Focus Quel che resta del viaggio di Spazio: 1999

Quel che resta del viaggio di Spazio: 1999

Ora, i più giovani forse non ricordano più Spazio 1999 e i suoi creatori ed è di questo che parleremo tra un attimo. Prima però una nota sul recente reboot: Andrew E. C. Gaska, lo sceneggiatore, è un freelance ormai specializzato nel mettere mano a franchise un po’ vintage, che dopo un decennio di consulenza per Rockstar Games (facendo varie cose dentro la serie di videogiochi GTA) ha fondato lo studio BLAM! Ventures e ha lavorato con editori americani quali Archaia e BOOM! Studios, per rimettere fuori le versioni a fumetti di Buck Rogers, Pianeta delle scimmie e altre property del genere.

L’operazione di Gaska per Spazio 1999, finora articolata su due volumi – Aftershock and Awe e To Everything That Was (con disegni di Gray Morrow) – è stata particolarmente ricca, ed ha incluso cose come recuperi di fumetti storici, ritocchi e rimontaggio di tavole, arricchimenti, dettagli inediti, nuovi spunti (esempio: una vista dalla Terra delle conseguenze del distacco). La lettura vale la pena e c’è anche la speranza che un domani possano essere recuperate le versioni tedesche e italiane, adattamenti autoctoni della serie italo-britannica. Ma la domanda fondamentale è: su che cosa ha costruito il buon Gaska? E perché sembra interessante?

planets apes

La piccola epica di casa Anderson

Le fondamenta potenti del suo reboot sono nell’epica di Gerry e Sylvia Anderson. La coppia di marito e moglie all’epoca si stava separando (tra la prima e la seconda stagione) ma aveva deciso di andare avanti professionalmente con la serie di fantascienza, la seconda con attori in carne ed ossa dopo UFO e soprattutto dopo un decennio di “Supermarionation” straordinario e poetico, autentico paradiso dei giocattoli anni Sessanta e primi Settanta: Thunderbirds, Captain Scarlet, Fireball XL5, Stingray. Fantascienza televisiva britannica rivolta a un pubblico preadolescenziale e adolescenziale, eroica, molto semplice (bianco e nero, buoni e cattivi) ma deliziosa, soprattutto per l’abilità artigianale della produzione.

Gerry Anderson era inglese, nato nel 1929 e scomparso pochi anni fa senza che nessuno lo ricordasse perlomeno nel nostro paese, cioè nel 2012. Dagli anni Cinquanta ha scritto e diretto vari film con i “pupazzi” e i suoi fantastici modellini: se cercate bene su Youtube trovate praticamente tutto anche in italiano e ne vale la pena. Magari le trame sono ingenue, magari si intravede qualche filo di troppo, però in venti anni Anderson e i suoi costruiscono competenze, capacità e una poetica che porterà a frutti maturi nei Settanta. Salto a pie’ pari tutta la parte con i pupazzi e mi concentro su quelli con attori in carne ed ossa (ma con i modellini che appartengono a questa tradizione artigianale straordinaria) a partire dal film Doppia immagine nello spazio (o Doppelgänger, in originale; un capolavoro di fantascienza psicologica del 1969 sul tema del doppio, come facilmente si può intuire dal titolo) per arrivare a UFO. È considerato un capolavoro a sé stante. Praticamente Thunderbirds, ma fatto con personaggi reali: una organizzazione segreta mimetizzata all’interno di studios cinematografici londinesi che in realtà è dotata di mezzi fantascientifici e addirittura una base lunare, che combatte contro ondate di alieni dotati di dischi volanti. Qualcuno ricorderà il comandante Edward Straker con i suoi capelli biondi a caschetto (era interpretato da Ed Bishop) oppure il sogno di molti adolescenti dell’epoca, cioè il tenente Gay Ellis (interpretata dalla clamorosa Gabrielle Drake) ufficiale delle trasmissioni sulla base Luna, con micro-abitini in stile tardi anni Sessanta tutti laminati in argento e grandi occhi da Bambi. Fu un grande successo. Che aprì la strada all’ultimo, più ambizioso capitolo della traiettoria disegnata da Gerry e Sylvia.

