Focus 10 anni dopo Batman Begins, le origini del film

10 anni dopo Batman Begins, le origini del film

Sono passati dieci anni da quando il regista Christopher Nolan ha rivitalizzato il personaggio di Batman, grazie al suo film Batman Begins. Insieme allo sceneggiatore David S. Goyer, Nolan, cineasta amato/odiato dagli spettatori (vedere i commenti a questo pezzo per un piccolo spaccato del suo pubblico), ha dato vita a un lavoro che ha influenzato i cinecomic e, più in generale, i franchise di tanta produzione seriale nella Hollywood dei nostri giorni. A ripercorrerne la genesi emerge una storia piena di ripensamenti e passi falsi che – forse oggi ancora più di allora – ci ricorda quante cose siano accadute, in questi dieci anni di boom cinematografico del fumetto americano.

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L’inizio della vicenda risale a poco meno di 20 anni fa. Batman & Robin (1997) uscì nella sale di tutto il mondo. Incassò bene all’estero, non altrettanto in patria, dove fu accolto con fischi e scherno, in specie per il suo tono farsesco. «Ti siedi lì sentendoti un cerebroleso e pregando che questo gran casino abbia fine», scrisse il New Yorker.

Eppure i dirigenti della Warner Bros erano rimasti talmente impressionati dalla visione dei giornalieri da blindare Joel Schumacher per un sequel e commissionare a Mark Protosevich una trama per un nuovo episodio, provvisoriamente intitolato Batman Unchained (online è conosciuto come Batman Triumphant, ma Protosevich nel recente pezzo di Hollywood Reporter informa di non sapere da dove derivi quest’ultimo titolo). Sarebbe dovuto essere un greatest hits della saga, con i cameo dei precedenti antagonisti e due nuovi cattivi: lo Spaventapasseri e Harley Quinn. Allo Spaventapasseri era affidato il ruolo di cattivo principale, mentre due sottotrame prevedevano il ritorno di Joker negli incubi di Batman, causati dalle tossine dello Spaventapasseri, e l’arrivo di Harley Quinn, intenzionata a uccidere Batman per vendicare il suo amato Mr. J. I produttori si erano mossi anche sul versante del casting: in corsa per lo Spaventapasseri c’erano Howard Stern, Nicolas Cage, Steve Buscemi, Ewan McGregor e Jeff Goldblum, e si era vociferato di un coinvolgimento di Madonna come Harley Quinn; per discutere quest’ultimo ruolo, Protosevich aveva perfino pranzato con Courtney Love. Ma con il fiasco di Batman & Robin, il progetto si sfaldò davanti ai loro occhi.

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Un anno dopo, Lee Shapiro e Stephen Wise parlarono a uno dei produttori, Greg Silverman, della loro visione per il franchise: un ritorno alle radici del Cavaliere Oscuro. Per enfatizzare questo aspetto, il progetto fu ribattezzato Batman: DarKnight. Questo vedeva Bruce Wayne in profonda crisi dopo essersi reso conto di aver perso la sua arma più importante nella lotta al crimine, l’alone di mistero e paura che lo circondava. Dick Grayson, nel frattempo, cercava di farsi una nuova vita studiando alla Gotham University, dove insegnava il dottor Jonathan Crane (nato senza il senso del tatto), il quale lavorava anche come psichiatra all’Arkham Asylum, impegnato in radicali studi sulla paura. Durante un acceso confronto con il collega Kirk Langstrom, Crane lo trasformava accidentalmente in Man-Bat, orrido mostro metà uomo e metà pipistrello che seminava il terrore in tutta Gotham. La cittadinanza credeva che queste stragi notturne fossero opera di Batman, e all’eroe non restava che tornare in azione per fare luce sul mistero.

Silverman fu entusiasta della proposta, in particolare del nuovo antagonista, Man-Bat. I due ottennero il via libera per fare un tentativo e la prima bozza fu spedita a Tom Lassally, responsabile della sezione sviluppo cinematografico della Warner, che però lasciò la Warner poco dopo, e il suo rimpiazzo, Jeff Robinov, bocciò l’idea, non trovandola congeniale. Robinov procedette a un drastico cambio di rotta: da quel momento i copioni avrebbero dovuto guardare ai fumetti come fonte d’ispirazione primaria. Dalle parole di Shapiro emergeva l’insicurezza dei dirigenti nei riguardi della saga: «Prima che approvassero Batman Begins c’erano soltanto quattro o cinque idee per delle storie sul tavolo, e questo è un numero molto basso per Hollywood.»

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Robinov, oltre a imporre Batman: Anno uno come punto di partenza, propose di ricominciare con un approccio fresco e giovane, grazie all’input di una nuova generazione di cineasti. Per questo Schumacher, interessato alla regia di un film di Batman tratto da Il ritorno del Cavaliere Oscuro, fu allontanato dal progetto.

