Focus Opinioni La rivista di sci-fi Twelve Tomorrows, e il ritorno di Chris Foss

La rivista di sci-fi Twelve Tomorrows, e il ritorno di Chris Foss

Proprio come il direttore Matteo, anche io sono un appassionato lettore – e accumulatore – di riviste. Siano esse di qualsiasi forma e genere, a me piacciono (quasi) tutte. Rappresentano una visione della realtà contemporanea impagabile: una lente tramite la quale ingrandire alcuni aspetti della società e degli immaginari che vengono quotidianamente generati. Dense di contenuti scarsamente o malamente indicizzati, le riviste rifuggono la monotonalità del libro (pur avendo un numero di riviste una mole complessiva di contenuti/parole paragonabile), e una volta consumate scompaiono nel nulla dei media analogici abbandonati a se stessi. Sono, dal punto di vista mediatico, delle disperate poesie esistenzialiste!

Nel mio continuo consumo di fantascienza, da qualche anno è comparsa una nuova rivista di sci-fi americana, dalle nostre parti, mi risulta, ancora sconosciuta ai più. Adesso che ne parlo pubblicamente spero di renderla più visibile, perché a mio avviso merita davvero. Si tratta di Twelve Tomorrows, rivista di racconti – dodici per volta, come facilmente immaginabile dal nome – edita dalla Technology Review del MIT, il mitico Massachusetts Institute of Technology di Boston. Come e perché questa famosa università voglia fare anche una rivista di fantascienza, è facilmente intuibile: parla di futuri appena dopo quelli disegnati dalla MIT Technology Review, la rivista marchio-di-fabbrica dell’università americana. È il confine lungo il quale la scienza del futuro cede il posto al futuro della scienza.

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Il MIT comunque può permettersi di fare sostanzialmente tutto quel che vuole, perché è una corazzata micidiale: nella sua storia aggiornata al 2014, leggo su Twitter, gli ex allievi del MIT hanno lanciato più di 30mila aziende, creando 4,6 milioni di posti di lavoro e generato un fatturato di quasi duemila miliardi di dollari. I suoi futuri, immaginari o sperimentali che siano, sono molto più realistici della maggior parte degli altri.

Veniamo a Twelve Tomorrows. Creata con il titolo di The Best New Science Fiction (TRSF) per dare spazio a visioni liriche e immaginative delle tecnologie emergenti (con un bollino argentato “12 vision of tomorrow” sulla copertina che diceva già tutto), dopo il primo numero ha subito cambiato veste, formato e testata, assumendo quella attuale di “Twelve Tomorrows” (TT). Il primo dei tre numeri finora pubblicati, nel 2013, è stato curato da Neil Stephenson, che è il padre del post-cyberpunk americano e uno scrittore che amo moltissimo (leggete a tutti i costi il suo Cryptonomicon e magari anche il buon vecchio Zodiac). I due numeri successivi, pubblicati nel 2014nel 2016 (ma escono nell’ultimo trimestre dell’anno precedente), sono stati curati invece da Bruce Sterling, uno dei due padri nobili del cyberpunk ‘quello vero’ (creato assieme soprattutto a William Gibson, l’autore dei racconti “La notte che bruciammo Chrome” e “Mona Lisa Overdrive”; per intenderci: anche queste sono letture natalizie obbligatorie per l’educazione del giovane amante di fantascienza) e buon amico dell’Italia, visto che vive in parte a Torino, e cura anche antologie dedicate ai nostri autori locali.

I quattro numeri della rivista del MIT finora usciti con le due testate sono disponibili per Kindle, ma sono in realtà anche acquistabili in cartaceo, e addirittura in bundle, sul sito del MIT.

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Perché ve ne parlo? La spiegazione è semplice, i curatori ci hanno messo dentro, oltre alla passione per la fantascienza, anche l’amore per l’illustrazione del settore fantascientifico, ripescando sui tre numeri di TT e su quello di TRSF artisti oramai colpevolmente dimenticati. Artisti che fanno la loro comparsa non solo per la copertina ma anche per una serie di tavole interne, proprio come si faceva una volta. Si tratta di un ripescaggio filologico che fa onore ai curatori e agli editori di questa serie, a mio avviso uno dei pochi oggetti da consumo e collezione prodotti dalla fantascienza americana contemporanea.

Partiamo con il precursore di TT, cioè l’antologia TRSF del 2012, con copertina e illustrazioni interne di Chris Foss. Che è una leggenda, e parlarne basta e avanza per questa e varie altre puntate di questa rubrica. Chris Foss è infatti uno dei più importanti “futuristi visuali” britannici, che ha prodotto alcuni degli immaginari fantascientifici più significativi degli anni Settanta e Ottanta. Illustratore e pittore, ha utilizzato tecniche di vario genere. E non ha mai cessato di sperimentare, come si deve per un buon artigiano dell’immagine (o del pensiero). Per la copertina di TRSF, lavoro che gli è stato chiesto dopo anni di incarichi minori, ha giocato con tecniche miste di pittura e collage, arrivando a un risultato complessivamente differente dal filo della sua opera classica, ma al tempo stesso ricco di suggestioni e straordinariamente personale.

