Dalla guerra a Shakespeare. Intervista a Fabio Visintin

L’ultimo libro di Fabio Visintin, Natali Neri e altre storie di guerra (Comic Out), premio Micheluzzi 2015 come Miglior Storia Breve, è una silloge di racconti spietati, che mostrano senza orpelli la costante condizione di guerra dell’essere umano. Una guerra che non solo si manifesta nei conflitti bellici, ma anche nell’apparente ingannevole tranquillità del quotidiano.

Eppure, sottesa a questa crudele rappresentazione, si avverte un forte sentimento di pietas, una profonda empatia umana fondata sul riconoscimento della bellezza. Le opere di Visintin sono colme di riferimenti letterari, ma senza vezzi postmoderni: le citazioni sono una sorta di mappa concettuale che orienta il lettore nelle riflessioni originali dell’autore. Lo stile, insieme scarno e visionario, a volte si accorda a volte stride con il ritmo della narrazione, creando effetti a volte armoniosi, a volte stranianti.

In questa conversazione con l’autore parliamo anche della sua opera precedente, L’Isola, interessante esperimento narrativo ispirato a La Tempesta di Shakespeare.

natali neri visintin

Ti aspettavi il Premio Micheluzzi?

Veramente no. Ci ha sorpreso, il premio è stato segreto fino all’ultimo secondo, c’erano in lizza storie molto eterogenee e tutte valide, quindi c’erano molte variabili. Ovviamente, mi ha fatto molto piacere, non solo a livello personale, ma anche per Laura Scarpa: è stato premiato il grande lavoro di una piccola casa editrice.

Significativo, in questo senso, è stato anche il premio a Ratigher per un fumetto autoprodotto…

Si, è stato importante. La giuria senza dubbio ha letto con attenzione le opere premiate. Non si è visto sbilanciamento alcuno nei confronti di alcun editore, sono stati espressi solo dei giudizi, ovviamente opinabili, ma certo legittimi. Quando si selezionano cinque storie e sono tutte valide si crea la situazione per cui una vince giustamente e cinque perdono ingiustamente.

Qual è l’aspetto peculiare del tuo libro rispetto alle tue opere precedenti, se dovessi introdurlo a chi ancora non lo ha letto?

Devo dire che in questo caso sono molto contento del mio modo di narrare. La rivista ANIMAls, sulla quale le storie sono uscite a puntate, mi ha concesso grande libertà di espressione. Credo che la mia chiave sia sperimentare mantenendo però una certa leggibilità. Il mio lavoro precedente, L’Isola, era fatto più per me stesso. In questo caso ho posto molta attenzione nel rivolgermi anche a persone che non hanno familiarità con questa modalità narrativa. Una caratteristica delle mie storie – se devo individuarla – è che forse non sono pensate solo per i lettori di fumetti. Vorrei portare anche dei lettori diversi al fumetto.

De L’Isola mi è piaciuto molto l’impianto del libro: hai raccontato un’opera di Shakespeare attraverso un collage di citazioni di autori classici e moderni, rendendo così il senso dell’universalità e della costante attualità del grande autore inglese.

L’Isola è un libro molto sperimentale che vuole lavorare molto sulla forma stessa del medium fumetto. In realtà, lo spunto iniziale è che La Tempesta di Shakespeare racconti il disagio, l’impotenza dell’arte nel restituire la realtà. A un certo punto, Prospero, il personaggio principale, conosce il mondo solo attraverso i libri che legge. Ha rinunciato a qualsiasi forma di conoscenza diretta. L’idea era quindi di descrivere il mondo attraverso ciò che il protagonista legge, attraverso i frammenti dei diversi brani menzionati. Le citazioni letterarie diventano una sorta di colonna sonora che segue la narrazione per immagini, con pochi dialoghi scritti da me. Questo libro è rimasto nel cassetto per molto tempo, ma vi sono sempre stato molto legato. L’universalità di Shakespeare è riassunta nella battuta finale della commedia, che io pongo all’inizio: «la tempesta è passata, le magie si sono dileguate, lo spettacolo è finito».

visintin

Non a caso La Tempesta è l’ultima opera di Shakespeare.

Una commedia, forse la mia preferita, che ho sempre amato e riletto. Il mio fumetto, al contrario di molti autori, più che al cinema si riferisce alla dimensione teatrale.

Molto bella è nel tuo libro la frase: «Tolto l’orrore ciò che resta è l’idiozia”. Un aforisma perfetto».

Sì, è a pagina 18 quando il ragazzo rappresentato con la testa di pesce si fa esplodere. In quel periodo cui molti ragazzini venivano mandati a farsi esplodere per portare a termine degli attentati. Quella frase però  non è  una citazione, ma uno dei pochi commenti che mi sono concesso nel libro, opinione che continuo ad avere.

Si possono riscontrare alcune influenze letterarie anche in Natali Neri e altre storie di guerra, oltre alle citazioni dichiarate come quelle di Tolstoj o Majakovskij…

Si, indubbiamente. La storia inedita nasce, ad esempio, dal ritrovamento del saggio di una filosofa ebrea, Rachel Bespaloff, che ha comparato La Bibbia e L’Iliade come grandi testi morali…

Una tavola da 'L'Isola'

Una tavola da ‘L’Isola’

Si tratta di una grande coincidenza: due anni prima un’altra grande filosofa ebrea, Simone Weil, scriveva L’Iliade, poema della forza, individuandola tra le intuizioni precristiane della Grecia. Incredibilmente, le due pensatrici non si incontrarono mai, benché le loro vite fossero contemporaneamente molto simili (entrambe vissute a Parigi praticamente negli stessi anni e poi entrambe costrette dal nazismo a scappare a New York  a pochi mesi di distanza).

Si, la Bespaloff, inconsapevolmente, contestava alla Weil la sua visione concentrata sulla violenza del poema, enfatizzando l’alto senso della pietà nell’episodio di Achille e Priamo. Questa riflessione della guerra  mi ha ispirato nella trasposizione di una guerra fantastica che diviene reale e poi ritorna fantastica. Mi ha molto colpito anche l’aver letto, altrove, come la Prima Guerra Mondiale sia stata in realtà il primo conflitto che vide la separazione tra ufficiali e soldati. Si era smarrito il senso cavalleresco del combattimento. Del resto, la guerra non ha nulla di edificante o aulico. D’altro canto, l’essere che muore può essere soggetto ad una idealizzazione. Dunque, c’è questa costante ambiguità tra ciò che pensiamo, che ci accorgiamo non esser reale, ma che poi diventa vero su un altro piano.

Questo è il valore del simbolo: nasce come trasfigurazione ma ti aiuta a comprendere la realtà.

Infatti, in una recensione molto interessante qualcuno ha scritto che partivo “dal surreale per descrivere il reale”. Lo trovo molto pertinente.