Angoulême 2016 e la (doppia) lezione sul sessismo del Grand Prix

A valle della polemica dell’anno – non solo perché è gennaio, ma perché fatico a immaginare nuovi casi dalle conseguenze tanto tangibili – il Festival fumettistico più influente al mondo ha fatto un poco onorevole dietrofront, annunciando la volontà di modificare l’elenco dei candidati al Grand Prix di Angoulême. Saranno quindi aggiunte alcune donne (quante e quali, ancora non sappiamo; ieri sera al tg di Canal+ il direttore Bondoux ha detto “4, 5 o 6”; UPDATE: sono queste sei); ci attendono nuove polemiche, ma grosso modo, dopo la frittata fatta, siamo giunti quantomeno al “mettere una pezza” riconoscendo lo scivolone commesso.

angouleme

D’altra parte, mi sembra impossibile non riconoscere come il ruolo della donna nel fumetto sia diventato negli ultimi tempi un tema di primo piano. In modo talvolta pretestuoso, diciamolo pure. Ma diciamo pure che, a volte, lo è diventato per ragioni invece molto sane. Quelle stesse ragioni che ci aiutano a ricordare quali sono i tempi in cui viviamo: pur con tutti i limiti, non siamo più la stessa società (e lo stesso mercato culturale) di 50 anni fa. Il rapporto fra uomini e donne è – pur con tutti i limiti (bis) – migliorato. E il fumetto ne mostra da tempo i sintomi, con una “femminilizzazione” crescente, sebbene ancora piuttosto relativa.

L’accusa di sessismo rivolta alla selezione dei 30 candidati al Grand Prix, partita dalla pressione del Collettivo di autrici ‘BDegalité’, rilanciata dall’autoesclusione di Riad Sattouf, e amplificata dall’eco internazionale del ritiro di Daniel Clowes, ha generato non solo un clamoroso effetto bandwagon tra gli autori candidati (una dozzina di ritiri) che ha costretto il festival ad agire, ma ha anche suscitato tra i lettori e gli operatori inevitabili polemiche, irritazione, chiarimenti e lunghe diatribe. Nel bene e nel male, discussioni utili per fare chiarezza e, speriamo, qualche passo avanti. D’altra parte, un rischio delle polemiche “virali” via internet e social media è che bruciano il tempo necessario per riflettere, ricostruire i fatti, approfondire. A un paio di giorni di distanza, però, possiamo permetterci di tirare il freno un momento.

Fra le cose da dire ci sarebbero vari aspetti relativi al chi e al come sia nata la ‘famigerata’ lista dei 30 candidati. Detta molto in breve, è stata composta da un piccolo gruppo di competenti membri dello staff del festival. Dettaglio: un gruppo composto in maniera determinante da uomini (il festival si ostina a non ‘comunicare’ in modo esplicito questo aspetto, ma a quanto pare sono Stéphane Beaujean e Nicolas Finet, due bravi e ascoltati critici, e la responsabile settore ragazzi Ezilda Tribot). Più che la dinamica concreta, però, quel che mi interessa qui sono le sue implicazioni. Soprattutto di due tipi.

1. C’è Storia e Storia del fumetto (il sessismo è un problema culturale)

La prima è che serve chiarire un po’ il contorno di questo specifico caso. Ovvero: la polemica non è nata intorno al “solito” j’accuse generico sulla (cattiva) rappresentazione delle donne nel fumetto, o sulla scarsa presenza di fumetti ‘al femminile’ nella selezione di un concorso. Perché il Grand Prix è un premio alla carriera, non alle opere. Questo per evitare l’equivoco dei disinformati che hanno sostenuto la tesi (pure sbagliata, per chi abbia una visione della produzione fumettistica internazionale nel 2015) secondo cui “magari è che quest’anno le donne non hanno fatto fumetti migliori degli uomini”. Ma soprattutto, per sottolineare qual è il senso di una critica al maschilismo evidente – sorry, guys – in questa specifica selezione. Perché un premio alla carriera ha come obiettivo non di stare addosso all’attualità, ma di mettere in rilievo percorsi individuali di eccellenza. E di eccellenza femminile, la Storia del fumetto ne ha vista parecchia.

