La strana storia del Biliardino. Intervista ad Alessio Spataro

Biliardino di Alessio Spataro (Bao Publishing) è stato senza dubbio uno dei fumetti italiani più attesi dell’anno. E possiamo dire che non ha deluso le aspettative. Si tratta di un libro complesso, ricchissimo di riferimenti e spunti, sorretto da un’imponente cura documentale e giocato su un difficile equilibrio formale tra senso del gioco (come da titolo) e la drammaticità degli eventi narrati.

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L’intuizione, infatti, è notevole: raccontare la storia sotterranea del Novecento (partendo dalla guerra civile di Spagna del 1936, tragico punto di svolta degli equilibri politici europei), seguendo le vicende talmente rocambolesche da apparire quasi inverosimili di Alejandro Finisterre. Una figura straordinaria, quest’ultimo, che ha attraversato indenne guerre civili, conflitti mondiali, la guerra fredda e la dittatura franchista, da perenne rifugiato, riuscendo sempre a cavarsela miracolosamente grazie a una capacità di adattamento e uno spirito di sopravvivenza degno del protagonista di un romanzo picaresco. Nonostante tutto, Alexandre Campos Ramirez – questo il suo vero nome – è passato alla storia per un altro motivo: è stato l’inventore del biliardino, come lo conosciamo oggi (ma anche del volta-pagine a pedale per gli spartiti da pianoforte).

Il biliardino dunque diviene la metafora immediata per raccontare la storia del Novecento. Come la pallina del gioco, Finisterre rotola e rimbalza fra i due schieramenti (rosso e blu, resi nella bicromia che governa la narrazione), in un susseguirsi di fughe impossibili, identità fittizie, resurrezioni miracolose e incontri memorabili. A fare da comparsa nella vicenda, infatti, appaiono, sullo sfondo roboante della Storia recente, i volti più noti dell’intellighenzia novecentesca. Per darvi un’idea, ecco una breve lista delle icone viventi incontrate, direttamente, o indirettamente, nel racconto della vita di Finisterre: Tina Modotti e Frida Khalo, Sartre e Camus, Che Guevara e Pablo Neruda, George Orwell e Ernest Hemingway, Alberto Moravia e Elsa Morante, Picasso e Simone de Beauvoir, passando per Togliatti e Rossana Rossanda, arrivando fino a Manu Chao.

Il ritmo della narrazione, scandito dai rapidi cambi di scenario e dalle fugaci apparizioni delle celebrità intellettuali, è ulteriormente vivacizzato da una serie di inevitabili citazioni e riferimenti: alcune palesi come il pertinente omaggio alla Guernica, altre più sottili come la Modotti ritratta in un celebre scatto nudo, altre quasi invisibili come la Elsa Morante associata all’omonima tigre del film Nata Libera.

Proprio il senso del gioco, del calembour, della parodia costante e caricaturale anche dei personaggi ammirati (Hemingway e la sua frenesia di fare a pugni, Sartre e il suo strabismo, il Che e il suo machismo eroico) donano al libro la leggerezza necessaria per poter narrare una mole impressionante di eventi – spesso tragici – e di innumerevoli relazioni segrete, interne, alluse fra tutti i personaggi messi in scena.

Tutto ciò comprende, oltre al grande interesse che la vicenda stessa ispira e il talento fumettistico di Spataro che già conoscevamo, la qualità che rende il libro imperdibile: l’aver superato quello che era il limite precedente dell’autore. Intendiamo il limite che lo ha sempre esposto a critiche ricorrenti, ovvero una certa pesantezza nel sarcasmo, un certo indulgere in dettagli volgari, giustificati dalla veemenza polemica contro gli obiettivi della satira (pensiamo alle rappresentazioni della Meloni o di Grillo, tra svastiche e scatofilia).