Foss però non è stato solo dietro a immaginari di pianeti alieni disabitati e spogli, dai colori forti, con astronavi consumate, “rotte” dall’uso, città meccaniche articolate, o bracci di galassie e scorci di spazio planetario ricchi di fumi, pulviscoli di particelle, relitti, meteoriti, con astronavi caleidoscopiche, dominanze di giallo e di rosso, segni neri, marroni, iperrealistici (se si può definire iperrealistica l’illustrazione di un’astronave del futuro). No, nel suo lavoro c’è di più.

© Chris Foss
© Chris Foss

Il suo talento visivo, infatti, ha definito anche alcune immagini del Superman hollywoodiano ‘classico’ (quello del 1978: soprattutto lavorando sulla Fortezza della Solitudine e sui Cristalli di memoria ed energia) e del Dune di Alejandro Jodorowsky, di cui esiste un lungo documentario ma non il film – perché non fu mai realizzato, portando invece al discusso lavoro di David Lynch del 1984. Foss ha lavorato anche al primo Alien (1979), a Flash Gordon (1980) ad AI (all’epoca in cui fu un progetto di Stanley Kubrick, salvo poi essere fulminato da Steven Spielberg, che è tanto buono e caro ma lavora solo con i suoi), sino allo stralunato Guardiani della Galassia di James Gunn (2014), per il quale ha disegnato gli interni e gli esterni di varie astronavi.

Come illustratore, a latere del suo lavoro fantascientifico, ha anche fatto copertine e illustrazioni di altro genere. In particolare, nell’opera prolifica di questo solitario genio del visivo c’è l’insieme delle illustrazioni del famoso libro The Joy of Sex di Alex Comfort (da noi La gioia del sesso), che ha tracciato un segno importante nella cultura anglosassone, anche proprio per merito delle sue decine di immagini, tutte delicate, dai tratti autentici e naturali, per niente pruriginose e al tempo stesso stranamente inquietanti, sottilmente “reali”.

Ma il talento vero, potente, di Foss è stato (ed è ancora) quello di illustratore di visioni del futuro. È un gigante, assieme allo svizzero H.R. Giger, quell’altro che ha definito l’immaginario dell’alieno nel nostro tempo rimescolando medioevo, biologia, macroscopia, sogni ed incubi, cripte e sepolcri di frati cappuccini e un inconscio discretamente disturbato ma straordinariamente disponibile a farsi leggere dal suo possessore. L’inconscio di Foss, altrettanto disponibile alle esplorazioni del suo portatore – questa volta sano – è stato straordinariamente ricco e si è reso ben famoso. Le illustrazioni di Foss hanno dato il via alle edizioni economiche della Trilogia della Fondazione di Isaac Asimov in lingua inglese, alle serie dei Lensmen e dell’Allodola spaziale di E.E. “Doc” Smith, a montagne di romanzi di Jack Vance, di Edmund Cooper, e di svariati altri. Non è finita: giochi da tavolo di matrice fantascientifica (Traveller della Imperium Games) e copertine di album musicali.

© Chris Foss
© Chris Foss

Quest’ultima cosa degli LP, permettetemi una notazione minore, è una abitudine diffusa e fa parte della temperie degli anni Settanta e primi Ottanta: il rock esplora la fantascienza soprattutto anni Sessanta e Settanta, e gli illustratori delle copertine dei libri diventano anche illustratori dei dischi, definendo l’immagine del suono di gruppi e generi (anche perché le copertine dei 33 giri sono vere e proprie tele da pittore quanto a dimensioni, sia a pagina chiusa che doppia). Basta pensare all’illustratore di quasi tutte le copertine degli album del gruppo di rock progressivo sinfonico e romantico “Yes” (il mio preferito, tra parentesi), cioè Roger Dean. E poi, sul connubio tra fantascienza, rock e fumetto, basterebbe pronunciare il solo nome di una rivista: Métal Hurlant.

Lo stile di Chris Foss e di un manipolo di altri illustratori dei quali parleremo in un’altra occasione, raggiunge a mio avviso il suo punto più alto in una raccolta di quattro libri (tre dei quali pubblicati in Italia decenni fa). Non ne voglio scrivere adesso, ci torniamo tra non molto tempo, con l’anno nuovo. Vi basti sapere, però, che hanno definito un immaginario fantascientifico diverso, più ampio e ricco di quello che ad esempio in Italia è stato storicamente dalla pattuglia di copertinisti di Urania, la serie di fantascienza da edicola settimanale, quindicinale e adesso mensile pubblicata ininterrottamente dal 1952.

Interessante? Beh, direi fondamentale. Buon Natale.


*Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. Ha un blog dal 2002: Il posto di Antonio.

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