Gay Ellis, Ed Straker e Paul Foster nella base lunare
Gay Ellis, Ed Straker e Paul Foster nella base lunare

Una nota su Sylvia, prima: l’attrice e doppiatrice ha avuto un ruolo fondamentale nelle produzioni create assieme al marito. Nata nel 1927 e tutt’ora vivente, ha infatti creato lo stile di quasi tutti i personaggi dei film – a pupazzi o live – del marito, e ne ha doppiati parecchi altri. A metà degli anni Settanta, proprio quando parte Spazio 1999, si separa dal marito e ottiene poi il divorzio nel 1980. La coppia decide di terminare comunque l’esperienza di Spazio 1999 e così le due stagioni (la prima, più bella, del 1975 e la successiva dell’anno dopo) per un totale di 48 episodi di 50 minuti circa l’uno. Sylvia resta a Londra e fa la talent scout per 30 anni per la televisione americana.

Lo spazio come meraviglia 

Veniamo ora a Spazio 1999. C’è voluto un po’ ma vedrete che ne è valsa la pena. La premessa della storia è semplice: in un futuro non troppo remoto (novembre del 1999 visto con gli occhi di chi viveva nel 1975, quindi quasi un quarto di secolo prima) la Luna è stata colonizzata. La base Alpha è l’avamposto autonomo dove vivono 311 tra ingegneri, tecnici e ricercatori. Struttura autonoma e alimentata ad energia atomica, serve per fare ricerca ma anche da volano per smaltire i fusti di materiale atomico radioattivo, principale fonte di energia del pianeta dagli effetti inquinanti (e non solo) notevoli. Inoltre, dopo la scoperta di un remoto pianeta forse abitato, Meta, che spedisce segnali radio verso la Terra, la base lunare Alpha diventa il punto critico di preparazione per la missione esplorativa.

A questo punto inizia la serie: il primo episodio, che fu co-prodotto dagli inglesi di Itv e dalla nostra Rai, parte con il mistero di nove piloti di astronave morti in modo misterioso (virus? radiazioni?). Per risolverlo viene rimosso il vecchio e incapace comandante della base, sostituito dal nuovo comandante John Koenig (Martin Landau), che fa parte assieme alla dottoressa Helena Russell (Barbara Bain) e al dottor Victor Bergman (Barry Morse) del pacchetto di comando. Accanto a loro ci sono il vice comandante della prima stagione (Paul Marrow, interpretato da Prentis Hancock) e poi da quello della seconda stagione (Tony Verdeschi, interpretato da Tony Anholt), il comandante della flotta delle Aquile, Alan Carter (Nick Tate), l’informatico Sandra Benes (Zienia Merton) e, dalla seconda stagione, Maya (Catherine Schell), aliena che diventa membro dell’equipaggio, capace di cambiare forma in animali e vero “salto dello squalo” della serie, anche se è molto amata da parte degli spettatori più piccoli.

Il fatto è che i rifiuti nucleari esplodono e proiettano la Luna nel cosmo, che diventa così una sorta di pianeta-itinerante. La traiettoria della base Alpha è infinita (la storia non si conclude) e permette di perpetuare il tema del viaggio in una declinazione non banale. L’infinito andare, con una base che pare non esaurire mai le risorse (questa sì un capolavoro di pensiero fantascientifico: quattro chilometri di larghezza, fatta a cerchi concentrici, con parti che arrivano a un chilometro di profondità; una meraviglia, insomma), permette di trovare spunti continui, sulla falsariga della missione quinquennale della prima serie di Star Trek, di quasi un decennio precedente.

La cosa che gli amanti del genere ricordano di più sono i modellini delle astronavi da trasporto usate dai lunariani: si chiamano Aquile, sono modulari, con un corpo “tralicciato” con struttura ben in evidenza, carico sostituitibile (il modulo abitabile), quattro grandi zampe per l’atterraggio e una “testa” facilmente riconoscibile. Sono l’icona di Spazio 1999 e i modellini in metallo pressofuso realizzati all’epoca da Dinky Toys sono ancora molto amati. Erano disponibili anche kit di montaggio in plastica che di recente sono state rimesse in produzione (tutta roba che si trova su Internet, ovviamente) in scale leggermente diverse: le Aquile di metallo sono lunghe circa venti centimetri (chi scrive dalla notte dei tempi ne ha due sulla scrivania) mentre quelle in plastica da montare sono circa di trenta centimetri. Esistono poi anche versioni molto costose da veri appassionati lunghe mezzo metro, e poi i modelli del set (ne furono realizzati tre per le riprese più ravvicinate) che sono lunghi più di un metro e oggi sono in collezioni private.

