La solitudine non è una festa: Anubi di Taddei e Angelini

Avevamo già parlato di Marco Taddei e Simone Angelini riguardo le loro Storie Brevi e Senza Pietà. A distanza di qualche tempo sono nuovamente in libreria con un corposo libro, edito da GRRRComic Art Book. Anubi, questo il titolo del fumetto, il cui oggetto è il crepuscolo di una divinità egizia ormai ridotta a “frequentare sociopatici” e “vivere di Campari”. Il duo aveva dimostrato di muoversi agevolmente nel formato breve, tratteggiando con disinvoltura affreschi di desolazione attraverso uno stile surreale, senza cedere al fantastico o al tono apologetico e moralista – insidia spesso dietro l’angolo per chi si avventura in brevi narrazioni ad effetto. Una narrazione più articolata e di lungo respiro (oltre trecento pagine) poteva rappresentare un notevole rischio. In realtà, leggendo le avventure del Dio-Cane si verrà trascinati in una narrazione stringente, da cui difficilmente ci si potrà staccare senza essere giunti alla fine.

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Attardarsi a descrivere le vicende in cui si trova impelagato il nostro roi déchu è fastidiosamente inutile, perché si rischia di rovinare la sorpresa ai futuri lettori. Per cui, mi attarderò, invece, a glossare a margine quello che ritengo il graphic novel dell’anno. Partiamo dal motivare un’affermazione che potrebbe far rizzare i capelli ai più, abituati a confrontarsi con produzioni sulla carta più importanti e caleidoscopiche.

Il tono dimesso dei disegni di Angelini, a volte sferzati dalla totale dimenticanza di prospettive e da anatomie traballanti, custodisce in realtà una forza quasi primitiva. Nel tratto pesante, che sembra vergare la carta con forza, si legge l’intento di una ricerca tesa a un’essenzialità che renda ogni cosa funzionale alla narrazione. Nel contempo, però, sotto quei segni di volta in volta sempre più urgenti, simili quasi a geroglifici, si nasconde una precisa idea di mondo. C’è la stessa economia del segno esercitata da Jeffrey Brown o di Chester Brown nei loro fumetti autobiografici. Ma, se in quest’ultimi segno e identità diventano un tutt’uno, per cui il tratto si fa calligrafia e voce, nella prospettiva di Angelini, che deve assecondare una storia e una narrazione, come va interpretato tutto ciò? La mia idea è che qui ci sia in atto una sublimazione del vissuto, che spinge Angelini a cercare una voce personale e Taddei a scrivere un testo-mondo che si allarga intorno ad Anubi. Questo senza valicare i limiti del paesotto in cui il protagonista è costretto in esilio e che diventa simbolo dell’universo. 

La scrittura di Taddei, di contro, si dipana in decine di rivoli, dando voce a più istanze. Quasi che l’autore, ricorrendo ricordi – veri o falsi che siano – voglia dare a questi un colore particolare, che il segno graffiato e monocorde di Angelini invece schiaccia in una visione uniforme. I fantasmi evocati da Taddei prendono vita e circondano Anubi, rendendo la caduta e l’esilio più sopportabili. La solitudine a cui Anubi sembra condannato non è una festa, sebbene sia una conquista guadagnata giorno dopo giorno e strappata con i denti, mettendosi in riga e liberandosi dalla dipendenza. Taddei, allora, sceglie di parodiare il romanzo di formazione, perché il protagonista, nella sua immortalità, compie un percorso di crescita per dismettere qualsiasi vestigia della sua presunta superiorità divina. Anubi, nelle mani di Taddei e Angelini, conquista la sua umanità come un novello Pinocchio, dovendo subire la vita stessa. Una bestemmia vivente questo dio-cane, che in realtà è un’accorata preghiera ad un vita che volta le spalle. In Anubi, allora, più che riferimenti alle divinità egizie – nonostante la presenza di un Horus ormai ridotto all’ombra di se stesso, in preda a turbe psichiche dalla misteriosa natura – ci sono rimandi, azzarderei dire, cristologici.

