Da Renzi a Zerocalcare. Fumetto e satira politica secondo Natangelo

Mario Natangelo, vignettista de Il Fatto Quotidiano, è tra gli autori satirici più interessanti e vivaci in Italia. La sua freschezza umoristica lo distingue nettamente, nei pregi e nei difetti, dai “grandi vecchi” della satira italiana. Natangelo non è “organico” al partito come Staino, non ha il livore polemico di Ellekappa, né il genio sintetico di Altan. Ma non è nemmeno ripetitivo come l’ultimo Vauro o dialetticamente innocuo come Giannelli. La sua ironia è pungente, trasversale, mai eccessiva – come a volte può essere Spataro– sempre pronta a virare verso il nonsense, il paradossale, il surreale. Una tendenza che dona alle sue vignette una leggerezza peculiare, in grado di renderle godibili al di là del valore di commento immediato all’attualità politica.

Il 22 Ottobre il disegnatore napoletano ha pubblicato per la Magic Press Pensavo fosse amore e invece era Matteo Renzi, un libro atipico e spiazzante come il suo approccio alla satira. Il libro nasce originalmente come una raccolta di vignette inedite, per poi divenire un vero e proprio racconto fumettistico: la storia d’amore, travagliata da dissidi d’opinione, dei due protagonisti, nella cornice poco confortante dell’attualità politica nostrana. Questo doppio registro consente a Natangelo, da un lato, di dare il suo meglio nelle battute fulminanti delle vignette satiriche, dall’altro di tentare a tratti una narrazione più ampia nello svolgimento del rapporto amoroso. Una formula anomala ma accattivante: l’autore non tenta la via del racconto classico, perché si dichiara ancora non all’altezza di gestire una lunga narrazione a fumetti, ma è allo stesso modo convinto dei suoi mezzi nel tempo comico veloce della vignetta autoconclusiva.

Ne nasce una lettura, scorrevole, varia, a tratti necessariamente discontinua, ma senza dubbio gradevole e originale. Anzi, se ripensiamo alle vecchie raccolte annuali di Forattini, con gli stessi giochi paroli triviali ripetuti decine di volte (ricordatevi quelli su Kohl!), ci viene voglia di salutare questa pubblicazione come un sorso d’acqua fresca nel deserto.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

Leggi l’anteprima di Pensavo fosse amore invece era Matteo Renzi

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Qual è la genesi del libro? Marco Travaglio nella sua introduzione, benevolmente sarcastica, dice che hai raccolto quelle scartate da Il Fatto..

In un certo senso si, ma non certo nel senso che dice lui! Diciamo che molte sono…inedite, non scartate! Ogni giorno io realizzo decine di vignette, ma ne viene pubblicata solo una e molte rimangono nel cassetto. Quelle che ho conservato le ho messe nel libro, inserendole in una narrazione più ampia. Non ho voluto fare la classica raccolta di vignette (alla Forattini, per intenderci), non mi è mai interessato. Ho preferito fare un libro che avesse un suo senso autonomo.

Il titolo spiega: ci sono due elementi, l’amore e Renzi, in contrapposizione. All’inizio, volevo parlare di politica, ma sono contento di aver allargato il discorso su un piano più ampio. Ci sono diversi livelli. In primo luogo, si parla di politica, ma rivolgendoci  ipoteticamente a qualcuno che di politica non sa nulla, a qualcuno che non si informa, oppure a una persona straniera, che non conosce la realtà (incredibile se non la vivi da dentro) della situazione italiana. C’è poi una parodia della narrazione, ormai canonica e stantìa, della nevrotica “generazione dei trentenni”, da film di Muccino, piena di clichè autoreferenziali. Soprattutto il protagonista ne è una parodia, mentre la protagonista femminile è il personaggio positivo, costruttivo, che prova a cambiare le cose. Dunque, si parla anche di una vicenda privata, sentimentale, che però racconta un’intera generazione: la generazione in passato unita dall’essere contro Berlusconi, che poi si è divisa su Renzi. E poi, appunto, c’è Renzi. Ma nel libro Renzi, più che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, rappresenta il lavoro, che ossessivo e soffocante ti possiede per tutta la giornata. Da vignettista, mi ritrovo nel tempo libero, dove dovrei “staccare dal lavoro”, a disegnare ancora perché mi è venuta una nuova idea.

In conclusione, un libro che parte dalla satira politica per raccontare molto di più. Ho trovato molto interessante tentare questa forma di narrazione: io sono un vignettista, non un fumettista. Sono un centometrista, non un maratoneta. Non credo di essere in grado di gestire ancora una lunga narrazione, come magari molti fumettisti non sarebbero in grado di realizzare una vignetta satirica efficace.

Ci sono autori satirici a cui ti ispiri?

