I nuovi cannibali, e il fumetto popolare ‘pericoloso’ che non c’è più

Una volta, anche in Italia, il fumetto era portatore di scandalo. Erano gli anni Sessanta, Diabolik aveva lanciato il fenomeno del cosiddetto “fumetto nero” e altri antieroi come Kriminal, Satanik, Zakimort, Fantax, Sadik etc. che si inserirono nella sua scia, ridefinirono quello che era lecito aspettarsi venisse rappresentato con vignette e balloon.

Seguirono sequestri da parte della magistratura, censure, campagne denigratorie a mezzo stampa, azioni legali. Il periodico Tribuna Illustrata, nel 1966, ospitò persino un dibattito in forma di “processo”. La condanna, che infine giunse, non dovette sorprendere nessuno se anche lo scrittore Gianni Rodari, che vestiva i panni del difensore, non si sperticò certo in lodi, definendoli:

«brutti, stupidi, gonfi di sangue come un tafano ubriaco; sono un losco affare, una trappola per i gonzi, una macchia sull’onorabilità dell’editoria nazionale»

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Inutile dire che molti di questi albi, Kriminal in testa, ottennero un enorme successo, così come, qualche anno prima, dall’altra parte dell’oceano, era avvenuto con quelli pubblicati da EC Comics. Verso la metà degli anni Settanta, però, il fenomeno – dopo decine e decine di cloni – implose. E per lungo tempo, con poche eccezioni, l’industria fumettistica nostrana non ha più “indignato” praticamente nessuno.

Quelle eccezioni sono state principalmente tre: il Dylan Dog di Sclavi, che riprendeva, sullo sfondo di ben altro contesto storico e culturale, alcuni aspetti del fumetto nero – e che ancora oggi è capace di generare qualche polemica (sempre più effimera) quando si avventura su territori scomodi, come quello dell’eutanasia; il brutto, bruttissimo caso di cronaca che vide coinvolta nel 1995 la Topolin Edizioni di Jorge Vacca, con il volume Psychopatia Sexualis dello spagnolo Miguel Ángel Martín; la rivista Splatter, per contrastare il successo della quale venne fatta persino, nel 1990, un’interrogazione parlamentare. Del resto si parla degli stessi anni in cui Cecchi Gori dovette faticare non poco per ottenere il ‘visto censura’ che permettesse la visione di Pulp Fiction (molto meno cruento, esplicitamente sadico e sboccato dei titoli fin qui citati) ai minori di 18 anni.

Altro discorso andrebbe fatto sui tagli, spesso arbitrari, che molte pellicole subirono e continuarono a subire nei vari passaggi televisivi. Doom Generation di Gregg Araki, ricordo, venne mutilato fino a ottenere l’incomprensibilità della trama… ma questo è un altro discorso.

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Oggi, ciò che veniva considerato come un’offesa al comune senso del pudore o un insopportabile livello di sadismo, tale da far rizzare i peli anche al più progressista dei benpensanti, risulterà, nella stragrande maggioranza dei casi, piuttosto innocuo. Anche se opere come Psychopatia Sexualis e Hitler=SS di Vuillemin-Gourio, entrambe pubblicate da Topolin, potrebbero ancora risultare indigeste a molti.

Non solo. Anche l’attenzione e la conseguente resistenza a tentativi più o meno palesi di censura, si sono fatti più “alti”. Da un lato il differenziarsi e il proliferare dell’offerta di intrattenimento – in particolare internet e i videogiochi, quest’ultimi caricati dell’infausto ruolo di bestie nere del panorama –  e dall’altro un approccio sempre più smaliziato, anche se non necessariamente più originale e approfondito, a determinate tematiche, hanno fatto sì che la produzione fumettistica nazionale mainstream osasse sempre di meno.

Naturalmente, c’è ancora chi è capace di dare qualche significativa zampata. Si pensi a Gli Scarabocchi di Maicol e Mirco o al recente sdegno suscitato da una mostra di opere di Akab. Si parla però di eccezioni collocate sul versante della sperimentazione, quasi sempre confinate nel territorio – per quanto fluido – del fumetto “d’autore”. Quello che davvero manca, oggi, è un fumetto realmente popolare che riesca ad apparire ancora come realmente pericoloso, destabilizzante, indecente.

