News Pretty Deadly: in che senso western al femminile?

Pretty Deadly: in che senso western al femminile?

Deve essere davvero svilente far parte del team creativo dietro Pretty Deadly. Di questo fumetto ne hanno parlato bene o male tutti, soprattutto oltreoceano (grazie alla controversia nata sulle pagine del sito Comic Book Resources), riuscendo nel miracolo di polarizzare ogni possibile opinione in due estremi opposti, di cui nessuno dei due relativo alle sue effettive qualità.

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Il mondo si è diviso tra chi proprio non ce l’ha fatta a non mettere l’accento sulla terribile definizione di western al femminile e tra chi ha fatto di tutto, in un impeto di progressismo così esibito da sconfinare nel ridicolo, per evitare questo argomento “così spinoso”. Ancora una volta ringraziamo il potere della rete di annullare ogni sfumatura di grigio (tranne quelle legate a terribili best seller da supermercato) a favore di chi non riesce proprio a fare a meno del titolo a effetto e di chi rimane troppo innamorato della propria voce. A perderci sono state soprattutto le ragazze al lavoro su questo titolo, al centro di un tipo di attenzione che probabilmente non avrebbero mai voluto. Certo, questa ha portato un’impennata di vendite che ha elevato il titolo al vertice delle pubblicazioni Image, ma sono cose di poco conto.

In realtà, almeno per chi scrive, la questione merita un analisi un minimo più approfondita e soprattutto scissa in due parti ben diverse.

Il compito del critico in questi anni di condivisione globale dovrebbe allontanarsi il più possibile dall’esprimere un giudizio qualitativo. In primis perché tutti siamo in grado di fruire in maniera gratuita di qualsiasi opera ben prima di procedere all’acquisto, rendendo i vetusti consigli per gli acquisti composti da qualche ritaglio di cartellina stampa con appiccicate sotto un pugno di stellette qualcosa di urticante e nauseabondo.

In secondo luogo perché ognuno ha il sacrosanto diritto di investire il proprio denaro e il proprio tempo libero come meglio crede, senza bisogno di eminenze grigie pronte a ricordargli che forse sarebbe meglio concentrarsi sull’ultimo libro di Manuele Fior rispetto all’ennesimo rilancio dei Vendicatori.

L’unico modo per sfuggire da queste meccaniche è l’analisi del prodotto e la sua contestualizzazione rispetto a tutto quello che è venuto prima, cosa che richiede un minimo di cultura e di capacità critica. Solo così è possibile sbilanciarsi un po’ più del puberale “i disegni fanno schifo!”, senza paura di finire nel gratuito. Da questo punto di vista l’approccio a Pretty Deadly non deve assolutamente tenere conto del sesso delle sue autrici. Se è un buon fumetto è un buon fumetto, che sia scritto da uomini, donne o chicchessia.

Il fatto che in un sacco di recensioni si legga la definizione di “western al femminile” – e vi assicuro che non si fa riferimento al fatto che le protagoniste siano quasi tutte donne – mi fa capire che questo concetto probabilmente non sia poi così diffuso come crediamo. Poco importa se tradizionalmente siano i bambini a giocare a cowboy e indiani, questo non deve implicare per forza di cose che le ragazzine ne siano escluse. Mi ricordo una vecchia comunicazione aziendale arrivata dalla Lego, dove si spiegava a tutti i genitori in ascolto che non c’è niente di male se i propri figli maschi si divertono a costruire case per le bambole piuttosto che astronavi. In fin dei conti si tratta di soggetti molto più caldi e umani, a differenza dei freddi mezzi che sfrecciano nello spazio. Alla stessa maniera si tranquillizzavano anche tutti i genitori di bambine appassionate di motori a propulsione e salti nell’iperspazio, perché questi sono… beh… una gran ficata (non sono le testuali parole ma ci vanno molto vicino).

Da questo punto di vista non esiste un western al femminile, ma solo un western con protagoniste femminili. E qui passiamo al secondo punto, dove invece la biografia delle autrici potrebbe – condizionale d’obbligo – contare parecchio.

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Se bazzicate le pagine di qualche portale improntato sulla cultura pop è impossibile che vi sia sfuggita la frequenza con cui si sollevano polemiche sul sessismo della moderna industria dell’intrattenimento. Spesso chi protesta ha una buona parte di ragione, in altri casi è puro fango mediatico dato in pasto alla macchina dei click. In questo contesto ogni volta che un fumetto ha una firma femminile parte un battage comunicativo con un obbiettivo ben preciso: stamparci bene in testa l’immagine di questa fortunata donna che finalmente riesce a squarciare il velo di testosterone attorno a questo mondo di eterni ragazzini. Ora ha il potere di scrivere fumetti che parlino alle ragazze senza luoghi comuni, piantando la bandiera del femminismo in territori vergini.

