Infrangere il già visto: Blatta di Alberto Ponticelli

Blatta di Alberto Ponticelli, pubblicato nel 2008 da Leopoldo Bloom e rieditato da RW LineaChiara nel 2014, è un libro nero, estremo, spietato, eppure capace di evitare alcuni facili stereotipi nichilisti che ricorrono da decenni nei fumetti e nelle arti in genere, cosiddetti indipendenti.

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Blatta è la storia di un uomo che vive in completo isolamento dal mondo esterno e dal suo stesso corpo. Ambientato in un futuro che definire distopico è un benevolo eufemismo, Blatta mostra l’orrore dell’uomo ridotto a larva meccanica, in una società post-apocalittica dove le nascite sono proibite e la clonazione è lo strumento per perpetuare tecnologicamente la sopravvivenza industriale, attraverso il raggiungimento di un’immortalità spersonalizzante.

«La morte è un’opzione/ Il lavoro è la mia fede/ L’uomo non è in grado di gestire la propria libertà». Questi sono alcuni dei dogmi asseriti mantricamente dal protagonista nel suo cupo monologo interiore, tali da far sembrare i comandamenti del Grande Fratello orwelliano una simpatica filastrocca per bambini. Un monologo ossessivo, intuito dietro uno scafandro, in una cella di 10 metri quadrati.

In questo oscuro incubo senza sviluppi, in questa fosca armonia disumana, in questo compiuto delirio ultrakafkiano qualcosa all’improvviso accade, incrinando l’ordine meccanico della Nuova Preistoria (come profetizzò Pasolini). L’animale del titolo, infimo e  ripugnante per definizione, diventa casuale foriero di una ipotetica – forse impossibile – speranza di libertà per l’uomo ridotto a ingranaggio dopo aver barattato “l’immortalità col libero arbitrio”.

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Non volendo rovinare la scoperta al lettore, si può dire che il libro procede, se possibile, in una direzione ancora più negativa e scioccante. Poche letture fumettistiche – o affini – colpiscono così profondamente attraverso la rappresentazione dell’inferno come ineluttabile destino sociale. Ne citeremo solo due, non a caso di autori entrambi menzionati tra i ringraziamenti finali: Monarch di Akab e a P-HCP-Post-Human Processing Center di Ausonia. Due opere molto diverse, ma che hanno in comune, oltre a una visione lucida e allucinante della condizione umana, la tensione a sfondare i limiti del medium fumetto: Monarch nella particolare struttura a chiasmo e nell’alternarsi di illustrazioni e prose poetiche; P-HCP – possibile fonte d’ispirazione o quanto meno precedente significativo dei temi di Blatta – nel racconto sequenziale composto da fotografie ed elaborazioni digitali.

Ponticelli, nel suo fumetto che si allontana da canoni classici, abolendo qualsiasi tipo di gabbia – sia grafica che narrativa – ed espandendo al limite delle possibilità tipografiche il concetto di splash page, crea un racconto per immagini inquietante, claustrofobico, irrespirabile, eppure gestito con precisa consapevolezza narrativa. Una storia che non cerca di compiacere il pubblico, ma che vuole in qualche modo disorientare, infrangere il già visto, rompendo gli schemi narrativi e restituendo su carta uno dei fumetti italiani più personali e originali degli ultimi anni.

Blatta
di Alberto Ponticelli
RW LineaChiara, 2014
160 pagine, 19,95 €