Quanti possono dire di aver disegnato il più grande fumetto che esista?

Okay, per alzata di mano – quanti di voi sanno che Akira Toriyama non solo ha dato alle stampe un nuovo fumetto di 217 pagine nel 2013, ma che quello stesso fumetto è stato pubblicato quasi contemporaneamente in inglese?

Faccio questa domanda perché le celebrazioni dell’edizione 2013 del Festival de la Bande Dessinée d’Angoulême furono in parte oscurate da nuvole di conflitto durante le votazioni del Grand Prix, risultanti nell’assegnazione di un encomio ad hoc per il famoso Toriyama – in vista della speciale occasione del 40° anniversario del Festival – e un premio d’onore a un altro disegnatore. Questa situazione riassume esattamente lo status attuale di Toriyama negli Stati Uniti – un autore cioè inevitabile in termini di patrimonio culturale, ma non sempre del tutto e per tutti comprensibile.

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Purtroppo il fatto che questo fumetto sia stato distribuito soltanto agli abbonati della Viz, per i quali è accessibile Weekly Shonen Jump in versione digitale, non ha spostato di una virgola le sorti della pubblicazione di Ginga Patrol Jako (Jaco the Galactic Patrolman, pubblicato in Italia per la prima volta da Star Comics lo scorso 2 maggio); per quanto ne sappia io, una sua prossima pubblicazione non è stata neanche pianificata e non credo sia possibile scaricare il fumetto separatamente dalla rivista.

A dirla tutta non trovo nessuna prova dell’esistenza raccolta della serie neanche in Giappone, il che è allarmante se pensiamo con quale velocità in questo paese le serie manga vengano redatte in raccolte e quanto vendano i lavori di Toriyama in Giappone – di Dragon Ball invece sappiamo dell’enorme progetto di colorazione iniziato l’anno scorso, in linea con quel che ci aspettavamo potesse essere prospettato per una serie top di una rivista manga che, al suo apice negli anni novanta, vendeva sei milioni di copie a settimana.

D’altro canto non si può dire che Toriyama, questa volta, non fosse preparato a un certo disinteresse del pubblico nei suoi confronti. Nella prefazione scritta di suo pugno per il primo capitolo dell’edizione inglese di Jaco, l’artista lamenta di non avere più la tempra di un tempo nel disegnare manga, e che quindi questa volta aveva deciso di fare a suo modo.

Nell’introduzione l’autore avverte che ci sarebbe stata davvero poca azione alla Dragon Ball e nessuna trama drammatica o profonda. «Alcune parti possono risultare comprensibili solo ai giapponesi, e perfino loro potrebbero non capire alcune vecchie gag.» Sarebbe stata, in sintesi, un’opera di “nostalgia”, un modo per celebrare in Giappone i 45 anni di vita della Shonen Jump, volgendo lo sguardo verso un tempo remoto che i lettori americani non sarebbero riusciti mai pienamente ad apprezzare.

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Ci sono davvero una marea di classiche scenette comiche in Jaco, la maggioranza delle quali dovute alla sua incapacità, da eponimo alieno poliziotto qual è, di capire il pianeta in cui è rimasto bloccato e al rapporto dipendente\antagonista che il protagonista instaura con un anziano genio eremita e (più tardi) con una giovane e vivace ragazza con il talento per la scienza.

Come si può notare, l’arte di Toriyama rimane agile e vivace, ma c’è un quid di puerilità ribelle che avvicina questo fumetto sia a Dr. Slump, il capolavoro che ha reso per primo celebre il suo nome – se non anche a Wonder Island, il suo antesignano anni 1970 – sia al sorpassato e grezzo genere televisivo tokusatsu.

In altre parole, l‘opera di Toriyama si distacca completamente dall’attuale scena dei fumetti shonen, la maggioranza dei quali si rivelano essere delle lunghe serie fantasy di combattimento nel migliore stile Dragon Ball, che riescono però a imitare per poco tempo.

