La vignetta politica come comprensione del reale: intervista al vignettista satirico Latuff

 di Ivan Grozny*

«Il potere del fumetto politico è l’abilità di riassumere concetti complessi in un’unica immagine. A volte alcune persone mentre leggono un giornale o le notizie hanno difficoltà a comprendere di ciò che si parla perché spesso gli equilibri, specie quelli internazionali, cambiano rapidamente. E quindi non sempre è di facile comprensione. Penso invece che la “vignetta politica” aiuti il lettore a comprendere molto rapidamente, rende più facile la comprensione».

Carlos Latuff non è semplicemente un disegnatore. Racconta il mondo con le sue incisive vignette dalle pagine di diversi giornali brasiliani. La sua è satira politica. Di origine libanese, nasce a Rio de Janeiro ma vive a Porto Alegre, città nota per essere stata la prima sede del World Social Forum negli anni delle grandi contestazioni (di lui, in Italia è stato pubblicato #Syria, per Giuda Edizioni).

«Prendiamo la cosiddetta globalizzazione. Abbiamo tutti problemi simili. Che si vada in una favela brasiliana o in un campo profughi riesci a vedere situazioni simili. Sono solito dire che abbiamo nemici in comune. E questo nemico è lo stesso per tutta la povera gente, per i palestinesi, i neri dell’America, Medio Oriente, Africa, eccetera. Ecco perché dobbiamo essere solidali con tutti perché ho visto che alla fine subiamo tutti gli stessi tipi di dinamiche».

È a margine del Forum Sociale Mondiale di Tunisi che incontro Carlos Latuff. E’ una giornata ventosa e lo trovo avvolto da un kway azzurro che si ripara dal freddo. «Non mi aspettavo questo clima’, ridacchia. C’è un sacco di gente che si appresta ad affollare i vari incontri così camminiamo un po’ prima di trovare il luogo adatto dove parlare un po’. Ci scaldiamo con una tazza di bollente caffè nero e ci sistemiamo lungo uno dei corridoi che solitamente è sede del polo universitario. Ma le giornate del FSM trasformano per qualche giorno questo spazio che si riempie di persone da tutto il mondo e dove si possono ascoltare attivisti dei diritti umani come artisti impegnati come Carlos Latuff.

Il tuo lavoro è molto apprezzato, ma allo stesso tempo vieni spesso attaccato, senza mezzi termini.

Latuff: La critica mi lancia accuse diverse, ma credo che sia normale. Dicono molte cose ma durante tutto il corso della storia gli artisti si sono spesso trovati nei guai per aver criticato e accusato il potere, chi ci governa. Nel mio caso per avere detto certe cose tramite i disegni, le vignette, avere espresso le proprie opinioni. L’artista deve sapersela cavare sia di fronte alla critica che a fronte delle campagne diffamatorie. Si può andare d’accordo o meno con quello che dico, con le mie vignette, ma al tempo stesso bisognerebbe essere altrettanto coerenti quando mi attaccano e mi diffamano. Questa è la strategia ad esempio di quelli che prendono le parti dello stato di Israele. Non sono d’accordo con la mia visione delle cose e mi chiamano nazista, sessista, antisemita, cose del genere. Chi tratta questi temi politici deve essere preparato a questo genere di attacchi.

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Quando ti sei reso conto di avere questa facilità di sintesi attraverso il linguaggio del fumetto?

Ho cominciato che ero molto piccolo, a disegnare. Nel 1990 ho provato ad associare i miei disegni alle vertenze sociali e ho iniziato a fare io i manifesti per le manifestazioni, poi ho cominciato a disegneare per i sindacati. I miei disegni avevano lo scopo di essere messi sui volantini e così ho subito avuto contatto diretto con le istanze e le lotte. All’inizio non mi sentivo semplicemente un osservatore che attraverso le vignette dava la sua visione delle cose, ma con il passare del tempo ho cominciato a essere sempre più consapevole delle cose, come la brutalità della polizia brasiliana, la causa palestinese, ecc…

I più, a proposito del tuo Paese, il Brasile, ignorano i suoi reali problemi. Anzi sono convinti che i grandi eventi sportivi che si susseguono uno dopo l’altro siano una grande opportunità. Mi riferisco alla Coppa del Mondo e ai prossimi Giochi Olimpici.

È stato un bene per poca gente, per certi marchi/corporation, come Nike, Coca Cola o per il Governo. Non riesco a capire che beneficio può portare questo a chi vive nelle favelas. Alcuni sono stati addirittura mandati via di casa per consentire la costruzione di infrastrutture per la coppa del Mondo, che senso può avere questa cosa? Lo Stato ha avuto beneficio dalla Coppa, ma non la gente comune. Poi ci sono stati molti casi di corruzione, più di prima. E dopo la Coppa gran parte di queste opere costruite per l’evento si sono rivelate inutili. Come ad esempio gli stadi o altro… Non vedo che beneficio possa avere tratto la popolazione.
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Il tuo Paese è sempre descritto allo stesso modo.

Fa parte dell’ignoranza, dei luoghi comuni, di chi viene dall’estero, ma c’è anche la politica del governo rispetto al turismo che propaganda un certo tipo d’immagine. Se osservi i manifesti pubblicitari del Brasile si vede sempre la samba, il carnevale, le ragazze. E questo alimenta stereotipi.

Sono tante le cause che segui: dalle lotte per i diritti in Bahrain allo Yemen, dal Latino America all’Europa. Quali sono in questo momento quelle che ti appassionano di più?

Noi non possiamo scegliere quale istanza sia più importante, ma ci sono delle cose che magari personalmente mi toccano più da vicino. La causa palestinese ad esempio o la brutalità della polizia brasiliana contro gli abitanti delle favelas brasiliane. Non è questione di importanza, il modo in cui io percepisco queste cose è molto personale. Sono le due “lotte” che mi emozionano e coinvolgono di più.

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*L’autore di questa intervista, Ivan Grozny (pseudonimo di Ivan Compasso), ha fatto parte per una decina di anni della redazione di sherwood.it, presso cui ha ideato e condotto il programma Brasils su sport e resistenza in Brasile. Ha collaborato a Sciacalli di Corrado Zunino ed è stato direttore della testata online www.sportallarovescia.it. Per Agenzia X insieme a Mauro Valeri ha firmato “Ladri di Sport, dalla competizione alla resistenza” (2014) ed è in uscita a maggio il suo nuovo libro, “Kobane Dentro” sempre per lo stesso editore. Collabora con Repubblica.

La pubblicazione di questa intervista è stata possibile grazie alla collaborazione di Claudio Calia.