Recensioni Classic Il potere silenzioso: gli Inumani di Jenkins e Lee

Il potere silenzioso: gli Inumani di Jenkins e Lee [Recensione]

Siamo sul finire degli anni Novanta e la Marvel, nuovamente in bancarotta, è assediata dalle banche con cui si è indebitata e da Toy Biz, concessionaria della licenza esclusiva per la produzione di giocattoli ispirati ai personaggi della Casa delle Idee.

Proprio Toy Biz è sul punto di acquisire l’editore, saldando le banche con la astronomica cifra di 420 milioni di dollari e rilevando la quota del 28% della società che sarebbe nata dalla fusione con la Marvel. Tuttavia, la soluzione non sembra così facile.

Nell’indistricabile trama di interessi tra diversi attori economici, è l’obbligazionista Carl Icahn ad avere la meglio, avvalendosi della consulenza di un veterano come John Calamari.

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Calamari grazie ai consigli di Gareb Shamus, editore della rivista Wizard, precetta i servizi di due giovani autori – Joe Quesada e Jimmy Palmiotti – a cui consegna la curatela di quattro titoli sull’orlo del collasso. Dopo il fallimentare rilancio tentato col la linea Heroes Reborn, con i profughi Image che tornavano a lavorare per Marvel come figliol prodighi, finendo poi come nel caso di Liefeld cacciati a calci nel sedere con tanto di denunce, la casa editrice concede ad esterni la cura e la confezione di alcuni titoli storici.

Per il progetto viene coniata la nuova linea editoriale Marvel Knights, finanziata lautamente per restaurare quattro testate. Il quartetto iniziale comprende tre titoli dedicati a eroi borderline come Daredevil, Punisher e Black Panther. La quarta testata è dedicata sorprendentemente ad una delle più amante creazioni di Jack “The King” Kirby: gli Inumani.

Questo gruppo di personaggi è nato durante gli anni Sessanta sulle pagine dei Fantastici Quattro, con cui intrecciarono spesso il loro cammino, grazie alla storia d’amore tra la Torcia Umana e Crystal. Kirby narrò l’epopea di questi outsider prima in calce a The Mighty Thor e poi su una serie regolare durata solo 12 numeri dopo la breve parentesi su Amazing Adventures, delineando personaggi come Freccia Nera (potentissimo sovrano condannato al silenzio per via di una voce potente e incontrollabile che era costata la vita ai suoi genitori) o il pazzo telepata Maximus (fratello del re e perennemente intento a riconquistare il trono della città stato di Attilan). La pletora di eroi che orbita intorno alla lotta fratricida gode della geniale e ipertrofica creatività del Re.

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Non è un caso che all’interno dei progetti del Marvel Cinematic Studios, la super-famiglia ricopra un ruolo di fondamentale importanza. La serie scritta da Charles Soule ha superato già il quindicesimo numero e a breve Marvel lancerà Attilan Rising nell’ambito dell’imponente evento Secret Wars. Ma, la serie durata 12 numeri e pubblicata sul finire degli anni Novanta, a firma Paul Jenkins e Jae Lee, resta una delle migliori interpretazioni delle creature di Lee e Kirby. Panini Comics ha pensato bene di riproporla in un prezioso cartonato. A distanza di anni questo ciclo di storie rimane una piacevole lettura, soprattutto per la qualità adulta della scrittura, che analizza sotto il piano squisitamente politico l’anomalia inumana.

Jenkins sceglie una struttura a raggiera per esporre la vicenda: ad un tema centrale si affiancano episodi minori che analizzano aspetti e personaggi eccentrici ma che si rivelano invece indispensabili. La dissonante overture dell’opera ci mostra una gioventù sonica gettata nel pieno dell’età adulta attraverso l’esposizione alla nebbie terrigene: Jenkins, coadiuvato da Lee, tratteggia una civiltà iperborea con le sue peculiari e specifiche leggi, guidata da un semi-dio silente, in cui onnipotenza e impotenza si mischiano. Freccia Nera viene lasciato nel suo assordante e compiaciuto silenzio, diventa il vuoto di una reggenza incapace di rispondere all’incomprensibile violenza umana.

Una sequenza da una tavola

Nella fitta trama che intreccia l’anti-real politik del sovrano ad un’analisi dai toni quasi antropologici del regno degli Inumani (si veda ad esempio, lo stupore degli stessi dinanzi alle accuse di schiavismo che gli vengono mosse dal Consiglio delle Nazioni Unite riguardo lo stato degli Alfa Primitivi, intrappolati nelle viscere della città stato e “condannati” volontariamente al lavoro) incastra piccole tessere narrative, che illuminano la periferia del regno e i pensieri indifferenti di Lockjaw. Ma, alla fine della lettura è proprio l’incapace sovrano a stagliarsi come una figura divina, un deus ex machina silenzioso ed imperturbabile.

Jae Lee con il suo stile iper-realista tratteggia egregiamente il tono adulto e oscuro, ma una ingombrante esigenza di realismo a volte lo rende impacciato, sfrondando quel tratto nervoso e istintivo che ne aveva contraddistinto gli esordi (mi riferisco alla magistrale prova sullo Spider-Man ereditato da McFarlane e Larsen o all’oscuro Namor The Submariner). Senza dubbio, un certo affrettato appiattimento in alcuni episodi viene risolto dai colori – allora innovativi – della Avalon Studios, della cui partnership  Quesada e Palmiotti si avvalsero per il progetto Marvel Knight.

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Sorprendentemente, il lavoro dei due non sembra – nonostante il periodo travagliato in cui è nato – subire il peso degli anni, restituendo invece un racconto corale e profondo su una delle più longeve creazioni Marvel, consegnandoci un fumetto che, al di là del genere e della storia dell’editore, si fa leggere come una riflessione attenta sulla natura della diversità e sul carattere tragico del potere.

Gli Inumani
di Paul Jenkins e Jae Lee
Panini Comics
304 pagine – 25€

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