La reazione di molti fra quelli che soffrono di orticaria per il “politically correct imperante” – e fanno spesso bene – è stato di far emergere il vero assunto dietro alla loro irritazione: “la Storia del fumetto l’hanno fatta gli uomini”. Così si sono espressi non solo diversi lettori e operatori sui social, ma lo stesso festival di Angoulême, nel suo lungo post di spiegazioni/giustificazioni/dietrofront:

Se risaliamo a quel lasso di tempo [gli ultimi decenni] per vedere quale è stato lo spazio degli uomini e delle donne nel campo della creatività, in materia di fumetti, è inevitabile constatare che ci sono state pochissime autrici riconosciute. Se osserviamo i fumetti francobelgi, che sono quelli più vicini a noi, e se guardiamo degli indicatori generazionali, come le riviste Tintin, Spirou, Pilote, A suivre, Heavy Metal, Fluide Glacial, … si fa oggettivamente molto più in fretta a contare le autrici (quasi sulle dita di una mano) che gli autori. Il Festival non può rifare la storia del fumetto.

Purtroppo, è proprio su questo punto che si è avvitato – e continuerà ad avvitarsi, temo – il dibattito. Per due ragioni.

Una è che siamo nel 2015: a fronte della nuova consapevolezza che abbiamo rispetto al ruolo della donna, pretendere che vengano riconosciute anche le carriere femminili più importanti mi pare davvero un doveroso tributo non solo alla realtà, ma anche alla volontà di rimediare alle carenze del passato. E questo non solo per la logica ‘buonista’ del riequilibrio ex-post, che pure ha senso in un premio alla carriera (ne avrebbe meno in un premio alle opere, dove si finirebbe per cadere in una logica ‘quote rosa’ a mio avviso assurda e inaccettabile), ma perché proprio la storia del fumetto lo richiede. Una storia la cui memoria è stata aiutata sia da importanti indagini che hanno permesso di riscoprire e riconoscere il contributo delle autrici (su tutti, uno o due libri di Trina Robbins), sia dalle trasformazioni culturali che hanno portato tante donne negli ultimi 20/30 anni ad arricchire di opere eccezionali il campo del fumetto.

Breve bignamino: la storia del fumetto è stata soprattutto maschile fino al secondo dopoguerra; si è aperta alle donne con gli anni Sessanta/Settanta; ha visto emergere una nuova generazione di autrici negli anni Novanta; sta vivendo una crescente ‘femminilizzazione’ proprio nei nostri anni Duemila.

Rumiko-Takahashi

Rumiko Takahashi

La leadership (dominio?) maschile è stata insomma un fatto indiscutibile, dunque, ma non un dato assoluto: poche fino agli anni Novanta non significa nessuna. Lo stesso Grand Prix è stato attribuito in passato ad autori con alle spalle meno di 20 anni di carriera o sotto i 40 anni, come Zep, Lewis Trondheim, Blutch, Dupuy & Berberian, Baru. Vogliamo forse dire che non ci sono in giro, viventi, autrici con 20 o 30 anni di carriere importanti? Come ha ricordato Federica Lippi, in Giappone le donne l’hanno fatta eccome, la storia del fumetto. Come ha ricordato lo stesso Riad Sattouf, tra i potenziali candidati ci potevano essere nomi tipo «Rumiko Takahashi, Julie Doucet, Anouk Ricard, Marjane Satrapi, Catherine Meurisse». Non è poi così difficile proseguire: Grazia Nidasio, Riyoko Ikeda, Ann Nocenti, Chantal Montellier, Linda Barry, Moto Hagio, Alison Bechdel, Yumiko Igarashi, Marie Severin (e Gabriella Giandelli? e Francesca Ghermandi?)…

