Il Giappone per capire, e per capirsi. I Quaderni Giapponesi di Igort

Leggere Quaderni Giapponesi è un’esperienza sinestetica. L’ultimo graphic novel di Igor Tuveri innesca un’esplosione sensoriale che evoca momenti vissuti e non vissuti, a cavallo fra esperienza e immaginazione. L’odore della carta, il rumore dei passi sulle foglie cadute, il profumo del the, il caos della redazione di un giornale. Lo stesso libro che stringiamo tra le mani, nella doppia edizione Coconino (brossurato standard) e in quella Oblomov (cartonato in grande formato; fuori commercio ma reperibile qui), rinforza la matericità dell’esperienza di lettura, quasi fosse una declinazione tattile del suo personale ‘impero dei segni’.

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Dopo i reportage in Ucraina e Russia, la formula dei Quaderni viene rivista spostando l’accento verso uno sguardo più esplicitamente autobiografico. Le molteplici permanenze nipponiche dell’autore diventano quindi pretesto per un viaggio all’interno delle complessità spirituali e materiali della cultura giapponese. L’esposizione autobiografica diviene così erratica, frammentaria, interrotta continuamente da digressioni e approfondimenti. In questo senso, diverse libere associazioni compongono un quadro intimista e spontaneo, in cui l’autore ci prende per mano e ci invita a percorrere le stesse strade che percorse lui, alternando fra difficili (ma soddisfacenti) esperienze professionali e una solitaria ricerca introspettiva.

Il racconto è per lo più affidato a poche, grandi vignette, che rallentano e dilatano il tempo della narrazione. Ci si sofferma così su attimi che si distendono, quasi a voler superare la dimensione compressa della sintesi sequenziale. Rielaborandolo sulla base della propria cifra autoriale, Igort fa suo uno dei modelli narrativi tipici del fumetto giapponese, quella aspect-to-aspect transition (secondo la definizione coniata da McCloud in Understanding Comics) che frammenta gli attimi in un intento contemplativo. Nel frattempo, i colori caldi della scene di vita quotidiana contrastano i grigi della dimensione lavorativa/professionale, quasi a rinforzare le contraddizioni che animano l’universo simbolico di riferimento. La scelta formale costituisce così una via d’accesso per il lettore, una mediazione artistica da parte di chi fu a sua volta curioso e attento osservatore di una complessa realtà tangibile.

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A pagina 44, descrivendo il proprio editor alla Kodansha, Igort sottolinea come la relazione professionale assumesse l’assetto maieutico di un dialogo socratico. Mi sembra che questo passaggio, fra molti forse anche più poetici e incisivi, racchiuda lo spirito che anima la riflessione di Quaderni Giapponesi. E cioè un’interazione fertile fra due universi mai contrapposti, tra la cultura orientale e le categorie del pensiero occidentale. Uno scambio dialettico che non assume i toni di una lettura mediata, o di una rimasticatura a posteriori.

Ad aiutarci nell’approccio troviamo la galassia di scrittori, fumettisti, pittori e registi che hanno fatto da palestra intellettuale per Igort. Nomi celebri (Hayao Miyazaki, Hokusai) e meno celebri che attraverso il proprio lavoro, l’esperienza personale e in qualche caso il rapporto diretto con l’autore sardo, diventano strade percorribili anche per il lettore occidentale. A questo crocevia di esperienze artistiche si affianca la dimensione storica, anch’essa esplorata con passione e lucida competenza: Igort diventa così cantastorie, un menestrello che arricchisce con propria sensibilità fatti meno noti ma non per questo meno significativi. Ad esempio, una mise en abyme racconta “vera storia” di Sada Abe, geisha resa immortale dal film Ecco l’impero dei sensi (1976).

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Gli antichi greci avevano un termine che potremmo utilizzare per definire Quaderni Giapponesi. Chiamavano infatti hupomnēmata quelle forme di scrittura privata, diari per l’appunto, che raccoglievano aneddoti e riflessioni nel segno della più libera eterogeneità. Questi memoriali erano raccolte tangibili di quanto letto, sentito o vissuto, compilate con l’intento di accumulare nozioni e fissare ricordi, da utilizzare successivamente come materiale per la meditazione individuale e la cura di sé stessi. Negli ultimi anni della propria vita, il filosofo francese Michel Foucault analizzò con perizia queste forme di scrittura, nell’ambito dello studio delle cosiddette “tecnologie del sé”. E identificò gli hupomnēmata come esercizio primigenio di etopoiesi, cioè di creazione dell’ethos nel processo di formulazione identitaria. In altre parole, l’assorbimento di precetti e discorsi all’interno di principi razionali di comportamento.

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Nella pubblicazione, cioè nell’atto di essere reso pubblico, un’opera come Quaderni Giapponesi ha la capacità di proiettare sul lettore questo sforzo di cura del sé. Di trasmettere quindi la spinta ermeneutica che ha innescato l’esplorazione originale. Ci vuole invitare così alla comprensione, allo studio e all’osservazione rispettosa di chi è altro/a da noi, senza tirare in causa sofismi o proclami ideologici. E lo fa quando è più necessario, in un momento storico in cui le relazioni interculturali si fanno sempre più complesse, e in cui la diversità e il meticciato vengono visti con crescente sospetto, se non paura. Nell’atto di lettura, la specificità del medium fumetto esalta la catarsi emotiva, la fruizione profonda che interiorizza il vissuto. Qui, l’approccio sinestetico di cui parlavo all’inizio permette alle parole e alle immagini di Igort di scavare in profondità, e di lasciare un segno indelebile nell’animo di chi legge.

Quaderni Giapponesi
di Igort
Coconino Press, 2015
176 pag, 19€