Recensioni Novità Barrier #1 di Vaughan e Marcos: di confini, immigrati e altre amenità

Barrier #1 di Vaughan e Marcos: di confini, immigrati e altre amenità

Dopo l’ottimo Private Eye, di recente pubblicato in hardcover per Image Comics – editori italiani, please – si ricostituisce il dinamico trio formato da Brian K. Vaughan, Marcos Martin e Muntsa Vicente. La formula è la stessa: distribuzione aperiodica solo online, albi privi di DRM, scaricabili con offerta libera, e formato landscape per una fruizione ottimale su tablet e dispositivi mobili. Insomma, un fumetto potenzialmente gratuito, pensato nativo digitale, realizzato da un autore di punta. E con il rischio di essere persino interessante, come già era stato il davvero brillante Private Eye, parabola distopica sul rapporto fra internet e privacy, con spruzzate (gustose) di spy story.

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Cosa racconta il primo episodio?

Vaughan (testi) e Martin (disegni) abbandonano, almeno in apparenza, la fantascienza per narrarci una storia di immigrazione, giocata nel territorio inospitale del confine tra Messico e Stati Uniti.

Due protagonisti: da una parte Liddy, determinata proprietaria terriera texana, affronta senza troppo successo le presunte minacce dei narcos messicani: il cartello vorrebbe utilizzare i suoi terreni come territorio di transito verso gli Stati Uniti, e nessuno sembra essere in grado di impedirlo. Pochi indizi ci permettono di inquadrarla come donna forte, dal passato tragico e burrascoso. L’altra storyline parallela è quella di Oscar, misterioso e caparbio reietto che dall’Honduras sta cercando di arrivare, con mezzi non propriamente leciti, negli Stati Uniti. Un ‘badass’ ispanico con qualche asso nella manica.

Pochi dati, ma tanti interrogativi: quale passato scabroso celano i protagonisti? A mutilare gli animali sono davvero i narcos, o siamo alle prese con un ben più esotico ‘chupacabra’? Riuscirà Vaughan ad evitare i cali di ritmo e le cadute di stile?

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Come si capisce anche da questa brevissima sinossi, Barrier lavora su tematiche decisamente attuali. Per quanto si tratti di un capitolo introduttivo, è palese la volontà di affrontare una delle dinamiche sociopolitiche più sentite nel continente americano, e di elaborarla confrontandosi con riferimenti culturali assai contemporanei – si parla anche di terrorismo e persino di ISIS.

L’affinità narrativa dei due autori sembra aver raggiunto nuove vette. Sfruttando appieno le potenzialità della lettura digitale, aprono le prospettive verso scenari western in cui gli ottimi colori di Vicente rievocano l’asperità e la solitudine della vita ai margini. Lo stile oscilla tra un adeguato manierismo cinematografico, suggerito anche da azzeccati raccordi di montaggio, e uno sforzo semiotico verso le capacità espressive del medium fumetto. In questo senso, non si può non applaudire la raffinata sequenza muta che transita verso l’ultimo atto di questo primo capitolo.

Lo stile decompresso, e il nostro (ingrato) compito – niente spoiler – rende difficile avanzare speculazioni sul proseguimento della serie. Le ambientazioni western e le commistioni di genere (chi ha letto fino in fondo capisce a cosa mi riferisco) hanno però del potenziale. Se l’ibridazione tra universi simbolici e narrativi ben differenti ha fatto la fortuna di Private Eye, potremmo ipotizzare lo stesso per Barrier. Anche se non si capisce ancora la portata dell’opera, la durata, e quindi come verrà affrontata la sfida della serializzazione, Barrier rimane un fumetto da tenere d’occhio in questo imminente 2016.

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Qualche nota a margine

– Il progetto Panel Syndicate è una delle realtà più interessanti nel mondo dell’autoproduzione digitale nordamericana. Per sfruttare al meglio le potenzialità del servizio, gli autori hanno peraltro reso disponibili gli albi in diverse lingue, tra cui spagnolo, portoghese e francese. Nessuna traccia dell’italiano, purtroppo.

– In lingua inglese il termine ‘alien’, molto più del corrispettivo italiano, denota sia il concetto di extraterrestre, sia quello di immigrato. Già la primissima sequenza di Barrier gioca su questo dualismo semantico. Un gioco di sfumature che – tanto per contraddirci subito – rende più sensato leggere la serie in lingua originale.

– Sempre a proposito di lingue, una porzione consistente dell’albo è in spagnolo, senza mediazioni, glosse o spiegazioni di sorta. Forse è meglio rispolverare il dizionario – o la cugina che ha fatto il linguistico.

– Vaughan non disdegna qualche nota grottesca, come Saga ben ci ricorda. Viste le tematiche, e i riferimenti ultra-contemporanei, non sarebbe impensabile che facesse capolino il good ol’ boy Donald Trump.

– Colonna sonora consigliata: Nevermind di Leonard Cohen, già sigla della seconda stagione di True Detective. “I was not caught/ I crossed the line”.

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