Qualcuno potrebbe ribattere: «ma ti pare sensato comparare queste autrici a candidati come Alan Moore, Charles Burns, Stan Lee, Lorenzo Mattotti?». E avrebbe ragione. Se non fosse che a questo premio sono stati candidati anche Brian Bendis, Taiyô Matsumoto, Christian Binet (o Akira Toriyama, tre anni fa). O lo stesso Sattouf che, pur meritando tutto il rispetto e la stima di cui gode, non può certo vantare una carriera comparabile a tante fra le donne citate sopra. [Nota bene: ad averlo riconosciuto è stato proprio Sattouf, con il suo gesto di “cedere il posto” alle autrici da lui menzionate, apprezzabile segno di lucidità e saggezza].

Ecco dunque la seconda ragione dell’avvitamento: il duro attacco è condivisibile perché il suo bersaglio non è vago. Non è una petizione di principio, bensì un’accusa ad una specifica selezione di 30 nomi la cui composizione, purtroppo, è talmente lacunosa da mostrare il vero volto del sessismo: non rendersene conto; dare per scontato quanto scontato non è. Il vero punto non è che Moore o Clowes rischiano di perdere a favore di una “donna qualsiasi”, spinta dal potere conformista del politically correct, bensì che Bendis o Sattouf o Matsumoto abbiano possibilità di accedere a un riconoscimento che meritano chiaramente meno di alcune donne specifiche. Donne che hanno diritto a questa opportunità grazie ai loro percorsi specifici, e non in quanto “quote rosa”. Per quanto suoni un po’ brutale dirlo, mi pare una responsabilità quasi ovvia, per un festival, testimoniare che una Takahashi valga più di un Matsumoto (che pure ammiro), o una Nidasio più di un Bendis (che pure rispetto, anche se non ammiro). La questione, insomma, è di ordine culturale. La Storia del fumetto non è affatto da riscrivere; semmai, è da testimoniare.

2. Donne, risorse e modelli (il sessismo è un problema economico)

Il secondo ordine di questioni mi sembra invece non solo culturale, ma piuttosto economico-culturale. Se il fumetto vive una complessiva contrazione globale delle vendite (non dei fatturati, per fortuna), va preso atto che il nodo decisivo è cos’è accaduto e sta accadendo al suo pubblico. Ma la ricerca di nuovi pubblici ha proprio nelle donne una risorsa particolarmente semplice ed efficace, perché già a disposizione, e in grado di garantire una elevata qualità. Negli Stati Uniti lo hanno capito tutti i big, da Marvel a DC a Image (del successo critico e commerciale di Ms. Marvel, ad esempio, bisognerà riparlare); ma lo hanno capito anche i piccoli editori indipendenti (vedi il successo delle donne agli Ignatz Awards).

Insomma: le donne non solo sono state una risorsa (sottovalutata) di grande importanza in passato, ma lo sono sempre di più per il presente, e lo saranno per il futuro del settore. Inserire in una lista di candidati le grandi eccellenze femminili della Storia, non è solo un dovere della memoria e un’assunzione di responsabilità rispetto alla loro sottovalutazione passata, ma una motivazione a sviluppare un mercato editoriale che del loro contributo ha sempre più bisogno. Per crescere con il meglio che un’industria culturale possa sperare: la testimonianza dei grandi modelli grazie a cui siamo diventati più forti e maturi.

Infine, ci sarebbe da fare una nota su quanto tutto questa vicenda, persino al di là del merito sulla posizione (sessista o “solo un po’ naif”, come ha descritto Florence Cestac il gran pasticcio del festival), rappresenti una discussione comunque importante. Sulla quale è bene non cedere alla pancia, e usare la testa. Ma non ho nulla da aggiungere, su questo, all’eccellente sintesi che ne ha fatto Zerocalcare:

  • Okuyasu

    A prescindere da tutto, le quote rosa possono non farmi impazzire ma non toglie che a me vedere una lista che non presenta nemmeno nomi che in Francia sono sempre stati di grande richiamo come Marjane Satrapi o Riyoko Ikeda farà sempre uno strano effetto.