Spataro ha trovato insomma l’equilibrio per raccontare la Storia, schierandosi apertamente (ma senza paraocchi, mostrando con grande onestà intellettuale le contraddizioni della Sinistra storica), condannando con la sua consueta spietatezza l’orrore del fascismo, mantenendo però il racconto nei confini intelligenti di una incontestabile godibilità.

Abbiamo incontrato l’autore, che ci ha rivelato interessanti retroscena dell’opera.

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Ci sono delle cose che hai dovuto sacrificare nella resa finale e che avresti voluto raccontare?

Una delle poche domande che non mi chiedono mai! Tra le tante zone d’ombra, tra i tanti misteri che avvolgono Finisterre c’è ad esempio il dubbio che lui sia l’effettivo esecutore testamentario dell’opera di Leon Felipe. Il nipote del grande poeta lo mette in discussione, ma, per questo come per altri aspetti controversi, ho raccolto pareri contrastanti. Ad esempio l’importante professore universitario (che compare nel libro) lo conferma. La vicenda di Finisterre è davvero strana…

Le cose per cui Finisterre è noto, ufficialmente non le ha fatte lui. Ad esempio gli hanno rubato il brevetto dell’invenzione del biliardino…

In realtà, per tante cose lui è l’unica fonte di se stesso. Per altre cose, come ad esempio la paternità del biliardino, invece ci sono tanti testimoni che confermano la sua versione. Purtroppo non si trovano i documenti che lo attestano, e come appunto in altri casi – come quello citato prima – le testimonianze sono divergenti, spesso opposte. Il punto su cui tutti coloro che lo hanno conosciuto concordano è che sostanzialmente era un intrallazzatore, un furbastro, una persona estremamente abile a districarsi nelle situazioni d’emergenza.

Ad esempio, il suo esilio in mezzo ai fascisti, in cui sembra comunque aver ricevuto un trattamento più umano di altri prigionieri…

In quel caso ho voluto mantenere volontariamente una certa vaghezza, non si capisce se è esattamente un prigioniero, una spia o altro. Anche in questo caso, è lui la fonte unica della sua fuga dalla prigionia africana, è lui a dichiarare che ha beffato le autorità, spacciandosi con molti sindaci come un esperto di folklore, organizzando conferenze nel settore turistico, per poi fuggire ancora, ricostruendosi volta per volta una differente identità. Nel caso della prigionia fascista, la sua versione è più che credibile: era un ragazzo di 17 anni, non iscritto ufficialmente a nessuna milizia repubblicana, era stato semplicemente ferito subito e catturato. In generale, ho raccontato la storia documentandomi su ogni punto di vista e creando una media fra le diverse fonti, tentando di individuare la versione più plausibile degli eventi.

Un aspetto notevole dell’opera, infatti, è l’impressionante cura filologica: ricostruisci un percorso sotterraneo lungo tutto il Novecento, con un’attenzione maniacale alla ricostruzione delle varie epoche, dalle canzoni ai luoghi al vestiario. Come ti sei documentato?

Sia recandomi sul campo, intervistando i sopravvissuti che lo hanno conosciuto e visitando i luoghi della vicenda, che documentandomi sui libri e cataloghi di mostre. Ma non mi sono limitato, ovviamente, a Finisterre: ho approfondito tutte le figure che in qualche modo vengono menzionate e coinvolte nel racconto. Ad esempio, molte informazioni preziose le ho raccolte da Confesso che ho vissuto, l’autobiografia di Pablo Neruda, oppure Senza perdere la tenerezza, la biografia di Guevara di Paco Ignacio Taibo II. Devo dire, però che le fonti principali sono le persone che ho intervistato, sia di persona nel mio viaggio  in Spagna, che al telefono…

Come le hai contattate?

Le ho cercate su Internet! Si è innestato un passaparola “forzato”, sono riuscito a risalire tramite numerosi contatti alle persone che hanno conosciuto Finisterre, sia vecchi compagni che giornalisti che lo avevano intervistato, con l’aiuto prezioso di una mia amica come interprete dal castigliano! Importantissima, poi, per ricreare l’ambientazione, è stata la possibilità di studiare testi originali nelle biblioteche di Barcellona.