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Alcune testate delle Edizioni Inkiostro e in particolare The  Cannibal Family sembrano aver colmato questo vuoto. Il cannibalismo, se non legato al genere zombie che oggi tanto spopola, è uno di quei tabù raramente affrontati di petto nell’ambito del fumetto nostrano.

All’interno del parco testate dell’editore, che presenta a dire il vero una qualità media piuttosto discontinua (anche se in continuo miglioramento), The Cannibal Family rappresenta di certo il prodotto di punta, e a ragione. I riferimenti della serie non sono però da ricercarsi nel pur glorioso passato nazionale di questo medium ma, piuttosto, come più o meno esplicitamente dichiarato, nel cinema e più in particolare nel filone dei cannibal movie e nelle pellicole appartenenti al fenomeno del nazisploitation. 

Non a caso due delle prefazioni che aprono il volume sono firmate da Ruggero Deodato, famoso soprattutto per il contestatissimo Cannibal Holocaust, e dal figlio di Antonio Margheriti, prolificissimo autore e artigiano del nostro cinema, regista, fra gli altri, anche della pellicola del 1980 Apocalypse domani. Ma dentro The Cannibal Family c’è, naturalmente, anche tanto recente fumetto statunitense. Le influenze, però, non schiacciano i molti aspetti originali di questo lavoro.

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The Cannibal Family mette in scena la saga della famiglia Petronio, scandendo la narrazione su due binari. Il primo racconta le vicende del capostipite della casta di cannibali, Alfredo Petronio, il quale scopre la passione per l’antropofagia mentre sta combattendo in Campania, nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale. Il secondo si dipana nel presente, ai nostri giorni, sullo sfondo di una qualsiasi delle nostre cittadine di provincia dove il buon Alfredo, ormai anziano, vive con la propria numerosa famiglia, ai cui membri ha trasmesso le sue principali passioni: il gusto per la carne umana e quello per la vendetta.

Il risultato è un mix particolarmente riuscito di sovvertimento dei canoni della soap opera famigliare alla Dinasty, dalle parti del Brian Yuzna di Society per intenderci, e racconto gore. L’escamotage non è certo nuovo, ma qui funziona particolarmente bene. L’esibizione della violenza è candidamente esplicita. La reiterazione delle mutilazioni, delle castrazioni, degli atti di cannibalismo, delle sevizie dimostra certo compiacimento, ma non c’è nessun filtro, nessun ammiccamento, nessuna giustificazione – oltre a quella, utile solo allo sviluppo della trama, della vendetta verso i “cattivi” serviti come pietanze. Insomma: nessuna sovrastruttura o schermo retorico, solo il piacere del mostrare, dell’alzare l’asticella, del compiacere il dis-gusto macabro e voyeuristico del lettore. Perché, anche se come dice Diego Cajelli nella prefazione al primo albo, The Cannibal Family porta avanti un consapevole discorso sul corpo, è pur vero che lo fa distanziandosi intelligentemente da tanti altri simili riflessioni che negli anni si sono sviluppate. Si pensi, ad esempio al ruolo che la carne riveste nel cinema di Cronenberg, ma anche in tanto horror cinematografico incentrato sul tema della mutazione (il già citato Yuzna, il Craven de Le colline hanno gli occhi etc.) e nelle performance di artisti come Gina Pane, Orlan, Andres Serrano o, in particolare, i rappresentanti dell’Azionismo Viennese.

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Non che, anche qui, non esistano punti di contatto – la critica al potere, politico e religioso, ad esempio – ma la funzione metaforica attribuibile al corpo in generale e all’atto cannibalico in particolare cede fortunatamente la ribalta alla dimensione ludica, d’intrattenimento, alle viscere per le viscere. Verrebbe da dire che The Cannibal Family non si prende molto sul serio, se questo non fosse inesatto e irrispettoso nei confronti del lavoro degli autori.

