Bordoni dalla provincia. L’unica voce di Tiziano Angri

Quando si parla di bordone ci si riferisce a lunghe trame armoniche – di solito monofoniche – che accompagnano una composizione musicale per tutta la sua durata, con effetti di volta in volta stranianti e che rimandano ad un che di sciamanico. L’origine del bordone – o del drone come preferiscono chiamarlo al di là dell’Atlantico – è rintracciabile nella musica tradizionale dell’estremo oriente, ad esempio nel canto difonico mongolo, dove il bordone traccia il suono fondamentale su cui si muovono gli intrecci dei suoni acuti che disegnano la melodia. Ancora ad Oriente, ma in India, la tecnica è utilizzata nei raga, dove il bordone è eseguito dalla tanpura. Usato con parsimonia nella musica classica europea, dove spesso è preferito il pedale, la cui durata è decisamente più breve e legata all’andamento temperato della composizione, il bordone ha acquisito una sua importanza all’interno del lavoro del compositore La Monte Young, che nel suo Theatre of Eternal Music ne esasperò l’uso per creare architetture sonore infinite. Di qua il passo è breve per l’irruzione nella cultura pop con gli esperimenti di John Cale con i Velvet Underground di Reed. Attualmente, è l’avanguardia metal a farsi colonizzatrice di territori dove il bordone è protagonista. Mi riferisco a gruppi come Sunn o))), Earth o il duo impro-drone Nadja, ma la lista potrebbe continuare. Quello che c’è di interessante nelle loro trame sonore è l’idea della ricerca di un suono perfetto, quell’unica voce che apre le “porte della percezione” verso altri mondi.

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E’ il tentativo messo in pratica dal giovane Yuri, protagonista del graphic novel L’unica voce di Tiziano Angri, pubblicato da Coconino Press. In seguito ad un misterioso trauma infantile ogni suono è fonte di lancinanti dolori per Yuri che, prostrato dalle inutili cure farmacologiche, compie strani esperimenti per entrare in consonanza con gli strati spirituali più profondi della realtà. Accompagnato da presenze fantasmatiche ed elementali, che sembrano fuggite dalle pagine di Gabriella Giandelli, armato di amplificazioni esoteriche e chitarre trattate, Yuri sfonda le trame della coscienza, cercando di inabissarsi nella sua memoria. Al limine di questo mondo surreale, brulicante di strane presenze e derive mantriche, scorre una provincia cara ad Angri, che già nella sua opera prima – in collaborazione con Tommaso Destefanis – Il cimitero dei calamari, aveva dissodato. Una provincia anonima e pure familiare, forse troppo, che si riflette negli occhi disillusi di Irene, spirito libero ed anfibio intrappolata nel corpo di un uomo e costretta a espedienti per poter diventare donna.

I due mondi – intimamente legati – si muovono e stridono tra di loro sino ad entrare in consonanza dopo il rituale sonoro di Yuri. Dietro spesse lenti, i due indossano la sofferenza in maniera diversa. Yuri scorre ai margini della vita chiuso nell’invalidità del suo dolore, imprigionato tra i fumi catramosi delle parole. Irene attraversa la vita, sfuggendo una presunta normalità e attaccando con rabbia i bordi, nascosta in vecchi casolari dismessi, mentre vende se stessa a vecchi laidi bavosi. Le disarmonie anatomiche di Angri rendono ogni presenza umana un piccolo trattato di fisiognomica e il caricaturale viene esasperato dal tratto preciso e cesellato, attento ai particolari e al quotidiano. Tre diverse prospettive – realista,caricaturale e surreale – che tramano per intrecciare uno sguardo personale ed interstiziale sui confini. Limiti che intrattengono con la normalità non solo rapporti di antitesi, ma anche di sublimazione. Il trauma di Yuri – di cui non svelo la natura – è sublimato nel mondo fantastico e grottesco fatto di rituali e carcasse di animali: una sublimazione della sessualità che passa attraverso una necrofilia scientifica e sciamanica e che sostituisce al peyote il suono distorto di una sei corde.

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Questa provincia è dura e granitica, come il segno di Angri, eppure friabile nei suoi contorni: un rudere eterno che attende di essere abbattuto. Distante certo dalla poetica dell’incompiuto cara a Gipi, che alle marginalità ha dedicato gran parte delle sue opere, preferendo una poetica più legata alla memoria e al frammento, fatta di suggestioni e rimandi ad un immaginario collettivo da fiaba noir. Angri scolpisce a colpi di pennino e simboli mistici i margini di un impero ormai privo di centro, ma aperto – forse – ad un non so che di redentivo. Continuo al di là di tutto a stridere nelle sue discrepanze come un basso continuo una decadenza eterna.

Se qualcosa va rimproverato ad Angri è forse l’esile mole del volume. Avremmo voluto che la storia continuasse e scontornasse altre figure e altre eventi, per comporre un quadro di più ampio respiro e che non corresse così velocemente verso un finale dal sapore acre e falsamente consolatorio.

L’unica voce
di Tiziano Angri
Coconino Press, 2015
127 pagine, 16,00 €