Ritorno al Pianeta dei Morti: intervista ad Alessandro Bilotta

Dopo essere apparso in tre storie brevi (sul Color Fest e sul Gigante e poi raccolte in un volume di Bao Publishing), il Dylan Dog del futuro sceneggiato da Alessandro Bilotta fa ritorno in una serie a cadenza annuale, ospitata all’interno della collana Speciale Dylan Dog. In questo futuro distopico, sulla Terra si è scatenata un’apocalisse zombi, Dylan non ha più i suoi classici amici ed è diventato un ispettore di Scontland Yard.

Il primo albo della serie, in edicola dal 19 settembre, si intitola “La casa delle memorie”, è disegnato da un disegnatore storico del cast di Dylan Dog come Giampiero Casertano e può contare su una copertina di Massimo Carnevale. Ed è ovviamente scritto da Bilotta, al quale abbiamo posto alcune domande sulla storia e su questo nuovo universo narrativo.

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Cosa è cambiato nel passaggio da occasionali storie brevi a una vera e propria collana regolare, anche se annuale?

Le storie brevi che avevo realizzato erano quasi delle suggestioni poetiche, delle atmosfere, invece in una serie di episodi di 160 pagine ho sviluppato un mondo, inserito dei comprimari e sviluppato delle sottotrame che faranno da colonna sonora a tutti gli episodi. Sono comunque andato nella direzione dell’intimismo e della malinconia che caratterizzava le storie brevi, questi erano gli obiettivi.

Nelle precedenti storie della serie del Pianeta dei Morti avevi collaborato con disegnatori alle prime armi o quasi su Dylan Dog come Carmine Di Giandomenico, Daniela Vetro e Paolo Martinello. Qui invece ti è stato affidato un “veterano” come Giampiero Casertano. È cambiato qualcosa, per te, nell’approccio alla storia?

Da un lato Casertano ha voluto capire cosa c’era di diverso in questo Dylan Dog e si è avvicinato a questa nuova strada, mantenendo tutte le sue caratteristiche di disegnatore. Da un altro lato, Il Pianeta dei Morti è ambientato nel futuro, ma io la vedo come una serie che affonda profondamente le radici nel Dylan Dog classico, quasi come fosse un’ideale ripartenza; così, quando ho saputo che sarebbe stato Casertano a disegnare il primo episodio, ho fatto in modo che ci fossero degli elementi che facessero riferimento alle sue storie classiche.

Mi sembra che tu abbia centrato molto bene la figura di Dylan Dog, ma che tu abbia anche rimarcato in maniera più decisa alcuni tratti del suo carattere, come il cinismo e la tendenza alla malinconia. In questo, contano di più gli effettivi cambiamenti del mondo esterno o l’assenza di un personaggio come Groucho?

Molto semplicemente a Dylan Dog è successa qualcosa da cui non si torna indietro e di cui è in parte responsabile. È una situazione da cui non potrà mai affrancarsi coscientemente, infatti proverà a farlo senza coscienza.

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A fare da nuova ‘spalla’ all’eroe, in questo caso, troviamo la Morte. Sarà una delle presenze fisse della serie, insieme agli altri personaggi da te introdotti?

Era già coprotagonista dei racconti brevi e lo sarà anche in questi. Fra le varie cose, volevo raccontare un mondo che non ha più senso, e la Morte è un simbolo molto utile a questo, il personaggio la cui esistenza è ormai tra le meno logiche.

Senza voler spoilerare troppo, uno dei temi di questo speciale riguarda la memoria e la rimozione di essa. Mi pare che sia molto attuale, visto che ormai viviamo in una società in cui tutto è effimero e si fa fatica a contestualizzare. E le tue conclusioni in proposito non mi paiono molto positive, sei davvero così scettico sulla situazione?

Mi è difficile sintetizzarlo in poche parole, penso che scrivere delle storie a riguardo sia un modo anche per me di metterlo a fuoco. Credo che il più grave dei problemi contemporanei sia la superficialità. Simone Weil diceva che la causa di tutti i mali del mondo è la poca attenzione, frase che viene citata nella storia. Questa superficialità porta all’effimero di cui parli, all’attribuire valore a cose che non ne hanno, al proliferare degli impostori. Qual è l’antidoto a tutto questo? Approfondire, studiare, sviluppare una capacità di giudizio indipendente, rallentare e prendersi il tempo per fare tutto questo.

All’interno della cornice principale di questo primo speciale hai poi inserito diverse micro-storie di persone che intrecciano le loro vicende piuttosto quotidiane con quelle di Dylan o degli altri personaggi, quasi come a far capire che il vero raccapriccio, in un contesto in cui l’horror è diventato la norma, è nella vita di tutti i giorni. È davvero questa la chiave di lettura che hai voluto dare?

Più che l’orrore che si rivolge a un singolo, o quello che colpisce il classico gruppetto di ragazzi del college intrappolati in una casa, mi spaventa un orrore che sia in qualche modo di tutti. Quindi una paura da cui nessuno sembra escluso e dei temi che abbiano a che fare con le grandi domande di tutti che restano senza risposta.

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Ultimamente gli zombi vanno di moda, ma in molti casi, in tv o nei fumetti, sono usati più che altro come elemento ‘decorativo’, senza la funzione metaforica che avevano in origine per esempio nei film di George Romero. I tuoi ritornati che cosa rappresentano?

I miei morti rappresentano una massa senza scopo, vittima di un peccato originale che accomuna tutti, quello di voler vivere in eterno. Trovo queste creature interessanti tanto più quanto tra noi e loro si assottiglia la differenza.

Non ti sei sottratto alla pratica dei classici tormentoni del personaggio, ma li hai giustamente adattati alla situazione. Che funzione hanno nella tua storia?

Sono in qualche modo rivisitati. Hanno resistito negli anni, sono arrivati nel futuro, ma sembrano essere lì a ricordare un mondo, e un Dylan Dog, che non esistono più.

In una recente intervista, hai dichiarato che ti piacerebbe scrivere Tex. Visto che già su Dylan Dog sei riuscito a dare un’impronta personale e a trovare una strada tutta tua, come ti comporteresti con il ranger?

In modo esattamente opposto. Tex è un’icona, un’istituzione con le proprie regole e il lavoro che si richiede a un autore è quello di tenere vive e dare spazio a tutte le sue caratteristiche. Ed è proprio questo modo di scriverlo, quasi unico, una delle cose che più mi affascinano del personaggio. Potrei dire per assurdo che Tex sia più grande di qualunque autore di fumetti gli si avvicini. Come Superman, come Asterix.