Lost in translation: illustrare l’intraducibile

Tra i libri d’illustrazione usciti recentemente in Italia, Lost In Translation di Ella Frances Sanders si impone tra i più interessanti e degni di riflessione. In realtà, è limitante definire il libro nei canoni convenzionali dell’illustrazione, trattandosi di un intelligente esperimento al confine tra parola e immagine.

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Come rivela il titolo, il tema del libro è tra i più fascinosi: l’espressione anglofona Lost In Translation (divenuta internazionalmente diffusa dopo l’omonimo film di Sofia Coppola del 2003) indica le sfumature di significato necessariamente smarrite nel processo di traduzione da una lingua all’altra.

Il libro affronta, nell’edizione italiana, 50 parole intraducibili. Alla spiegazione – approfondita e divertente – di ogni singolo termine corrisponde un’illustrazione, che contribuisce a comunicare il “non traducibile”. Questa semplice intuizione apre un’importante riflessione sui limiti del linguaggio e sul potere delle immagini di superarli. Tema che ha attirato l’attenzione di diversi critici letterari. Non a caso Ilaria Piperno (autrice della traduzione italiana per Marcos y Marcos) è stata intervistata da Loredana Lipperini nella trasmissione  di Radio 3 Fahrenheit, proprio sulla sua condizione paradossale: dover tradurre un libro di parole intraducibili.

Abbiamo parlato di questo ed altro con l’autrice, Ella Sanders.

Quale è stata l’ispirazione del libro?

Il libro è “accaduto” a me, più di quanto io sia “accaduta” al libro, per intenderci. Due anni fa, sul mio blog, ho pubblicato un piccolo post illustrato per la casa editrice ove lavoravo, ed è subito divenuto virale. Credo quella sia stata l’ispirazione, il seme del libro: tantissime persone hanno condiviso e commentato il post, e una di esse si è rivelata un editore. Era destino, potremmo dire.

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Quale parola hai trovato più difficile da illustrare?

Alcune illustrazioni sono venute molto semplicemente, con altre ho lottato per giorni. Una di esse, ad esempio, è stata la parola ungherese ‘szimpatikus‘. Alla fine, comunque sono complessivamente soddisfatta delle 52 illustrazioni come raccolta, ovviamente tutte collegate tra loro da un tema comune, anch’esso intraducibile.

Quale parola invece è stata la più divertente?

Credo che la più divertente per me sia stata la parola tedesca ‘kummerspeck‘, letteralmente ‘pancetta da stress’. Si riferisce al peso che una persona accumula quando sfoga nel cibo i propri problemi emotivi, cosa che non è propriamente divertente in sé, semplicemente adoro il fatto che la chiamino così. Così drammatico,così reale.

Puoi dirci la parola italiana (non presente nell’edizione nostrana) che hai voluto illustrare come intraducibile?

La parola ‘commuovere’. Sono particolarmente contenta di quella illustrazione.

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Il libro mostra come le immagini possano, più delle parole, comunicare cosa risiede al di là dei limiti di ogni linguaggio. Quali sono le tue riflessioni a riguardo? Puoi condividere la tua esperienza nel processo creativo?

Creare questo libro è stata senza dubbio un’esperienza molto interessante per me. Come illustratrice, normalmente è proprio l’assenza di testo l’aspetto principale: spesso ti trovi a dover esprimere un’idea con una sola immagine. Il mio approccio per le illustrazioni di questo libro è stato quello di pensarle come se non ci fosse nessun testo in didascalia, come se la parola intraducibile dovesse essere comunicata solo attraverso l’immagine. Concordo pienamente con ciò che dici, a volte le immagini (siano esse quadri, illustrazioni o fotografie) possono condurci oltre la necessità delle parole e del linguaggio.

Amo il gioco di interazione fra i due livelli: in alcuni casi sono entrambi necessari per comunicare un messaggio, mentre altre volte usarne solo uno in realtà comunica molto di più.

Per me è sempre una sfida affascinante dover scegliere parole, immagini o entrambe.Generalmente, preferisco un lavoro diretto, semplice, il che spesso equivale a lasciare fuori le parole dalla versione finale. Ma allo stesso tempo, ho imparato ad essere più a mio agio con la combinazione di parole e immagini. Beh, credo di averlo dovuto fare!

In conclusione, quale è il tuo prossimo progetto?

Negli ultimi sei mesi ho lavorato ad un secondo libro. Non sono sicura di quanto possa ancora parlarne, ma credo abbia un’ispirazione simile a Lost in Translation (linguisticamente parlando)…. Credo che staranno benissimo uno accanto all’altro su uno scaffale. Sarà, per intenderci, una sorta di compagno di Lost in Translation!