Infatti, la tradizione simbolica legata ad Anubi, dio-sciacallo il cui compito era quello di traghettare i morti nell’al di là, è sopravvissuta – sebbene a volte censurata e sottoposta a damnatio memoriae – nella figura di San Cristoforo Cinocefalo. Pur esistendo diverse versioni della leggenda legata al santo, il cui nome sarebbe stato Reprobo, quella di origine orientale parla appunto di un uomo appartenente alla tribù dei cinocefali – ovvero gli uomini dalla testa di cane – che subì il martirio dopo la conversione al cristianesimo sotto l’imperatore Decio. Le similitudini con Anubi, traghettatore dei defunti, saltano fuori nella Passio sancti Christophoris marterisdove si parla di un gigante cinocefalo il cui compito era quello di condurre i viandanti da una parte all’altra delle rive di un fiume, che riusciva a guadare grazie all’imponente mole. Nell’esercizio delle sue funzioni, fu costretto a farsi carico di un fanciullo dal peso immane, in cui si nascondeva Cristo appesantito dal peso dei peccati dell’umanità. Così, in questa iconografia, è stato tramandato sino a noi, ma ingentilito nei suoi tratti. L’antropologo Gilbert Durand, nel suo libro Le Strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, evidenzia al di là del ruolo ctonio-funerario del santo cinocefalo, anche la maniera in cui questa figura assolva ad un compito preciso. Infatti, San Cristoforo portando il Cristo sulle spalle trasforma e inverte il senso della morte.

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L’Anubi di Taddei e Angelini vive in una città circondata da misteriose acque invalicabili. Anubi ha dismesso ogni vestigia divina: non traghetta, non inverte quindi il senso della morte, anzi arreca morte e scompiglia, dissemina panico. Infine, apre nel cuore della città una piaga egizia. Ancora, lo stesso Durand dice che la trasfigurazione dell’orco con denti da cane trasforma un simbolo dell’irrevocabilità della morte in qualcosa di benefico: il santo cinocefalo, allora, è «uomo-nave» che assicura la salvezza del carico, proteggendolo nella sua gerla.

Anubi si occupa solo una volta nel corso del romanzo di traghettare qualcuno e lo conduce da tutt’altra parte fuorché in un luogo dove potrebbe risiedere un barlume di salvezza. L’Anubi nichilista che infesta le pagine del romanzo di questo mefitico fumetto disconosce la funzione simbolica legata alla sua testa di cane. È un maledetto randagio che non conosce altra verità se non quella materiale di appagare in maniera veloce gli stimoli più bassi. E l’aspetto ripugnante non nasconde l’impurità dei suoi pensieri. Eppure, ancora Durand ci avverte che il “salvatore” si presenta attraverso quanto di più ripugnante: ma sotto questa maschera Anubi non nasconde nulla. Anzi, la dei-formità di Anubi è motivo di una derisione senza vergogna e redenzione. Nonostante ciò, la città è Anubi: vive della e nella sua presenza. Egli ne è il centro assente, il margine ininfluente, ma fondamentale perché ci sia una storia. Anubi, novello cristo ateo, soffre per tutti sino alla piena incarnazione: un pinocchio nichilista, che ricorda con le sue ferite l’Ecce Homo di Antonello da Messina, con tutta la scarica di meme che ne derivano.

La storia, o sarebbe meglio dire le storie, sono il centro di questo graphic novel. Taddei e Angelini mettono a frutto il gusto per le micronarrazioni accumulandole intorno alla figura di Anubi. La miriade di personaggi che incrociano il cammino del santo sciacallo non possono non raccontare la propria storia: dal pagliaccio nazista, all’uomo con il tumore in volto, al trio di suore laide – tronfie del fatto che il portone del convento sia sfregiato con la parola SBORRA – all’assistente sociale uxoricida, alla mistresse sadica, passando per il mitico Enrico, Borroughs e le Scimmie. Un micro-cosmo che orbita intorno ai tavolini del più malfamato bar, quello che accetta la presenza di un cane seduto al bancone a sorseggiare un campari annacquato. Una selva di personaggi che permettono a Taddei di giocare con la parola di renderla letteraria o di insozzarla sino al turpiloquio: di abusarne e di farla brillare come una mina all’occorrenza. La vitalità di questa lingua e delle vicende narrate, che ci vengono illustrate come se fossero evidentemente raccontate in pieno regime alcolico, fanno pensare ad una forte base biografica, che però smarca il rischio del memoriale e della confessione per farsi flusso narrativo, avvolgente e appagante, come una bella birra ghiacciata.