    O almeno non capisco con quale criterio un, chessò, Brian Michael Bendis abbia la precedenza su queste ed altre autrici (e a scanso di equivoci, scrivo da persona che ama il Bendis di Ultimate Spiderman, conosce Jessica Jones prima del suo ottimo telefilm e considera il suo Daredevil una delle migliori run supereroistiche di sempre).

  • tyreal

    Beh, un premio alla carriera per la Satrapi sarebbe forse un po’ forzato, soprattutto visto il fatto che ha deciso da tempo di abbandonare il fumetto e che la sua produzione è molto ridotta, senza nulla togliere al suo grande talento.

  • Okuyasu

    Concordo che possa sembrare un pò forzato vista la scarsità di opere pubblicate, però continuo a non vedere perchè andrebbe esclusa in pieno un’eventualità del genere…

    Voglio dire, esulando dal campo del fumetto di esempi ce ne sono, tipo Daniel Keyes che nel 2000 fu scelto come “autore emerito” dall’associazione americana di scrittori di fantascienza pur avendo praticamente scritto un solo libro del genere – libro che però è un fondamentale dello sci-fi come Fiori per Algernon, il che almeno secondo chi ha assegnato il premio basta per ritenerlo influente come altri autori con un corpus di opere più esteso.

    O ancora Jeff Smith, che anche se ha scritto altro principalmente rimane “quello di Bone”…ciò non toglie il contributo enorme che ha dato al fumetto e al fantasy, per cui se gli dessero un eventuale premio alla carriera non mi scandalizzerei. Stesso discorso per Satrapi.

  • FNall, è il mio nome

    clap clap!

  • Polipo De Polipi

    è un premio alla carriera
    sia che tu abbia fatto una sola opera
    sia che tu ne abbia decine
    sia che tu sia ancora in attività
    sia che tu abbia smesso di disegnare e ti sia dedicato a fare il calzolaio in un angolo sperduto e solitario del mondo

  • Luigi Siviero

    Sono trenta autori. E’ praticamente inevitabile avere qualcosa da ridire su una lista di trenta autori.
    Io approvo Bendis. Invece Sfar non lo metterei in una lista di migliori autori neanche se fosse l’unico fumettista al mondo a essere sopravvissuto alla guerra nucleare.
    Metteresti Grazia Nidasio, Riyoko Ikeda, Ann Nocenti, Chantal Montellier, Linda Barry, Moto Hagio, Alison Bechdel, Yumiko Igarashi e Marie Severin al posto di Bendis e Sattouf? E con questo? Prova a chiederti quanti fumettisti maschi metteresti al posto di Marie Severin e Ann Nocenti, poi ne riparliamo… Perché sono sicuro che superano il migliaio.

  • Polipo De Polipi

    corretto
    ma come spiegano nell’articolo la lista iniziale è la base su cui partono le votazioni

  • Bach Flowers

    Il succo della questione è che i premi fumettistici sono, perdonate il francesismo, una gran stronzata.
    Questo bisogno pruriginoso di premiare la gente, di farne graduatorie, di catalogarle per importanza è un’unica, colossale, stronzata. La cosa più giusta che potevano fare gli organizzatori di Angouleme era annullare il Grand Prix, poiché ogni passo, in seguito della brutta figura, è un passo falso.
    Da un premio “alla carriera” si è trasformato in un tentativo di accontentare tutti per deludere comunque tutti.
    Parlare di premiazioni è sempre dannoso, un esempio: io ho quasi vomitato a leggere di Matsumoto come in questo articolo, perché se c’è bisogno di una particolare attenzione in Italia verso un mangaka, questa è proprio per lui, tanto è ignorato e bistrattato.
    In un primo momento mi sono offeso nel leggere “il festival DEVE dimostrare la maggiore importanza della Takahashi rispetto Matsumoto”: Matsumoto durante la mia crescita come lettore ha rappresentato uno passaggio importantissimo. Ha cambiato la mia visione del fumetto. Spiegato il mio rimanerci male e il mio pensare “quante cazzate”. Altra autrice fondamentale nella mia vita da lettore è stata l’Ann Nocenti, che col suo Kid Eternity mi ha dimostrato un nuovo modo di narrare, ma tale riscontro non è lo stesso per chi ama, che ne so, Brian Michael Bendis.
    Sia Matsumoto che la Nocenti non hanno (o non hanno avuto) la stessa importanza nel mondo del fumetto di, rispettivamente, Takahashi e Bendis. È assolutamente vero.
    Ma perché bisogna rimarcarlo, perché c’è questo continuo bisogno da parte dei festival di far sapere chi merita cosa?
    Secondo me un festival NON ha la responsabilità di dire “lui vale più di lui”, un festival ha la responsabilità di educare alla lettura chi lo frequenta senza creare vincitori e vinti. Una lettura che presta attenzione alla storia di questo medium, senza sfruttare uno spirito agonistico che si addice più agli sportivi che ai narratori di storie.

