Un Pinocchio francese, cupo e meccanico. Intervista a Winshluss

Winshluss – il cui vero nome è Vincent Paronnaud – è stato ospite all’ultima edizione di Napoli Comicon. L’autore di Pinocchio – volume edito da Comicon Edizioni lo scorso anno – è artista eclettico (ha collaborato anche alla regia del lungometraggio Persepolis), capace di creare un libro ricco di registri grafici e composto da chiavi di lettura molteplici. Inoltre, Paronnaud si è rivelato un individuo estremamente interessante, nella conversazione che abbiamo avuto modo di intrattenere con lui.

Pinocchio è un personaggio nato dalla penna di Carlo Collodi a fine ’800, nel cuore della Toscana, e reso popolare in tutto il mondo dalla versione animata Disney degli anni ’40. Il Pinocchio di Winshluss nasce nel 2009 (e nello stesso anno si aggiudica ad Angoulême il premio come miglior album), figlio sia del Pinocchio originale che della versione animata. È un racconto per immagini suggestivo (spesso muto), un lungo viaggio (di formazione fallita) spietato e tristemente solitario.

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Perché hai scelto di riraccontare la storia di Pinocchio?

Perché volevo un espediente per raccontare con una chiave diversa la modernizzazione e la globalizzazione. Mi avvicinai alla storia di Pinocchio da piccolo, vedendo il cartone animato della Disney, e ne rimasi traumatizzato; ne ho un ricordo molto forte. Mi colpì quella figura di bambino e individuo estraneo e impotente a tutto ciò che gli accadeva intorno e alle persone che incontrava. La mia opera è quindi una sorta di adattamento e rivisitazione di un adattamento, proprio perché era nel cartone animato che mi ero imbattuto prima. Man mano ho finito per individuare nella storia una relazione con la società moderna.

Oltre al lungometraggio Disney cosa ti ha influenzato?

Partendo dal film, si sono sommati molti altri elementi. Amo il fumetto, soprattutto quello più popolare, che leggevo da ragazzino; ma nella mia opera è stata importante anche l’influenza del romanzo picaresco o del romanzo di formazione. Mi appassionano le storie apparentemente comiche, ma che abbiano risvolti duri e profondi.

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Perché raccontare questa storia a fumetti e con un segno così retrò?

Ho trovato che fosse il modo più piacevole per me di raccontare. Avendo poi per le mani un soggetto così universale e popolare, sentivo di poter spaziare negli stili, e introdurre anche graficamente la mia chiave di lettura della storia. Ad esempio una cosa che mi piace molto è lavorare sulla decorazione degli abiti. Inoltre, lavorare col fumetto mi permetteva di rievocare il più possibile quella sensazione nostalgica che mi rimanda all’infanzia e al fumetto popolare che già citavo prima.

Quali sono gli elementi più moderni e universali di questa storia?

Faccio di tutto per risultare universale. Prendo oggetti comuni, che tutti conoscono e possono ritrovare nella loro vita normale, che tu sia un uomo, una donna, o un pollo. Con questo approccio, il mio Pinocchio finisce per avvicinarsi di più a quello di Collodi per come mostro la povertà e la miseria, in maniera praticamente politica.

Pensavi a un pubblico quando hai lavorato al libro?

Di sicuro non ho pensato ai bambini. In realtà non penso proprio a un pubblico quando lavoro. Pensarci secondo me è demagogia pura. Inizialmente lavoro chiaramente da solo, poi al massimo mi confronto con chi mi è vicino, ma non riesco a pensare all’idea di soddisfare un bacino ampio di lettori.

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Perché il tuo Pinocchio è di metallo
?

A differenza di quello originale, volevo che il mio fosse indistruttibile. Poi mi piacciono i robot. Comunque, il mio Pinocchio è di metallo perché è solo un oggetto, molto meno umano del Pinocchio di Collodi. Alla fine, la mia storia non è un viaggio iniziatico; in realtà finisco per concentrarmi di più sul contesto, che sul personaggio, quindi il “protagonista” diventa praticamente un pretesto. Quando si racconta, i protagonisti delle storie possono essere anche oggetti inanimati e passivi.

Come ti poni rispetto alla forte “questione morale” che suscita la storia originale?

Non ho voluto dare alla mia storia una connotazione morale, bensì etica. Avendo poi letto l’originale, mi sono interessato anche alle vicende che ci sono state intorno alla sua pubblicazione e quindi alla questione del finale sostituito, in cui Pinocchio diventa un bambino anziché morire; come invece aveva inizialmente pensato Collodi. Quella parte ormai era fasulla, quindi non me ne sono curato, non era quell’aspetto a interessarmi.