Rubriche Opinioni L’impasse dei picture book, in Italia

L’impasse dei picture book, in Italia

di Fabian Negrin*

A intervalli regolari l’onda si infrange sulla parete in fondo alla libreria scaricandovi il suo tesoro. Questa marea va a costituire lo scaffale dei picture book, che mensilmente si gonfia e sgonfia di nuovi titoli che sostituiscono quelli vecchi producendo un rinnovamento di tutta, o quasi, l’offerta. Oggi tantissime librerie possiedono questo specifico scaffale, ma non è sempre stato cosi.

Negli anni Novanta forse solo le due o tre grandi librerie per ragazzi esistenti allora in Italia lo avevano, mentre le librerie generaliste al massimo contemplavano una zona dedicata complessivamente a tutti i libri per bambini: romanzi, filastrocche, fiabe, librigioco, non-fiction, ecc… Verosimilmente possiamo dire che questo nuovo contenitore si è formato ed è entrato nella percezione generale negli ultimi quindici anni. All’inizio degli anni Duemila, prima Orecchio Acerbo, poi Topipittori, poi un altro paio di case editrici cominciarono a pubblicare esclusivamente (o quasi) albi illustrati.

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Come si diceva, esistevano già prima picture book fatti in Italia (vedevo i libri di Arka e di Fatatrac nella libreria dei Denti a Milano, per esempio), ma i picture book che si cominciarono a fare nel nuovo millennio erano in qualche modo diversi, più consapevoli di se stessi come medium. Col tempo, questi picture book sono diventati un fenomeno che interessa moltissime persone, si e assistito a una moltiplicazione esponenziale di titoli, illustratori, autori, case editrici, bibliotecari esperti, corsi di illustrazione, blogger, testi critici, nonché delle misure in centimetri del formato di questi libri e i giornali hanno incominciato a presentarne specifiche recensioni. Viene da pensare che si sia diffusa una vera febbre da picturebook. Ottimo, sembrerebbe.

Se non che da molto tempo, quando in varie librerie compio la mia visita settimanale a questo scaffale che nel mio piccolo ho contribuito nel bene e nel male a creare, quello che vedo e leggo non mi pare cosi meraviglioso. Anzi, direi che la maggior parte dei prodotti che vi si trova si possa definire mediocre, scarsa o perfino sconcertantemente brutta.

Oltre al dispiacere, ne ricavo soprattutto una sensazione di inutilità. Non parlo della sana inutilità che e propria della letteratura, nel senso di puro cibo per l’anima slegato dalle esigenze pratiche di tutti i giorni, quanto piuttosto della sensazione di trovarmi davanti a libri che se non esistessero nulla cambierebbe e nessuno ne sentirebbe la mancanza. Certo, oggi abbiamo uno scaffale che prima non c’era, mancava, e che rappresenta dunque un’importante opportunità in più. Quello per cui si è lavorato sodo, però, era uno scaffale che sarebbe dovuto essere pieno di importanza, di pregnanza, non un contenitore per il contenitore in sé, con l‘idea che basta che ci sia. E non è che non siano usciti ed escano alcuni libri di grande interesse, ovviamente. Il problema è che la maggioranza dei picture book lì parcheggiati è disegnata da persone che non sanno disegnare, scritta da scrittori privi di belle storie da raccontare e pubblicata da editori improvvisati. Cosa è successo?!

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Il prossimo libro di Fabian Negrin, in uscita nel 2016.

[…]

Illustratori

Con l’esplosione del picture book e la sempre maggiore considerazione con cui lo si è guardato, è apparso via via più qualificante essere illustratore. Se prima questo era un mestiere, che passava peraltro molto inosservato, fare l’illustratore o l’illustratrice oggi è prestigioso. Gli illustratori vanno di moda, come gli hipster. C’è perfino un look particolare (chiunque sia stato alla Fiera del libro di Bologna lo sa) e a volte questo sembra bastare. Come conseguenza, gran parte dell’illustrazione ritrovabile in questi libri è diventata modaiola, con tutto ciò che ne può derivare rispetto all’autenticità dell’immagine.

La moda ha generato poi un’infinità di corsi d’illustrazione in cui sembra che l’unico scopo di questo mestiere sia trovare UNO stile, senza minimamente preoccuparsi del fatto che questo corrisponda davvero alla storia narrata, o meglio alle infinite storie narrabili e diversamente illustrabili. Questi corsi, di solito settimanali o anche solo di un weekend, ricordano le pubblicità che mostrano un “prima” e un “dopo” promettendo improvvise perdite di peso o ricrescite dei capelli. Illudono che per imparare a disegnare basti poco. E che basti poco anche per fare un libro per bambini.