space 1999

Spazio 1999 è durato poco ma ha avuto un impatto fenomenale. Come altri capisaldi della fantascienza prima di lui (soprattutto il film di Stanley Kubrick, Odissea nello spazio) ha una gestione dell’esterno, cioè dello spazio, notevole. Certo, ci sono un sacco di “errori” di scienza (Isaac Asimov dedicò due articoli agli errori scientifici commessi dagli autori della serie, compresa l’idea che il lato oscuro della Luna fosse effettivamente buio, mentre viene in realtà illuminato dal Sole per quindici giorni di fila e poi la stessa cosa accade al lato che guarda la Terra: è considerato ‘oscuro’ nel senso che non si vede mai dal nostro pianeta ed è stato fotografato e mappato per la prima volta dai sovietici nel 1959). Ma ci sono anche molte cose giuste e tante cose bellissime. L’insieme di meccanismi di funzionamento della base lunare, con i pod dove atterrano le Aquile, che poi scendono nell’hangar sotterraneo, tutto minuziosamente animato con giganteschi modellini che utilizzano sbuffi di fumo e gas per dare la sensazione del movimento e dei razzi, sono deliziosi.

Un viaggio senza salvezza

Tuttavia, Spazio 1999 è anche una serie estremamente cupa. Pensata come fantascienza d’azione “adulta”, vede nella ricerca di toni neri, montaggio lunghi e angoscianti, nell’uso di situazioni costantemente drammatiche, la sua caratteristica principale. Cerca l’effetto come lo cercavano gli episodi di Ai confini della realtà, ed è stata accusata di molte cose ma non certo di essere “un’americanata”. Ricordate le tre stagioni della prima serie di Star Trek? Alla fine di ogni episodio, raccolti sul ponte di comando attorno alla poltrona tribale del Comandante Kirk, McCoy e Scott ridono insieme al loro leader, mentre Spock fa la parte dell’alieno serioso, che non capisce e viene messo in mezzo dai suoi amici burloni e dal cuore leggero. Un pezzetto di teatro, uno schema del Vaudeville che propone situazioni e maschere convenzionali.

Al confronto, Spazio 1999 è una serie che porta al suicidio lo spettatore perché costruisce angoscia su angoscia (essere intrappolati sulla base lunare “sparata” assieme a tutto il satellite terrestre nel cosmo, senza più possibilità di tornare, mentre si incontrano altri pericoli micidiali e alieni insidiosi). Non c’è soluzione, non c’è redenzione. Il viaggio degli argonauti di Spazio 1999 è un viaggio laico, privo di un al di là salvifico: essere scagliati nello spazio sulla base Alpha è come la vita, non c’è un happy ending e bisogna trovare qualche sollievo nelle piccole gioie quotidiane e nell’autodisciplina che consente la civiltà, e che evita alla fragile struttura sociale di sfasciarsi e regredire. Insomma, un pessimismo che ha fiducia solo nell’uomo e in nient’altro, facendo forza sull’accettazione della morte e della fine di tutto come unico termine possibile del viaggio.

Screenshot di una delle sequenze iniziali della serie
Screenshot di una delle sequenze iniziali della serie

La cupezza e il pessimismo di Spazio 1999, che pure aveva bellissime ambientazioni scenografiche ed era ad anni luce dalle baracconate del Doctor Who dell’epoca, sono antitetiche rispetto al fideismo e alla missione superiore dei viaggiatori eletti che pervade i telefilm americani di questo periodo. Le conseguenze sono facilmente prevedibili: Spazio 1999 ha perso subito la co-produzione italiana (che nella seconda stagione è assente), ha cercato di diventare più “palatabile” con l’aggiunta di Maya e di situazioni più leggere (anche romantiche), ma tutto sommato non ha tradito il suo spirito (pessimista) e dopo due anni ha chiuso i battenti. Fra la prima e la seconda stagione i suoi due creatori avevano divorziato, il network aveva cercato di assumere il controllo creativo del prodotto (per snaturarlo ma, per fortuna, senza esserci riuscito), e una nuova generazione di spettatori preadolescenti e adolescenti (che oggi hanno tra poco più di quaranta e poco più di cinquanta) ha ricevuto un imprinting molto diverso dalle generazioni successive.

