L’età degli assoluti e delle certezze. Il Ladro di Libri, conversazione con Alessandro Tota

Non c’è periodo di assoluti quanti se ne hanno attorno ai vent’anni e non c’è, forse, troppa differenza tra le velleità di un ventenne contemporaneo e quelle di un aspirante poeta negli anni cinquanta della Francia esistenzialista.

Di assoluti e di gioia inaspettata ci ritroviamo a parlare assieme ad Alessandro Tota (già autore di Fratelli, Yeti e Palacinche) intervistandolo sulla sua ultima pubblicazione, Il ladro di Libri (QUI potete sfogliare la nostra anteprima), mentre eravamo preparati piuttosto a discutere di interpretazioni metaforiche del mondo dell’arte e della critica letteraria.

Realizzato assieme al disegnatore Pierre Von Hove e originariamente edito da Futuropolis, il volume è tradotto e in uscita in questi giorni per i tipi di Coconino Press.

È il 1953 e il giovane studente Daniel Brodin si trova a Parigi per studiare all’università di legge: una serata mondana, una circostanza fortuita, e Brodin si ritrova a vendere come sua creazione una poesia di un autore misconosciuto. Il plagio passa inosservato, la poesia ha successo e per Daniel si aprono le porte di nuove possibilità, accolto nel circolo esclusivo degli intellettuali parigini, della rivista Les Temps Modernes di Sartre.

Ma Daniel è giovane, appunto un ventenne, e la città in cui si muove è la Parigi di Saint Germain, delle avanguardie, dei bistrot e della vita dissoluta. Un vortice di eventi spingerà Daniel ad essere vittima, carnefice, agitatore, raffinato artista e dissoluto avanguardista, fino al rocambolesco epilogo.

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Alessandro, come è nato il progetto?

Tempo fa all’atelier “Les Dents De La Poule” ho conosciuto Pierre Van Hove: all’epoca veniva per disegnare assieme agli altri artisti presenti nello studio mentre si manteneva con lavori d’altro genere.

Dopo aver collaborato per un po’ con lui ho cominciato a riflettere su quanto fosse ingiusto il fatto che ancora non avesse pubblicato. Allora gli ho proposto, scriverò io un libro per te! Volevo davvero che producessimo qualcosa assieme e che lui avesse possibilità di pubblicare, apprezzo il suo lavoro e credo se lo meritasse.

Ci tengo a sottolineare come Il Ladro di Libri sia nato da una collaborazione tra noi due: non considero Pierre l’esecutore di qualcosa scritto da me.

Il trait d’union che ci ha legato è stato l’amore per un certo tipo di fumetto, peraltro di origine americana: Robert Crumb, Daniel Clowes… Il vero esperto delle avanguardie del dopoguerra, argomento del libro, è Pierre, io conoscevo molto meglio le avanguardie di inizio secolo, anche se adesso ho studiato molto anche i movimenti che sono al centro della nostra narrazione.

Siamo partiti da una prima idea molto diversa, volevamo raccontare la storia del Beat Hotel (un piccolo hotel nel Quartiere latino di  Parigi dove soggiornarono alcuni tra i massimi esponenti della beat generation, NDR). Poi abbiamo deciso di evitare personaggi già noti come protagonisti della narrazione. Saremmo caduti nel genere biografico che ora va tanto di moda e non era quello di cui io e Pierre ci volevamo occupare.

Abbiamo lavorato quindi su personaggi sconosciuti o poco noti, comunque non esplicitamente citati nel testo: Pierre aveva già letto molti testi sul periodo delle avanguardie, comprese memoir dei membri dell’Internazionale Lettrista ed edizioni rare, e mi ha passato una grande quantità di libri.

I membri della cosiddetta “Internazionale Lettrista”, il movimento che poi sfocerà nel Situazionismo, erano agitatori, dissacratori, non cercavano definizioni e preferivano il valore creativo dell’azione e del gesto a qualunque altra forma artistica.

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Come si è sviluppata la vostra collaborazione, visto che ci hai detto di considerare Pierre quasi un coautore alla pari?

Ho scritto di getto il primo capitolo, e lo stesso giorno ho appuntato la scaletta complessiva del libro, che è rimasta più o meno la stessa fino alla fine. Ho dato lo storyboard a Pierre e lui, invece di disegnarci sopra, riprendendolo pari pari, o invece di fare correzioni, ha integrato il lavoro con un suo secondo storyboard. Io l’ho rivisto generando un terzo livello di storyboard e siamo andati avanti così, senza un testo scritto. La divisione in capitoli ci è stata utile per gestire il lavoro, abbiamo fatto un capitolo alla volta. Per questo, dico, si è trattato di un lavoro visivo, sviluppato assieme.

Certo, io ho scritto la storia e comunque dato un senso alla narrazione globale, all’equilibrio delle parti. Sono indicato quindi come sceneggiatore. Pierre si è occupato principalmente del disegno anche se si è ritrovato a riscrivere alcune cose che non lo convincevano: ad esempio il dialogo di Brodin e dei suoi amici con l’antillese, nel capitolo dove compare questo personaggio misterioso.

È stato uno scambio continuo: il materiale culturale l’ha fornito Pierre, io ho lavorato sul character design… Il personaggio di Daniel Brodin è stato disegnato da me, ho stabilito atteggiamenti e recitazione, mentre la banda dei lettristi l’ha tirata fuori lui e io ho scritto in funzione dei suoi schizzi.