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È proprio questo fondo a richiamare alla memoria l’opera di Andrea Pazienza. Un paragone che potrebbe risultare spiazzante di primo acchito. Giorgio Lavagna – cantante dei Gaznevada, gruppo wave bolognese che condivideva con il gruppo dei Cannibali lo spazio della Traumfabrik – scriveva questo riguardo la natura autobiografica della narrativa di Pazienza:

«Pazienza divenne piuttosto popolare a Bologna. Si fece la fidanzata,si sistemò. Fu quando uscirono i fumetti che la sua popolarità cominciò ad appannarsi. La gente a Bologna è abituata a frequentare i cretini, non i geni, e siccome la gente non sa nulla degli infiniti problemi che un genio deve affrontare in ogni momento del suo lavoro, non gli perdona certe cose. Le persone, gli amici, i conoscenti cominciarono a riconoscersi nei fumetti di Andrea. Le fisionomie, i nomi, i pezzi di conversazione, case, aneddoti, affioravano nei suoi racconti in modo disturbante. La gente si incazzava, e molto. […] Più storie uscivano, meno Andrea era popolare». (G.Lavagna, Vita da Paz, in A.Pazienza, Zanardi, L’Espresso, 2006.).

Zanardi – opera fondamentale per capire il mondo di Pazienza – nasce, quindi, dalla strada e della strada conserva gli odori e il crudo realismo, pur nell’esuberanza data dal segno malleabile e polisemico di Pazienza, la capacità duttile e ironica di passare dal riferimento rinascimentale alla ruvidità dell’abbozzo e del frammento disegnato per puro diletto e pubblico ludibrio o urgenza creativa currenti calamo. Una dimensione quest’ultima che trova il suo apice ne Gli Ultimi Giorni di Pompeo, retrospettivamente considerati il testamento spirituale dell’autore. La disperazione eroinica di quest’opera si scorge anche tra le pagine di Anubi, certo priva di quell’immediatezza nevrastenica tipica dell’opera poc’anzi citata. C’è la distanza – totalmente assottigliata in Paz – di una narrazione misurata e cesellata, ma che in filigrana nasconde anch’essa una nostalgia, un dolore, una vita interrotta.

Anubi dietro la maschera dell’ironia del dio-cane nasconde una tristezza epocale, una disperazione verso un’umanità che la sofferenza del capro espiatorio girardiano non può redimere e curare. Tutto è destinato alla catastrofe e ad un’ecpirosi, che l’ultimo dio non potrà evitare. Anche Anubi alla fine del viaggio, davanti al male ridestato dall’umanità, dovrà gettare la maschera, arrendersi e farsi nuovamente uomo: lasciando nel passato ogni vestigia di divinità.

Un piccolo vangelo laico e nichilista. Una dose di cinismo e realismo, che curerà anni di smancerie e levigate leccornie celate sotto l’epiteto di romanzo grafico. Per me, come ho già detto, il migliore dell’anno.

Anubi
di Marco Taddei e Simone Angelini
GRRRComic Art Book, 2015
320 pagine, 13,90 €

  • Giuseppe Luciano

    [Pericolo spoiler!]

    Io il finale di Anubi (gran bel fumetto!) l’ho inteso diversamente e magari anche un pò più banalmente.
    Per me Anubi è l’incarnazione del giovane montato di testa che si senti un semi-dio, cito dal fumetto: “… (gli essere umani) quei semi-dei, da quale fogna sono usciti fuori, di quale pasta erano fatti i loro avi dato che ho il fondato sospetto che si potrebbero montare la testa…”. Anubi è un semi-dio che è felice del nulla in cui vive, fatto di drink e di piccole ruberie.

    Fortunamente col progredire della storia, si rende conto che non può andare avanti vivendo alla giornata e avendo come unico obbiettivo quello di arrivare a casa la sera per “farsi” sul divano.
    Però anche se cerca di migliorare, il suo passato “sciacallato” (scellerato) gli pesa addosso come un macigno, fino al punto che a causa di un’ingenuità (stavolta non dovuta a una sua azione maligna), capisce finalmente che non è immune alle conseguenze delle sue azioni, non è il semi-dio che pensava di essere ed è costretto a pagare per tutti i suoi sbagli, soprattutto passati…