Cosa resta di Gerry Anderson

Nel romanzo di avventura per ragazzi, soprattutto maschi (ma nella letteratura di genere per ragazze come Piccole donne ci sono gli stessi stilemi) c’è una componente “nera”, negativa, antica, che si trova da Zanna Bianca a Bambi. Una avventura dove il buono e il cattivo sono moralmente chiari, non segnati in maniera ambigua, e dove ritualmente e simbolicamente i personaggi muoiono. Una letteratura (in senso ampio: romanzi, fumetti, cartoni animati, telefilm, film) in cui sui fa sul serio perché in un mondo moralmente non ambiguo è necessario che le azioni abbiano delle conseguenze. E per mettere in scena il raggio più ampio possibile, si tengono la serietà e la morte ben presenti, in quanto parte della vita. Non vengono rimosse ma casomai messe (più o meno) a tema. Un consumo culturale pedagogico, una tazza di amara filosofia di vita resa più dolce dal miele del racconto attorno al bordo della tazza. Un miele che rende piacevole l’amara medicina (l’idea ovviamente non è mia, ma di Lucrezio), che però la rende anche un po’ indigesta e stucchevole.

Con il complicarsi della vita, i ritmi crescenti della città e il bisogno di consumi culturali da somministrare a velocità accelerata (per alimentare la fornace delle produzioni) il miele continua ad aumentare sino a diventare la parte preponderante della ricetta. Lo spiacevole sapore “zuccherino” dell’escapismo di tante avventure “made in America” deriva da questo: dall’idea che se si ride e ci si diverte il tempo passa più facilmente e il consumo di conseguenza cresce. Le cose troppo “dure” possono non piacere, annoiare, spaventare, e quindi non vanno bene. Spazio 1999 finisce così la sua traiettoria. Le sue astronavi e gli effetti speciali sono figli del lavoro della squadra capitanata da Brian Johnson. Molti di quel gruppo avevano lavorato a 2001 Odissea nello spazio e si troveranno, dopo la fine di Spazio 1999, a lavorare ai primi due capitoli di Guerre Stellari e poi ad Alien (che è “diverso” solo perché costruito attorno all’immaginario grafico dell’illustratore e pittore svizzero Giger).

Adesso, con questo reboot in mano e le Aquile parcheggiate, come al solito, accanto al monitor del mio computer, mi interrogo su cosa sia rimasto dell’epoca di Gerry Anderson. Il racconto per ragazzi di stampo fantastico e avventuroso, che ti doveva far divertire ma prepararti anche alla vita (valori chiari e dichiarati: amicizia, lealtà, onestà, chiarezza nelle scelte, inesorabilità della vita e della morte) forse non c’è più. Siamo nell’epoca del disincanto, del cinismo, dell’ambiguità morale. I cattivi non sono solo affascinanti, ma sono anche ben motivati e forse addirittura buoni, a modo loro. E spesso i buoni sono perfidi, forse moralmente dannati, sicuramente diversi da quelli tutti d’un pezzo d’una volta.

Se oggi, dopo aver viaggiato per quasi quarant’anni persa nel cosmo, la Luna dovesse tornare nella sua vecchia orbita terrestre e dalla ritrovata base Alpha si levasse uno stormo di Aquile che riportasse quel che resta dell’equipaggio sulla Terra, più che un mondo trasformato troverebbe ad attenderli una diversa visione morale. E non è detto che piacerebbe agli eroi perduti di base lunare Alpha. Come spesso non piace ai vecchi il mondo che hanno costruito, tradimento dei ragazzi che furono.

Una grafica dai volumi curati da Andrew Gaska
Una grafica dai volumi curati da Andrew Gaska

 


*Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. Ha un blog dal 2002: Il posto di Antonio.

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