Gli executive chiesero all’indipendente Darren Aronofsky, artefice di π – Il teorema del delirio, di illustrare le proprie idee per il franchise in un colloquio informale. «Dissi loro che volevo Clint Eastwood come un attempato Batman e che avrei girato in esterni, a Tokio, spacciandola per Gotham», rivelò il regista anni più tardi. Aronofsky era però nel bel mezzo delle riprese di Requiem for a Dream, e Year One fu messo in stallo. Nel frattempo, sul versante televisivo, lo show animato Batman Beyond (con protagonista un Uomo Pipistrello del futuro) stava riscuotendo il plauso di critica e pubblico. Un team di lavoro, composto da Paul Dini, Neal Stephenson e Boaz Yakin – quest’ultimo anche regista del progetto – si mise all’opera per produrre un copione cinematografico. Aronofksy disse a proposito: «A un certo punto sembrava ci fosse una speranza che, nella stessa maniera in cui la DC fa uscire varie testate di Batman per diverse fasce di lettori, venissero fatti diversi tipi di film. Quindi io mi stavo candidando a fare un Batman vietato ai minori, si poteva fare per poco prezzo, magari in 16 mm, e distribuirlo dopo l’uscita del film per bambini, dicendo “Quello era per bambini, questo è per adulti”.»

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L’infatuazione per Batman Beyond ebbe vita breve, e lo studio diede priorità a Year One: assoldò Aronofsky per scrivere e dirigere la pellicola, e questi portò con sé Frank Miller come co-sceneggiatore (i due avevano già lavorato a un adattamento fallito di Ronin). Nella loro sceneggiatura Bruce, dopo la morte dei genitori, viveva con Big Al, un meccanico che lo allevava come un figlio. Dopo la morte di Al, Bruce era accudito dal figlio, Little Al, il quale fungeva da tutore e maestro per il giovane. La Batmobile era una Lincoln Continental modificata e il simbolo del pipistrello derivava dall’anello del padre di Bruce, le cui iniziali, TW, intersecate tra di loro venivano impresse sulla carne dei criminali che Bruce picchiava senza pietà. I notiziari scambiavano il segno per il simbolo di un pipistrello e Bruce si adeguava al nomignolo che la stampa gli affibbiava, The Bat-Man. Gordon era un poliziotto onesto, ma psicologicamente provato (la sua scena d’apertura lo vedeva seduto in un bagno a meditare il proprio suicidio), Selina Kyle era la proprietaria di un bordello e Bruce era motivato da un odio puro e spietato verso la corruzione, tanto da conficcare una penna nell’occhio del corrotto commissario Loeb nel climax del film.

Le situazioni erano adulte e le motivazioni psicologiche del protagonista più vicine, per dichiarato omaggio del regista, ai personaggi di Taxi Driver e Il braccio violento della legge. I produttori, vedendo gli storyboard completi, capirono che la visione di Aronofsky si apprestava a essere fin troppo cupa per i loro standard. «Erano scioccati da quanto ardito fosse il copione e volevano edulcorarlo il più possibile, mentre noi lo volevamo il più tosto possibile», disse Miller.

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I produttori quindi chiesero prima ai fratelli Wachowski e poi a Joss Whedon di elaborare un nuovo trattamento. I Wachowski produssero una sceneggiatura vicina alla fonte fumettistica, con alcune differenze, tra cui il ruolo di Selina Kyle, ora un’attivista per la salvaguardia degli animali, e la presenza del Joker nel finale (se volete approfondire, Sequart ne ha scritto in un lungo articolo). Whedon, invece, centrò la sua proposta sull’idea di rendere la perdita dei genitori un trauma ma allo stesso tempo una motivazione di riscatto. Per l’autore, il cuore del film stava nella scena in cui un Bruce tredicenne respingeva il gruppo di bulletti che lo aveva tormentato. Creò perfino un personaggio inedito, una guida per l’eroe che, nel terzo atto, si rivelava essere la sua nemesi: «Non era uno dei suoi classici avversari», ha spiegato in Joss Whedon: The Biography, «ma un tizio alla Hannibal Lecter, qualcuno che era stato ad Arkham Asylum e con cui Bruce aveva studiato.» Ma nemmeno il futuro regista di Avengers riuscì a craccare il problema, perché, come per Wonder Woman, lo studio «non era sulla mia stessa lunghezza d’onda» (quella fu una giornataccia per Whedon: la mattina gli risposero picche su Batman e il pomeriggio si vide cancellato Firefly).

Come racconta Robinov a Digital Spy, il tortuoso percorso dell’adattamento di Year One trovò poi soddisfazione nel gennaio 2003, quando Christopher Nolan, giovane regista fattosi notare per Memento e già alla corte Warner con Insomnia, presentò le sue idee in un pitch di quindici minuti: «Entrò e disse “Sentite, questo è quello che voglio fare, questa è la mia idea visiva del film e di dove devono andare i personaggi. Sarà diverso da qualsiasi film di supereroi visto prima”.»

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Nolan stesso ha rivelato la fonte d’ispirazione primaria per il film: «Il Superman di Richard Donner. […] Per quanto brillante – e lo era molto – Batman di Tim Burton è un Batman idiosincratico e gotico e ho sempre pensato che ci fosse questo vuoto nella cultura pop perché avevamo un Superman come quello di Donner ma non c’era nessun Batman come quello di Donner.» All’alba della nuova reiterazione batmaniana, il segno lasciato dieci anni fa da Batman Begins è ancora visibile, non solo per aver portato in campo un’idea di supereroe ancorata al realismo – anche della messa in scena – ma soprattutto per aver espiato il senso di colpa insito nel ricominciare da capo una storia: «Non so chi abbia coniato il termine ‘reboot’ ma di certo è stato dopo Batman Begins. Non avevamo alcun riferimento per quel genere di operazione. Era più una cosa tipo “nessuno ha mai narrato le sue origini trattandolo come un blockbuster d’azione contemporaneo”.»

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