Non vorrei apparire snob: sì ci sono, ma non italiani. Certo, sono cresciuto con gli autori italiani: Vincino, Vauro, Ellekappa, Stefano Disegni…fra tutti prediligo Vincino, perché ha un umorismo folle, che tende al nonsense, che sento molto vicino. Mi piace molto Makkox, tra i “giovani”, anche se usa un linguaggio diverso. Ma non me li pongo come modelli. Ho imparato molto, invece, nel mio periodo in Spagna dagli autori di quel paese. Monteys e Fontdevila su tutti (specialmente con la loro rubrica Parà ti que eres joven), poi Paco Alcázar, Igor, Mauro Entrialgo, Manuel Ortega (e il gruppo di Carramba) e tanti che facevano parte della storica rivista El Jueves. Rivista che hanno abbandonato dopo l’ennesimo tentativo di censura per fondare Orgullo y Prejuicio. Autori circa quarantenni, dalla personalità forte, dalla satira corrosiva, dei quali puoi facilmente riconoscere l’influenza sul mio lavoro.

Chiaramente, ispiratore del libro è Massimo Troisi, non solo nel titolo, ma in molte scene che sono palesi citazioni da scene celebri dei suoi film. Un omaggio alla mia Napoli, attraverso uno dei suoi figli più geniali.

Parlando di satira, punto di svolta della storia è la notizia dell’attentato a Charlie Hebdo

Fu un momento drammatico. Personalmente, mi ha scosso profondamente essendo un attacco al mio stesso lavoro, oltre ad aver avuto il piacere di conoscere Wolinski e Catherine Meurisse, una delle poche vignettiste di rilievo nel settore europeo (anche lei poco più che trentenne).

Inoltre, nella redazione romana de Il Fatto, dopo la decisione di pubblicarlo in italiano, abbiamo vissuto la tensione di quei giorni, avevamo la pattuglia della polizia fuori della sede. Non mi è piaciuta per nulla dopo per la gara retorica a dire “Je suis Charlie”, anche da parte di persone che erano l’esatto opposto degli autori uccisi, pensiamo alla Santanchè!

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Uno dei pregi del libro, a mio giudizio, è il fatto che tu prendi in giro il pessimismo del lettore medio de Il Fatto, oltre a irridere anche Scanzi e Travaglio, come quest’ultimo recrimina, giocosamente, nell’introduzione…

Marco lo dice sempre: «Sono anni che stai qui a prenderci in giro…e ti paghiamo pure!». Più che del lettore medio de Il Fatto – come è in realtà – ho voluto fare la parodia di come viene percepito: perennemente distruttivo, critico, pessimista, che contesta tutto e tutti a priori. Staino mi prese a male parole un giorno, ad esempio, perché mi accusava di scrivere su un giornale che aveva «confuso tanti compagni!». Eppure io sono il primo a non essere d’accordo con un’attitudine sistematicamente distruttiva. Un conto è essere vigili e critici, altro è contestare a priori e non é certo questo che facciamo a Il Fatto. Del resto, io ora non saprei chi votare. E la mia non è certo una posizione per partito preso…

Anzi, è proprio il contrario!

Esatto! Questo non-adesione ideologica mi consente di criticare a 360°, senza guardare in faccia nessuno.

Mi ha sempre affascinato, a riguardo, il fatto che un intellettuale profondamente di destra come Pietrangelo Buttafuoco ti abbia definito “il miglior autore satirico in Italia”…

Ad esempio, io non condivido l’orizzonte ideologico di Buttafuoco, ma lo apprezzo moltissimo come narratore. Dopo quello di Travaglio (col quale collaboravo da tempo, illustrando i suoi articoli sul suo blog), fu forse il primo riconoscimento importante che ho ricevuto come autore. Mi fece molto piacere.

Nel libro tu ironizzi molto sul frequente accostamento a Zerocalcare, ma mi sembra che le frecciate non siano rivolte a lui…

No, assolutamente, non ho nulla contro di lui. L’ho sempre letto, come ho sempre letto Boulet, il suo dichiarato punto di riferimento francese. Il rapporto fra loro due mi ricorda molto il rapporto tra Fabrizio De Andrè e George Brassens: il primo si è ispirato dichiaratamente, ma è poi uscito fuori con la sua personalità d’autore. Nel libro ironizzo sull’accostamento, o meglio… gioco d’anticipo perché già so che me lo diranno! Rispetto il suo lavoro, non mi piace la dinamica del mainstream che rende gli autori etichette.

Domanda inesorabile: progetti per il futuro?

A me ha colpito molto l’esperienza del reportage in Ungheria, dove sono andato inviato de Il Fatto per raccontare la situazione drammatica degli immigrati al confine. Dopo sei anni passati chiuso in redazione, in cui senza dubbio sono cresciuto molto come disegnatore, vorrei vivere maggiormente quel tipo di esperienze. E poi, voglio fare per la terza volta il Camino de Santiago: un percorso che già in passato mi ha rimesso al mondo e mi ha insegnato moltissimo, facendomi conoscere persone straordinarie e dandomi ogni volta una visione nuova e diversa su tutto quello che ci circonda.