Ad esempio, hai citato Ernesto Che Guevara. È documentato che si siano incontrati?

Certamente. È documentato che si frequentasse e conoscesse bene la sua amante, divenuta poi sua moglie, Hilda Gadea. Gli anni, i luoghi e le frequentazioni erano quelle. Prima che l’ONU riconoscesse il regime di Franco, i dissidenti gravitavano  nelle ambasciate in esilio, che erano rimaste repubblicane, dei vari paesi sudamericani. Ad esempio, la Casa de España a Città del Messico oppure il Centro Republicano Español a Città del Guatemala, dove è inscenato l’incontro con Hilda, il Che e Nico Lopez. Erano tutte sedi distaccate, sparse per il mondo, della Spagna legale e antifranchista.

Prima, stavi per citare un’altra fonte, se non erro…

Si, fondamentale. Un libro, che ho trovato in una biblioteca di Barcellona, scritto, o meglio realizzato anche come editore, dallo stesso Finisterre: una raccolta di documenti che lo riguardano. Quando aveva più o meno 50 anni, decise di scrivere questa sorta di autobiografia dal nome lunghissimo: Coplas de mal decir, plegarias y flornabos del tiempo y del espacio.

In questo libro, nel ’78, pubblica tutte le documentazioni fotografiche, gli articoli di giornale che lo riguardano, le fughe e le calunnie, o meglio le accuse della sua Nemesi, il commissario franchista Otero. Un suo nemico giurato che lo inseguì in Guatemala a metà degli anni’50, cominciando ad attaccarlo pubblicamente, grazie ai media ormai asserviti. Finisterre a quel tempo si era rifatto una vita come industriale di successo, e Otero attaccò sistematicamente la sua reputazione. Il punto è che quasi tutto quello che diceva, cioè che era un ladro, un bugiardo, un impostore, un truffatore…era vero! Nel senso che sono cose che conferma lo stesso Finisterre: nel suo periodo precedente, nell’immediato dopoguerra, se la doveva cavare in ogni modo, quindi scappava dagli alberghi, non pagava i ristoranti, truffava sindaci, mentiva a destra e manca, nel tentativo di evadere i confini della Spagna franchista.

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Una vicenda fra i due che conoscerà un esito rocambolesco, che certo non sveliamo ora. Nel libro appaiono figure notissime e straordinarie, come Orwell, Hemingway, Camus, Sartre, Frida Kahlo, i già citati Neruda e Che Guevara. Altra figura che affronti è quella di Tina Modotti e la sua tormentata relazione con una spia stalinista…vuoi parlarci di lei, visto che è forse meno nota di altre presenti nel libro?

Si, Vittorio Vidali. Era una spia del NKVD, l’agenzia di sicurezza dell’Urss di quel periodo. Ne parla molto Pino Cacucci in Tina, il suo libro sulla Modotti. Era uno degli esponenti principali del P.C.I. in esilio durante il fascismo, accanto a figure come Luigi Longo, alle direttive di Palmiro Togliatti. Stavano, ovviamente, dalla parte repubblicana del conflitto, organizzarono il famoso Quinto Reggimento, ma erano direttamente dipendenti dall’Urss di Stalin. Gestivano le armi, erano inizialmente minoritari, ma presto divennero egemoni grazie al peso dell’influenza staliniana. Su Vidali giravano pesanti accuse, anche se chi le muoveva veniva tacciato di fascismo e tradimento. Anche Neruda, che lo conosceva, dovette difenderlo da queste accuse. Accuse non ufficiali, ma mosse da una serie di coincidenze inquietanti: quando morì Julio Antonio Mella, lo studente che si avvicinava al trotskismo, fidanzato di Tina Modotti, quando morì la stessa Tina Modotti, quando morì Trotskij in Messico…

Trotskij, ricordo, ucciso dallo zio di Christian De Sica…

Certo, Ramon Mercader! Comunque, attorno a queste morti di dissidenti aleggiava sempre la presenza di Vidali. Dovunque fosse, scatenava l’inferno. Per questo poi gli fu garantito un posto da parlamentare comunista, per levarlo dalla mischia, presumibilmente.