Un lavoro strettamente intrecciato, quindi.

Possiamo leggere nel vostro testo una critica al mondo dell’arte, sia a livello dei produttori di cultura, gli editori, i curatori, che a livello del singolo artista che mente per creare? Le possibilità di Daniel si aprono quando il giovane compie un plagio e la menzogna è una costante del suo modo di scrivere e descrivere il mondo che lo circonda.

No, non abbiamo pensato ad una critica, tantomeno ad una critica attualizzabile. Descrivendo una storia posso descrivere un milieu, una condizione, ma non si tratta mai di un assoluto.

Certo, i membri dell’intellighenzia, che è sempre forma di potere, un establishment, si prestano ad essere attaccati con l’arma della satira.

Una cosa che mi stava molto a cuore nella storia è la felicità di Daniel Brodin quando gli eventi gli hanno portato via tutto, al momento della sua completa sconfitta, quando trova la libertà e l’amore. Ed è felice davvero! Questa condizione, la possibilità di viverla in una particolare fase dell’età, quel tema mi interessava esplorarlo a fondo.

Quindi il vostro protagonista è felice davvero in quel frangente? Perché la sua autonarrazione nel corso del libro è sempre iperbolica e gonfiata, anche quando i fatti contemporaneamente lo smentiscono.

Daniel si racconta, crea se stesso, si inventa. Non è quello che facciamo tutti? In qualche modo creiamo una serie di maschere diverse nelle quali ci identifichiamo a seconda delle situazioni. Un semplice cambio di punto di vista può determinare una percezione completamente diversa di una situazione che a livello pratico non è cambiata granché. Ricordiamo anche sempre che Daniel è un ragazzo di diciannove anni per cui le sue esperienze sono amplificate, anche solo dagli ormoni!

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Ci sono dei particolari riferimenti pittorici a cui vi siete rifatti tu e Pierre per rappresentare Parigi di notte?

I riferimenti in realtà sono stati quasi tutti fotografici: Doisneau, un libro fotografico che si chiama “Le vin des rues”, ma soprattutto lo straordinario libro fotografico Love on the left bank di Ed Van Der Elsken.

La Parigi degli anni cinquanta è stata fotografata moltissimo per cui non è stato difficile trovare materiale.

Abbiamo fatto anche dei veri e proprio sopralluoghi, a sfatare il mito dei fumettisti chiusi in casa a disegnare!

Nel libro ha un ruolo importante la casa/atelier di un pittore: abbiamo preso ispirazione direttamente alla casa di Balthus. Siamo stati al ristorante di fronte, abbiamo chiesto il favore di farci accedere ai piani superiori e abbiamo esplorato e documentato i tetti del quartiere (cambiati poi parzialmente nei disegni in funzione all’episodio che dovevamo raccontare).

Pierre ha preso qualche riferimento stilistico, per rendere un segno che ricordasse quello delle produzioni di metà del novecento?

Non credo che Pierre sia andato a studiare autori, come ad esempio Tardi. Credo abbia seguito una suggestione, un’atmosfera, andando a vedere diverse cose a seconda del bisogno.

Veramente i riferimenti sono stati più fotografici. Il libro di foto che citavo prima, quello di Ed Van Der Elsken è stato centrale. Il fotografo aveva vissuto con loro, con i lettristi, e li ha potuti ritrarre da vicino.

Se ho subito un’influenza nella scrittura, questa è stata l’opera di Roberto Bolaño: I detective selvaggi. Nella prima parte dell’opera il protagonista è un giovane poeta che si trova in mezzo alla nascita di un movimento artistico a Città del Messico.

Volevo scrivere un libro di avventure ma di ambientazione metropolitana.Un’avventura picaresca in ambiente letterario.

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Jean-Paul Sartre è un grande assente nel libro, molti lo citano e lo aspettano ma lui non si presenta mai. Perché?

È sempre legato al discorso della narrazione sui personaggi famosi. Veicolano l’attenzione e diventano immediatamente il centro del discorso. Noi volevamo personaggi sconosciuti! All’epoca Sartre era praticamente Dio, se Brodin l’avesse incontrato avrebbe realizzato un sogno. Invece Sarte, assieme addirittura alla De Beauvoir, li incontra un altro personaggio in modo totalmente imprevisto!

C’è un riferimento esplicito nel testo a Jean Genet, autore che negli anni cinquanta scrisse proprio Diario di un Ladro, autobiografia al limite tra la descrizione della reale esperienza di vita e il falso biografico. È citato apposta come riferimento a Brodin, e alla sua velleità di scrivere memorie di vita vissuta resa iperbolica tramite la finzione?

C’è un riferimento indiretto all’opera di Genet. Ho letto un paio di volte la biografia che di lui scrisse Edmund White, Ladro di Stile. Quel testo ci è servito moltissimo, è pieno di dettagli di vita e di piccole esplorazioni della Parigi di quell’epoca: c’è una scena nel libro in cui Brodin racconta come rivendere un volume rubato o di come commettere un furto d’auto. Tutte informazioni che abbiamo preso dal testo di White.

Questo era quello che ci interessava e che abbiamo provato a fare: raccontare una storia totalmente inventata, vissuta da personaggi sconosciuti, e collocarla in un contesto assolutamente realistico, preciso e dettagliato in ogni particolare.

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