Lazarus, l’anomalia di Rucka e Lark [Recensione]

Il fine ultimo di una recensione non dovrebbe mai essere un consiglio per gli acquisti – né tanto meno l’inseguimento del famigerato “secondo me” – quanto il fornire chiavi di decodifica o argomenti di discussione attorno a uscite altrimenti destinate a perdersi nel nulla. In alcuni casi questa serie di paletti a cui attenersi rigidamente regala davvero grattacapi infiniti, altre volte – come in questo caso – ti viene incontro facilitandoti di parecchio il lavoro. Perché parlare di Lazarus di Greg Rucka e Michael Lark in maniera chiara e priva di sbavature è difficile. Arrivare a una conclusione definitiva quasi impossibile.

Nonostante sia palpabile la voglia del team creativo di realizzare qualcosa che vada in assoluta controtendenza ai desideri del mercato generalista – cosa sempre buona e giusta – è altrettanto palese come questa scelta spesso vada a influire in maniera importante sulla fruibilità dell’opera. E non si parla di soluzioni d’avanguardia da scoperchiare, ma proprio di leggibilità e godibilità generali.

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Per capirci meglio, cominciamo a dire che troverete pochi altri fumetti basati in maniera così massiccia sulla costruzione del mondo dove sono ambientati. Potremmo vederlo come un punto del tutto positivo, se non fosse che proprio per questo motivo in Lazarus non succede praticamente nulla di davvero notevole. O meglio, succede un sacco di roba, ma è talmente inserita nell’organicità dell’universo narrativo da risultare solo una breve deviazione all’interno di un enorme e lentissimo plot generale. Riassumibile come la descrizione della vita in questa Terra post-atomica, devastata e ricostruita sulla sete di potere di un pugno di grosse famiglie, impegnate a loro volta in una complessa rete di guerre sotterranee, giochetti diplomatici e ambizioni smisurate.

Al centro della serie abbiamo Forever, nota anche come il lazarus della famiglia Carlyle. Quella che in realtà sembrerebbe solo una ragazza particolarmente dotata nell’arte di fare a pezzi chiunque gli sbarri la strada è in realtà un essere artificiale, costruito in laboratorio e allevato fin dall’infanzia nella fede assoluta nella famiglia. Un lazarus, appunto, l’addetto ai lavori sporchi di ogni schieramento della guerra. Naturalmente la sventurata è completamente ignara di non essere la vera figlia di sua padre, anche perché l’affetto verso il severo genitore è l’unica spinta utile a farle superare durissimi allenamenti fisici e psicologici. Il risultato di tale spietato meccanismo è una macchina incapace di morire ma a cui risulta piuttosto facile falciare vite altrui come se nulla fosse.

Eppure Forever, per quanto risulti fredda e ottusa, rimane l’unico personaggio proveniente da questa sorta di nuova aristocrazia definibile come positivo. Il suo amore per i genitori è sincero e mai si sognerebbe di dare delle delusioni a chi gli ha dato la vita. Allargando leggermente l’inquadratura e includendo altri attori, invece, la prospettiva cambia. Tra i poveracci che ambiscono in ogni modo a entrare nella forza lavoro alle dipendenze dei nuovi monarchi – unica strategia per fuggire a una vita di stenti – gli esempi di coraggio e buon cuore si sprecano, a dimostrazione che per i didascalismi c’è sempre spazio. Anche nel 2015.

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Per il resto c’è davvero poco da dire, pare di essere alle prese con un Mad Max incrociato con Trono di Spade e Society di Brian Yuzna. Oltre a questo strano trittico di influenze, l’unico altro aspetto davvero interessante è il tono sommesso di tutta la serie, dal ritmo di scrittura mai davvero incalzante ai disegni di Michael Lark. Schematico fino all’eccesso, il disegnatore sceglie di utilizzare in maniera ossessiva una griglia a quattro/cinque fasce. Quando una di queste grosse vignette viene spezzata in più riquadri la narrazione si frammenta, dando vita e spessore al lavoro di montaggio.

Per quanto possa risultare fin troppo facile, il meccanismo funziona benissimo, scandendo il ritmo di lettura – altrimenti freddo e uniforme come i movimenti di un robot – in maniera sottile e priva di inutili orpelli. Questa soluzione, unita alla rigidità dei disegni e al fuggire in ogni modo alla spettacolarizzazione dell’azione (escluse le primissime pagine del numero uno), si accoda perfettamente alla narrazione a bassa intensità seguita in fase di sceneggiatura. Una scelta coraggiosa, fatta apposta per serie progettate per durare anni e anni, ma che sulla breve distanza risulta un poco ostica e poco incisiva.

A questo punto dovreste aver capito il perché reputo Lazarus una sorta di anomalia nel panorama mainstream statunitense. Nessuna propensione al colpo di scena, piani a lunghissimo termine, costruzione delle tavole priva di grosse libertà. Ci vuole coraggio per sfidare in maniera così aperta la capacità di concentrazione del lettore. Un discorso ben diverso dalla segmentazione coatta di Marvel e DC, dove sia le testate che le storie – oltre allo stesso linguaggio fumetto – sono costrette al giogo del continuo rilancio. L’ipotesi che vengano concesse forme di privilegio legate alla sedimentazione è pura follia. Eppure il pubblico sembrare premiare questa piccola serie, permettendogli di arrivare regolarmente sugli scaffali da ormai tre anni a questa parte e di metterne in cantiere una trasposizione televisiva per Legendary Television. Un ottimo risultato per quello che sembrava un azzardo destinato a finire in tonfo.

Lazarus vol. 1
di Greg Rucka e Michael Lark
Panini Comics, 2015
96 pagine, 14,00 €