Edgar Rice Burroughs, il big letterario che divenne un big fumettistico

Erano anni che volevo trovare il tempo di (ri)scrivere qualcosa su Edgar Rice Burroughs (da qui in avanti, ERB), uno degli uomini più straordinari nella galassia della letteratura fantastica e fantascientifica. Nonché un discreto peso medio-massimo per il mondo del fumetto. L’estate offre gli spazi giusti, e quindi eccoci qua.

ERB (1875–1950) è un autore “moderno”. Nel senso che si dà a questa parola per contrapporla a “contemporaneo”. A seconda dell’età di chi legge, è un autore dei nostri nonni, bisnonni e, temo, in qualche caso anche trisnonni. Provate a fare i conti, è divertente. Comunque, è decisamente un autore di ieri l’altro, non di oggi e neanche di ieri. Eppure, non è solo “attuale”. È addirittura fondamentale. Vediamo perché.

burroughs

ERB è universalmente conosciuto per il ciclo di romanzi dedicati a Tarzan (24, la metà circa tradotti in italiano alcuni decenni fa e ripubblicati sporadicamente, spesso nelle traduzioni più vecchie), un po’ meno conosciuto per quelli di John Carter di Marte (11 volumi, tutti tradotti in Italia dalla Nord negli anni Ottanta, con l’aggiunta del ciclo di Carson di Venere e quello del Popolo della Luna), praticamente sconosciuto per il ciclo di Pellucidar (creativo viaggio al centro della Terra, con annessi selvaggi, principesse e dinosauri), e da noi ignoto per le decine di altri romanzi che non appartengono a cicli specifici e che spaziano dalla fantascienza al giallo e al thriller.

Ma di cosa scriveva? Mondi perduti, eroi solitari, amore romantico, il tema del superuomo. ERB è stato un fantastico narratore seriale e popolare perché ha trovato da subito la formula giusta ed è riuscito a declinarla infinite volte sempre con alti standard qualitativi.

È arrivato alla letteratura popolare più spinto dal bisogno che non dalla volontà di espressione: malamente occupato (dopo svariati lavori era arrivato a vendere temperamatite), non felice delle sue prospettive economiche e di carriera, aveva letto qualche romanzo pulp e decise che il materiale era alla sua portata. Così, quasi per scommessa con se stesso, si è tuffato nel lavoro di scrittore. Si è dato degli obiettivi e rapidamente li ha raggiunti. Con ottimi risultati, non c’è che dire. E ha deciso di insistere…

Leggendolo in inglese, o in una traduzione moderna e meno enfatica di quella degli anni Trenta e Quaranta arrivata a noi con le varie edizioni di Tarzan fatte a Firenze da Giunti-Marzocco-Bemporad, i romanzi nati dal 1912 in avanti reggono benissimo la prova del tempo. Puro escapismo con ritmi serrati e personaggi fantasiosi e colorati. Non è certo Tolkien, ma non è neanche un improvvisato narratore da strada.

Fin qui, però, il talento di ERB sarebbe stato sulla lunghezza d’onda del nostro Emilio Salgari, più o meno coevo e la cui vita di recente è stata raccontata a fumetti molto bene da Paolo Bacilieri (Sweet Salgari, Coconino Press). Invece, a differenza del creativo ma iper-sfruttato padre di Sandokan e del Corsaro Nero, il babbo di Tarzan si è rivelato un imprenditore straordinario, di poco inferiore al genio di Walt Disney. Insomma, su Tarzan ha costruito un piccolo impero. E ha lavorato su un piano multimediale: romanzi, ma anche radiodrammi, film (più avanti telefilm) e tantissimi fumetti. Anzi, per dirla tutta, i fumetti tratti dal suo Tarzan hanno fatto epoca quanto se non più dei film (che sono stati una valanga).

Una tavola di Tarzan, disegnata da Burne Hogarth

Una tavola di Tarzan, disegnata da Burne Hogarth

Già, perché parlando di Tarzan non si può non parlare di Hal Foster, Rex Maxon, Ruben Moreiro, William Juhre, Burne Hogarth, Dan Barry, Bob Lubbers, John Celardo e Russ Manning. Ancora oggi si pubblicano sui quotidiani americani storie di Tarzan scritte da Alex Simmons e disegnate da Eric Battle. E poi ci sono le storie lunghe: il titanico John Buscema e altri disegnatori (Joe Kubert, Franc Reyes, José Garcia-Lopez) che iniziarono prima della guerra e proseguirono sino agli anni Settanta.

A quel punto, la rivoluzione: Tarzan divenne un prodotto DC Comics e poi Marvel, fino alla Dark Horse. Il passaggio attraverso i big del fumetto americano ha permesso cross over con Superman e Batman, per dire. In Italia Mondadori prima e dopo la guerra e poi, negli anni Settanta, l’editoriale Cenisio ha pubblicato le storie più importanti in maniera cronologica. Nel tempo ci sono state altre edizioni nostrane, fra cui quella di pregio (se non altro per la completezza) di Planeta DeAgostini, con 18 volumi cartonati dedicati ad Hal Foster e Burne Hogarth.

La prima tavola domenicale di Tarzan disegnata da Hal Foster

La prima tavola domenicale di Tarzan disegnata da Hal Foster

Comunque, basterebbe mettersi a discutere sul ruolo di Hal Foster e del suo primo Tarzan per passare la giornata in allegria. Foster è il creatore del Principe Valiant, bellissimo (e piuttosto noiosetto) capolavoro del comics su quotidiano. Le sue strisce sono universi in tensione, con un tratto ricco, corposo, denso di chiaroscuri. (Per gli amanti del cinema, basterebbe invece parlare dei primi film muti di Tarzan del 1918, oppure di quelli con il campione olimpionico di nuoto, Johnny Weissmuller, e la torbida Jane impersonata da Maureen O’Sullivan, girati nell’era pre-Codice Hays, in cui Hollywood era una Babilonia che non si censurava più di tanto).

Ecco, era tanto che volevo tornare a parlare di ERB soprattutto per parlare di John Carter di Marte, del presunto flop del film di tre anni fa (che invece, secondo molti, la Disney avrebbe affossato per motivi di strategia), delle serie a fumetti sull’eroe della Virginia che vive sul pianeta rosso con la sua regina, Dejah Thoris. E invece il tempo è tiranno, lo spazio ancora di più (e la vostra pazienza, mi immagino, esaurita da un po’) e quindi la chiudo qui. Ma ci torneremo: il problema è che un autore come ERB non riesci a comprimerlo dentro poche righe e neanche dentro il suo personaggio più titanico, cioè Tarzan. Invece, ERB ha talmente tante sfumature (a 60 anni, subito dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, ERB chiese e ottenne di essere registrato come corrispondente di guerra, per “fare la mia parte” e raccontare l’attacco all’America) e talmente tante sorprese (sapevate che un suo pro-pronipote è il regista Wes Anderson?) da lasciare a bocca aperta e richiedere uno o più supplementi d’indagine. Che, in futuro, non mancheranno.


*Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. Ha un blog dal 2002: Il posto di Antonio.