa crescente responsabilità dell’aver dato vita a Hitler? Con una geniale trovata stilistica: la progressiva esasperazione realistica degli ambienti, contrapposta a una costante carica grottesca dei personaggi.

Una contrapposizione programmatica (grande dimostrazione di capacità di utilizzare a livello narrativo un vincolo tecnico dettato da una necessità economica – è chiaro che gli ambienti sono realizzati da dei collaboratori) che nel crescendo della lettura diventa via via sempre più fastidiosa. Fino a farti male davvero agli occhi nella sequenza finale, dove alle grottesche – perché avulse dalla realtà dei fatti – ultime parole dettate come testamento da un grottesco fuhrer, fanno contraltare le immagini reali dell’unica eredità lasciata alla Germania dal suo dittatore. Ovvero, un cumulo di macerie e di cadaveri: i resti di un Reich che si voleva millenario, e che durò 12 anni. Con il groppo alla gola di non poter dire però: “solo” 12 anni.

La stessa eredità da cui, negli anni Settanta, il Giappone stava lentamente emancipandosi: le macerie di Hiroshima e Nagasaki.

Hitler
di Shigeru Mizuki
Rizzoli Lizard, 2015
288 pagine, 19,00 €

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  • Boris, non intervengo mai su cose mie, con commenti su per il Web, ma la questione qui è per me davvero fondamentale. Per quanto ho potuto, con “Hitler” (il cui titolo originale era e sarà “Io Hitler”) ho tentato di intervenire proprio sull’idea di coacervo simbolico, svuotando il simbolo. Non so se ci sono riuscito, ma l’intenzione era proprio quella che tu segnali a proposito del lavoro di Mizuki. Risolvere non stilisticamente lo iato che si pone a chi ha a che fare con la rappresentazione e la storia è l’idea antistilistica con cui uno prende lo stile di un altro e scompare. L’esternalità, il realismo di Mizuki è una risorsa certamente, anche se qualche anno fa avrebbero detto: toh, il postmoderno – e non era vero, come si vede adesso abbastanza precisamente. Io ho tentato di mettere in mora tutto il simbolico attraverso Fest e la nozione di “non-persona”. Speravo che persino nella copertina del libro, che è comunque un elemento segnico per gli anni che abbiamo vissuto, e un po’ meno per gli anni che stiamo vivendo, Hitler proprio non apparisse. Ma avevo a che vedere con l’editore, che non sta a chiedersi in che senso un editore è una non-persona. Non concordo quindi con la tua opinione sul libro che ho scritto, ma chi se ne frega? Sono letture come questa tua a fare bene all’anima e al corpo, cioè al fatto politico, ovverosia anche all’artistico.