Prendete per esempio la serie che la Viz ha iniziato a pubblicare sulla Weekly Shonen Jump dopo Jaco. Parliamo di Seraph of the End (in Italia per Planet Manga), un manga horror a cadenza mensile di Takaya Kagami, Daisuke Furuya e Yamato Yamamoto, il cui capitolo di esordio è enfatizzato da strazianti e brutali scene di morte di bambini per mano di certi vampiri e la cui storia segue le vicissitudini di un impetuoso adolescente impazzito per il desiderio di vendetta, tanto da non poter aspettare di unirsi al futuro esercito post-apocalittico perché vorrebbe da sé uccidere qualche fottuto figlio di puttana che ha bisogno di essere soppresso. È sfacciatamente e spudoratamente chiassoso e guerrafondaio, e al contempo si avvale di comode e collaudate formule di creazione dei personaggi, accompagnato da un disegno che né eccelle né sfida i canoni e che non rischierebbe mai di allontanare qualche potenziale lettore come ha fatto una hit seinen quale Attack on Titan.

Ed è, ovviamente, al quarta raccolta in volume in Giappone, anche se forse sto creando un falso paragone di equivalenza; Toriyama non si sarebbe mai ripetuto nelle sue creazioni.

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Alcune megastar del fumetto, come Rumiko Takahashi e Takehiko Inoue, continueranno probabilmente a sfornare capolavori fino a quando non crolleranno morte sui loro tavoli da disegno. Altre ancora, come l’autrice di Sailor Moon Naoko Takeuchi, si sono nel corso del tempo disinnamorate del proprio lavoro di disegnatori pop manga e si sono ritirate dalla scena.

Non basta dire che Toriyama non ha più creato, da Dragon Ball in poi, un’opera che raggiungesse i vertici di popolarità di quest’ultima, occorre aggiungere che non ha più provato, dal 1995 in poi, a cimentarsi in qualcosa di similmente massacrante; si è contenuto in lavori come Cowa! e Sand Land, serie a cadenza settimanale di breve durata. E nonostante questo la pressione del lavoro era sempre alle stelle: «Non mi preoccupavo della mia età e dormivo solo due ore a notte», confida il cinquantottenne autore in un dietro le quinte di una sezione extra. Tutto ciò fondamentalmente è in linea con le tabelle di lavoro di un autore come Eiichirō Oda, il creatore di One Piece, il potentissimo Dragon Ball dei giorni nostri.

Da una certa prospettiva c’è del pathos (se non della vera profondità di sentimenti) nella trama di Jaco. Toriyama non è così solitario come l’anziano ricercatore con cui Jaco diventa amico, ma è assolutamente un genio dello stesso calibro, e come il vecchio uomo nella storia si sforza di costruire una macchina del tempo per volgere se stesso a giorni migliori, così Toriyama dà vita a un più felice passato sulle pagine della storia. Infatti, se mai avete sentito qualcosa sul conto di questo fumetto, probabilmente saprete che, verso la fine della storia, fanno la loro comparsa molti importanti personaggi del cast di Dragon Ball – il fumetto, nel suo epilogo, si trasforma in un segreto preludio, ma quel che più mi colpisce è come l’autore riposizioni la trama e l’atmosfera del vecchio nel nuovo, in maniera così lineare, trasformando Jaco esattamente in un pre-Dragon Ball, come se riposizionare se stesso per un attimo indietro nel tempo, nel posto che una volta occupava prima dei rigori della sua fama senza precedenti, avesse fatto evaporare la sua voglia di continuare a disegnare fumetti ogni maledetta settimana.

Che cosa darei per una intervista fuori dai denti con Akira Toriyama, per un’intervista abbastanza lunga da permettere all’ansia, sempre in agguato ai margini delle chiacchiere promozionali con gli autori, di scivolare via! La notorietà nei manga è diversa da quella che vige in altre tipologie di fumetto – e forse ne esistono parecchi in Giappone che nessuno ha mai chiesto di tradurre. Qualcuno dovrebbe dare un premio d’onore a tutti noi.


L’articolo è apparso originariamente sul Comics Journal. Traduzione di Elena Cirillo.

Joe McCulloch, americano, è un critico e studioso di fumetto, collabora fra gli altri con Comics Journal e Comics Alliance.