Manga La scuola senza pudore di Nagai Gō

La scuola senza pudore di Nagai Gō

In uno dei capitoli del suo Saraba, waga seishun no Shōnen Janpu (Addio, Shōnen Jump della mia giovinezza!, 1994), Nishimura Shigeo torna indietro nel tempo – più precisamente nel 1968 – per ricordare il clamore suscitato da due opere pubblicate su quelle pagine. Si trattava di Otoko ippiki gaki daishō di Motomiya Hiroshi e di Harenchi gakuen (La scuola senza pudore, 1968) di Nagai Gō. Due opere profondamente diverse l’una dall’altra, apparse quasi per caso su quelle pagine. La loro pubblicazione, infatti, non era ancora stata pianificata dagli editor, ma era avvenuta in grande fretta per sostituire Chichi no tamashii (Lo spirito di papà, 1968-71), un manga sportivo di Kaizuka Hiroshi. Il risultato raggiunto era andato ben oltre ogni più rosea aspettativa e le vendite di «Shōnen Jump», settimana dopo settimana, registravano numeri da capogiro. Harenchi gakuen e Otoko ippiki gaki daishō si piazzavano puntualmente al primo e al terzo posto nelle classifiche di gradimento dei lettori. Inoltre, Harenchi gakuen godeva di una percentuale di supporto pari al 70%: un nuovo record per la rivista che, proprio in quegli anni, inaugurava la sua stagione d’oro. Non a caso, lo stesso Nishimura aveva ribattezzato Motomiya e Nagai come i “salvatori” di «Shōnen Jump».

Era come se un vento di rivoluzione stesse attraversando le pagine di quella rivista che, nel giro di pochi mesi, era diventata improvvisamente “pericolosa e diseducativa”.

nagai

Come mai due opere così diverse, per genere e stile di disegno, erano riuscite sin da subito a far breccia nelle preferenze dei lettori? L’opera di Motomiya era una storia di riscatto, violenza e combattimenti, mentre quella di Nagai era un racconto che mescolava irriverenza, comicità e parodia. L’unico elemento in comune era rappresentato dai due protagonisti e dal ruolo che ricoprivano all’interno della storia: entrambi erano due gaki daishō, i capi di una banda di monelli o teppisti. Null’altro. Questi manga, che di certo non offrivano modelli edificanti di “virtù” e “comportamento”, avevano avuto il prego di rivolgersi ai lettori in maniera schietta e sincera, magari irrispettosa e impertinente, ma pur sempre spontanea e non stereotipata.

Nel gennaio del 1970, i riflettori tornavano a posarsi su Harenchi gakuen con alcuni articoli pubblicati sullo «Asahi Shinbun» e sul «Mainichi Shinbun», due dei principali quotidiani nazionali. In sostanza, si incolpava Nagai di aver realizzato un’opera erotica, quasi immorale, e al contempo irrispettosa nei confronti degli insegnanti e del loro ruolo educativo. Anche se Nagai aveva difeso strenuamente la sua opera e le sue idee, quegli articoli avevano sollevato un polverone senza precedenti. Nel giro di poco tempo, le voci di protesta si erano trasformate in una vera e propria campagna mediatica contro quei manga che il PTA (Associazione di genitori e insegnanti) riteneva offensivi e dannosi. Neanche a dirlo, il bersaglio principale era proprio Harenchi gakuen. Se però da una parte c’era il PTA che inviava lettere di protesta alla casa editrice, dall’altra c’erano i numerosi lettori che inviano lettere di sostegno e incoraggiamento alla redazione e all’autore. Più le proteste del PTA si facevano veementi, più si amplificava il successo del manga.

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Nonostante i presidi e i professori vietassero di leggere quel manga, le copie di «Shōnen Jump» continuavano a circolare ugualmente nelle aule scolastiche, forse ancor più di prima. Anche se il corpo docente veniva rappresentato nel peggiore dei modi (debosciati, viscidi e incompetenti), l’elemento destabilizzante restava sempre il tema della sessualità. Dopotutto, nelle produzioni a fumetti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il sesso era completamente assente, anzi, si aveva come l’impressione che “sesso” e “manga” fossero due parole destinate a non incrociarsi mai. Dopotutto, il modello Tezuka – ben diverso dal modello gekiga – imponeva delle precise linee guida che andavano rigorosamente rispettate. Harenchi gakuen, invece, era stato il primo manga, rivolto a bambini e adolescenti, ad avere infranto questo tabù. A rileggerlo oggi non troveremo nulla di indecente, spudorato o sfrontato, ma se lo contestualizziamo nella realtà di quegli anni, allora, il discorso forse cambia. Eppure è stato proprio grazie a questo manga “rivoluzionario” che, negli anni seguenti, si son potuti leggere capolavori come Apollo no uta (La canzone di Apollo, 1970) e Yakepacchi no Maria (Maria di Yakepacchi, 1970)  di Tezuka Osamu (1928-89).

Un plauso, quindi, a J-Pop per aver finalmente portato in Italia questo titolo, un manga tra i più ispirati e genuini partoriti dalla mente di Nagai. Lontano anni luce dalla violenza di Devilman (1972) e Shutendoji (1976), ma soprattutto dalla famose saghe robotiche, Harenchi gakuen anticipa le atmosfere scanzonate ed erotiche di Kekko kamen (1974) e Cutey Honey (1973). Nagai potrà non piacere a tutti, ma leggendo oggi Harenchi gakuen si avrà la consapevolezza di stringere tra le mani un pezzo di  storia del fumetto giapponese.


*Paolo La Marca si occupa di letteratura giapponese moderna e contemporanea e di storia del manga. Insegna Lingua e Letteratura Giapponese all’Università degli Studi di Catania (facoltà di Lingue e Letterature Straniere e Dipartimento di Scienze Umanistiche) e Mediazione linguistica orale – Giapponese presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Reggio Calabria. Ha un blog sul manga: Una Stanza Piena di Manga.

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