The Cannibal Family si prende molto sul serio, ma per motivi diversi da quelli che potrebbero venire in mente a chi non lo conoscesse. C’è, alla base di questo lavoro, una decisa volontà non nel prevenire le critiche, mascherando il racconto dietro il paravento di una sovrastruttura altra, verrebbe da dire intellettuale, ma piuttosto nell’attirarle. Il rischio più forte che corre quest’opera, così come altre della stessa casa editrice, è che queste beneamate critiche non arrivino. Probabilmente gli autori se lo augurano, e a ragione. Rappresenterebbero una manna. Bisogna però dire che Piccioni, Fantelli e soci ce la stanno mettendo tutta, vomitando sulla carta le loro ossessioni, con una brutalità ruvida che di certo non si aspetta – e non si merita- un ritorno particolarmente riflessivo. 

Non sono certo tutte rose. Le pagine ambientate al tempo presente, che portano avanti, con maggiore coerenza rispetto a quelle dedicate al passato, la trama principale, sono quelle più deboli. La scrittura, pur di ottimo mestiere, a volte cede alla confusione nella continua mescolanza di generi – horror, commedia romantica adolescenziale, giallo, storia di mafia – ma riesce comunque ad avvincere anche per alcune scelte particolarmente azzeccate – ad esempio il ribaltamento dello stereotipo del freak dylandoghiano o lo spostamento nella provincia ‘bene’ di un’ambientazione ripetutamente relegata a contesti rurali – e per i ben calibrati colpi di scena.

Notevolissimo, peraltro, quello che fa da ponte fra il terzo e il quarto albo, ad esempio. Peccato che la necessità di portare avanti un intreccio classico finisca per sottomettere alle necessità narrative gli spunti più originali, che di quando in quando finiscono per risultare soffocati man mano che la storia procede. Inoltre, il parco disegnatori, che si presenta con un livello medio-alto e in grado di restituire un buon grado di omogeneità, adotta uno stile non troppo originale e in linea con molte testate italiane da edicola (anche se il contrasto che si crea con le immagini rappresentate è notevole) e che, soprattutto, paga il pegno di venire accostato a quella che è la vera star di questo fumetto, Rossano Piccioni.

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Piccioni, direttore editoriale di Edizioni Inkiostro, e sovente autore unico delle pagine ambientate nel passato, si dimostra, albo dopo albo, sempre più sorprendente e capace. Meno vincolato – ma non completamente svincolato – alla continuità narrativa, lo sceneggiatore/disegnatore si può permettere maggiori libertà e sembra prenderci man mano sempre più gusto. Le sue tavole mostrano una sintesi sempre più estrema ed istintiva. Il tratto feroce tende ad una dimensione astratta e fauvestracciando, albo dopo albo, un percorso di cui dispiace solo non avere il piacere di vedere ancora il culmine. Se qua e là il tratto appare un po’ frettoloso, alcune tavole si dimostrano davvero potenti per forza immaginativa e libertà creativa. Un’astrazione grafica, un minimalismo sporco e oscuro a cui corrispondono, a volte più a volte meno, una crudeltà immaginativa, una sessualità morbosa che sembrano provenire direttamente dal fondo della coscienza di un rigoroso moralista.

The Cannibal Family si è conquistato col tempo un suo pubblico affezionato ed è riuscito a cooptare autori importanti. Il ché è un bene, sia in termini di varietà che di visibilità. Una fidelizzazione dei lettori ottenuta anche grazie al buon lavoro di marketing fatto, da cui anche editori meno “di nicchia”, almeno dal punto di vista distributivo/commerciale, avrebbero qualcosa da imparare.

Manca forse il passo successivo, quello che potrebbe portarlo all’attenzione di un pubblico più ampio, quel genere di attenzione che renderebbe il prodotto appetibile anche al lettore distratto o abituato a emozioni più convenzionali. Se qualche grande testata si preoccupasse di fare il suo lavoro e di scandalizzarsi un po’, magari con un articolo come questo, sarebbe tutto più facile. Cavolo, del resto siamo ancora il paese in cui l’editorialista di punta di una delle principali testate del paese può affermare, nel 2015, che il rock è il segnale di un disfacimento sociale. Un po’ di amor patrio, che miseria, abbiamo delle tradizioni da difendere.

(Il cannibalismo, al confronto, fa quasi sorridere).