Non c’e da sorprendersi se nella maggioranza dei picture book dello scaffale si coglie quasi una fretta, una brama di finire le immagini nel minor tempo possibile, una mancanza di piacere provato nel passare del tempo a disegnare. Spesso, per esempio, quello che è palesemente solo un primo schizzo finisce direttamente nel libro stampato o si ricorre a pastiche al computer facendo passare questi espedienti per uno stile. Si fatica ad avvertire, in questi libri, ma anche più in generale nei prodotti inviati per esempio ai concorsi di illustrazione a cui ho partecipato come giurato, l’amore vero per il disegno, gli anni passati a imparare a usare gli strumenti di quello che si vorrebbe il proprio mestiere.

Il canale di formazione – o autoformazione – per molti giovani che vorrebbero fare gli illustratori pare sia, oltre ai corsi mordi e fuggi, soprattutto la rete, in particolare i blog dedicati, e ciò non aiuta. Molte di queste “pagine” non sono altro che autopromozione di chi le scrive, dove gli illustratori in erba si aggirano sperando di trovare la competenza senza dover studiare (rarissime le volte in cui si sente la parola studio nei discorsi su come fare picture book).

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Uno dei libri consigliati da Negrin nel suo articolo originale.


In questo boom dell’illustrazione, paradossalmente, è proprio il disegno che latita
: nei nostri picture book quasi nessuno sa più disegnare un volto, il corpo umano, rappresentare uno spazio non piatto, utilizzare la prospettiva…. Anzi, si finisce perfino con il teorizzare la non necessità di saper disegnare per essere illustratore. Come se gli idraulici iniziassero a dire che cambiare la guarnizione di un rubinetto è una capacita sopravvalutata. In questo contesto, i pochi giovani illustratori che invece coltivano il disegno – cioè le basi – che scelgono vie non facili, che non ripropongono un’ennesima versione delle cinque o sei variabili stilistiche più di successo mutuate dalla Francia, che non si fermano all’imperante decorativismo da carta da parati, che non si spaventano davanti alla “fatica” non aggirabile richiesta da qualunque lavoro serio sono da considerare quasi eroici.

Il Moderno

Lo sprezzo ostentato per il disegno, e ancor più per un disegno realistico e rifinito, è un frainteso del moderno. Il moderno, come movimento artistico, e stato un elemento di sana rottura e ha dato i suoi frutti in certi anni, trovando un apice, nel campo dell’illustrazione per l’infanzia, per esempio in Munari e Lionni. Da quella tradizione, la tradizione munariana, però, mi sento di dire che non è più possibile trarre niente di interessante, di importante. Dopo Iela Mari quella vena sembra essersi esaurita. E quella vena nei libri per bambini ha già dato fin troppo, se si pensa che il moderno è antinarrativo per definizione, un tentativo di lasciare che i soli elementi formali diano senso all’immagine, che loro, in sé, diventino l’oggetto da ammirare, cosa che forse in pittura o in scultura può funzionare, ma che, nell’illustrazione di libri per bambini, rischia di non servire a raccontare o ad arricchire di significato i testi.

Se qualcuno c’e riuscito, in una fase di intensa sperimentazione negli anni Cinquanta-Sessanta, di recente non è più comparso nessun libro di questo tipo che sia degno di nota. L’aver continuato a perseguire lo stile tipico degli anni in cui moltissimi graphic designer si tuffarono nel campo dei libri per bambini caratterizzandoli con gli elementi tipici del loro mestiere (colori piatti, sfondi bianchi, forme geometrizzate…) mi sembra produca oggi libri adulteggianti, asfittici, al più “eleganti”, vintage, con neanche il fattore novità che possedevano i libri di Munari degli anni Quaranta, per non dire dei Russi degli anni Venti. Ci ritroviamo dunque con dei finti libri nuovi, disegnati al minimo o disegnati male (chiediamo a qualunque bambino/a se gli/le piacerebbe disegnare come Herbauts oppure come Innocenti).

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Uno dei libri consigliati da Negrin nel suo articolo originale.

È evidente, e io penso deleterio per il nostro scaffale, che il gusto sia oggi ampiamente ancorato al moderno e questo determina una sorta di dittatura del bidimensionale (dall’anoressia “minimal” alla bulimia floreal-decorativa) alla quale difficilmente ci si sottrae, un’epoca di “fighetteria” che diventa lampante nelle giurie internazionali e che finisce col far preferire il brutto non ancora visto al bello di tipo classico, un rifiuto di qualunque tradizione figurativa, un patologico amore per la novità a tutti i costi, un’autentica allergia verso il saper fare quando questo si palesa in una tecnica che ha radici lontane nella storia del visivo. In particolare il realismo è disprezzato come modello perché in fondo in ben pochi oggi saprebbero trarne lezione, mentre si idolatra il moderno, temo, perché è facilmente riproducibile.

[…]

*Fabian Negrin è uno dei principali illustratori attivi in Italia, vincitore dei premi Andersen (2000) e LoStraniero (2005). Questo intervento è un estratto dall’articolo Impasse, pubblicato sulla rivista “Hamelin. Storia figure pedagogia”, n.40

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