Basta avere un minimo di cultura per sapere che le cose non vanno esattamente così. Penso che l’esempio di Karen Bergen sia perfetto per chiarire questa cosa. Per chi non lo sapesse parliamo dell’editor che nel 1993 – 22 anni fa, tanto per chiarire – ha portato al successo un esperimento folle come la Vertigo, cambiando il mondo del fumetto per sempre. Eppure non mi pare che i suoi lavori lascino trasparire in qualche modo la sua sessualità o qualche forma di rivendicazione di genere. Erano “solo” storie fantastiche. Il suo percorso è stato eccezionale, probabilmente irraggiungibile, e nessuno ha mai pensato di mettere l’accento sul fatto che fosse una donna. Con ogni probabilità le ragazze dietro Pretty Deadly avrebbero sperato lo stesso, quando invece le cose sono andate molto diversamente. Tutta colpa del contesto temporale.

In questa serie le protagoniste sono tutte donne belle e letali, mentre la narrazione si perde in leziosità barocche e in metaforoni abbastanza abusati. Siamo a un livello superiore di certe produzioni seriali di casa Marvel o DC, ma è del tutto assente quella marcia in più che tanti titoli Image stanno dimostrando di avere. Parliamo di pura fascia media, dove essere derivativi è quasi la norma.

Va detto che le mire sono alte, ma il talento ancora acerbo. Nonostante questo ritratto, l’aspetto che rimane più ammirevole di tutto il lavoro è la volontà di scomparirci all’interno da parte delle autrici. In questi anni dove ognuno si sente nella posizione di strillare nella maniera più forte possibile non posso che considerarla una scelta forte, coraggiosa e davvero guidata dalla passione per il fumetto. Sembra paradossale, ma nella loro posizione rimanere zitte è una presa di posizione ben definita. Eppure Wikipedia riesce comunque a infilare questo titolo nella lista dei “List of feminist comic books“, a dimostrazione di come la percezione sia del tutto sfalsata. Come se in tutti gli arabeschi e in tutti i rimandi a storie d’amore senza tempo che intarsiano questo western dovessimo per forza di cose vederci l’influenza femminile.

Sono luoghi comuni in cui si rischia di cadere nel cercare di sfuggire in ogni modo al rischio di apparire banali o prevenuti. Una minaccia che forse influenza tanto noi lettori quanto le autrici, richiudendoci in un loop dove pare di stare fermi su se stessi. Passano gli anni eppure nella mia esperienza l’opera più memorabile dal punto di vista di gender rimane Chicanos di Trillo e Risso. Dove la protagonista non era una bellissima pistolera figlia della morte ma una un’immigrata messicana, bruttarella e dalle forme più goffe che prorompenti (memorabile la gag in cui passa accanto a una gang di stupratori preoccupandosi di chissà quali conseguenze, per poi accorgersi di non aver suscitato neppure un volgare commento da cantiere) capace di risolvere casi intricatissimi. Alla stessa maniera non mi sovviene nessuno in grado di tratteggiare – sia nel disegno che nei testi – figure femminili più desiderabili di Terry Moore.

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In un vecchio articolo di Comics Book Resources – ripreso su Fumettologica – venivano elencati 15 fumetti femministi. Illuminante il commento di un lettore che fa notare come gli scrittori di queste serie siano quasi tutti uomini. Proprio come gli esempi che ho portato io stesso poco sopra. Cosa dovrebbe dimostrare questa cosa? Non ne no sono sicuro, ma penso manifesti la pressione a cui sono sottoposte le lavoratrici nel mondo dell’intrattenimento. Schiacciate tra le femministe militanti, pronte a vedere il male ovunque, e tra chi riesce a leggere tracce della loro sessualità in qualsiasi cosa possano produrre.

In questa situazione non stupisce vedere come i migliori personaggi femminili siano ancora nelle tastiere di sceneggiatori uomini, ben al di fuori di questo strano gioco di poteri pronto a viziare la nostra percezione dei fatti.

Mi spiace dirlo, soprattutto per le autrici, ma se Pretty Deadly avesse venduto le copie che effettivamente meritava di vendere – per chi non lo avesse ancora capito, meno di quelle che sono state effettivamente piazzate – sarebbe stato un ottimo segnale per la società. Sarebbe significato che tutti lo avremmo preso per l’innocuo, bizzarro western che è, senza il bisogno di costruirci attorno lunghi articoli come questo.

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