Figure come la sua (ambivalenti, schierate ma a loro volta fonte di divisione nel loro stesso schieramento) danno profondità all’opera, che racconta la storia del Novecento attraverso la contrapposizione bicromatica rosso/blu, i colori del biliardino…

Esattamente, perché il secolo scorso è stato sì luogo della Storia in cui ci si schierava apertamente (il blu delle camicie franchiste contrapposto al rosso delle divise dei partigiani), però appunto ci sono anche molte sfumature. Vidali è l’esempio di un uomo che stava chiaramente da una parte, l’antifascismo, ma che gli antifascisti che non gli andavano a genio, in qualche modo, li faceva fuori, almeno moralmente, infamandoli in modo davvero vigliacco e servile come fece con Buenaventura Durruti e Andreu Nin (capi politici rispettivamente della C.n.t. e del P.o.u.m.). Non è il mostro Franco, che nel libro è il Nemico. Ma era una spina nel fianco perfino per i suoi alleati anarchici e marxisti antistalinisti nel fronte repubblicano. Quindi, ci sono delle divisioni nette, ma con molte sfumature all’interno. Ovviamente, nel libro si vede chi mi sta simpatico e chi no, evitando di mitizzare alcuni personaggi celebri.

Ad esempio Sartre, colto in un dialogo cruciale con Camus, pensatore sicuramente meno ideologico. In quel caso ritrai un incontro realmente avvenuto, mettendo in bocca ai due filosofi le tesi principali del loro scontro filosofico.

Si vede ad esempio che mi sta simpatico più Camus: era sicuramente un pensatore più critico. Anche per la scena con Elsa Morante e Moravia alla stazione Termini, quando viene bloccato dai militanti comunisti il treno che stava portando Pablo Neruda in esilio, quando uno degli ultimi governi De Gasperi gli concesse il permesso di rimanere in Italia, mi sono ispirato a fatti realmente accaduti, aggiungendovi un tocco verosimile. Si sa che Elsa Morante prese a ombrellate i poliziotti, si sa che era fortemente antistalinista. Non è stato forzato secondo me ritrarla come una leonessa mentre dà un’ombrellata, nella zuffa, anche a chi improvvidamente gridava: “W Stalin”. E’ un piccolo vezzo mio, riferito sia alla scrittrice che al film della leonessa Elsa nata libera per omaggiare mia figlia.

Nel libro ci sono altre citazioni evidenti, altre meno. A quali autori ti sei ispirato?

Il personaggio di Francisco Franco, ad esempio, lo ritraggo volutamente come la caricatura mostruosa che fece di lui Picasso in Sueños y Mentiras de Franco, una doppia incisione sequenziale (molto simile a un vero e proprio fumetto) realizzata dall’artista spagnolo poco prima di Guernica. Ma molte apparizioni del mostro Franco sono chiaramente ispirate a come Christophe Blain, in Gus, rappresenta la coscienza che incombe su uno dei protagonisti.

Sul piano tecnico, quanto è stato importante nella tua carriera questo libro? Quanto ti ha costretto a maturare stilisticamente?

Troppo facile per me dirlo adesso, ma credo proprio che Biliardino rimarrà il pilastro principale della mia professione, sia se morirò tra un secolo campando di fumetti, sia se domani dovessi abbandonare il fumetto per fare il cuoco in friggitoria.

Dopo questo sforzo enorme, quando hai in mente di lavorare al prossimo libro?

Non lo so. Intanto voglio concentrarmi alla promozione di Biliardino, poi potrò pensare ai futuri lavori, pilastri o capitelli che siano.