  • Inevitabile discutere su 30 nomi? Infatti, Luigi, è quel che è accaduto. Con un problema: alcuni sono talmente discutibili che hanno delegittimato la lista. E che – ebbene sì – sarebbe stato legittimo includere donne più meritevoli. Mi dispiace, ma è una distorsione grave ritenere che Bendis o Sattouf meritino più di Nidasio o Ikeda (c’è persino un caso su cui viene facile una comparazione diretta: Bendis non vale una Nocenti). Su Sfar, accetto una opinione critica (anche se non condivido un sarcasmo ai limiti del disprezzo). Su Bendis o Sattouf, no.
    Se poi ne fai un criterio statistico, del tipo 1000 uomini contro 1 donna, voglio vedere qual è questa statistica (che non esiste) ed entrare nel merito. Perché, mi ripeto, “pretendere che vengano riconosciute anche le carriere femminili più importanti mi pare davvero un doveroso tributo non solo alla realtà, ma anche alla volontà di rimediare alle carenze del passato.” Non considerare entrambe questi due aspetti, continuerò a ritenerlo il frutto di un profondo problema culturale.

  • due cose.

    La prima è che hai fatto una cazzata tu: Matsumoto non è Leji, ma Tayio. Come ho scritto chiaro e tondo giusto nel blocco di testo precedente. Taiyo Matsumoto è l’autore di Tekkonkinkreet e Sunny, molto interessanti (personalmente: interessantissimi) ed apprezzati dalla critica, ma a mio avviso troppo poco per pensare a un premio alla carriera.

    La seconda è che discutere sulla “responsabilità di un festival” è cosa seria e utile. Dunque grazie, su questo. Ma la mia opinione è che i festival dotati di premi importanti giochino un ruolo incredibilmente centrale. Da almeno un secolo. Attribuire riconoscimenti ‘importanti’ è una necessità non solo culturale, ma direi antropologica. Di cui i festival sono uno strumento classico, particolarmente efficace. Dai Nobel ai Leoni d’Oro, dai Pulitzer agli Oscar, i premi servono a produrre consapevolezza e testimonianza. Servono a riconoscere l’eccellenza. Che è una cosa che esiste. Non tanto come dato “oggettivo” incontestabile (anche se ci ricorda che “non siamo tutti uguali”, persino nell’arte), ma come tendenza che genera modelli. Come testimonianza di una ricerca senza sosta: quella verso il bello, l’utile, il resiliente. “Premiare” non è una cosa brutta e meschina. E’ una cosa fertile e produttiva. Per alimentare il bisogno umano di esprimersi ed evolvere come comunità/civiltà. Che non è poco.

    So bene che il problema è che i premi sono diventati un’industria (il saggio ‘definitivo’ sul tema è “The economy of prestige” di James English), così come i festival e persino l’arte in generale. Ma ciò non inficia il loro ruolo antropologico.

    So anche poi, per tornare coi piedi per terra, che il fumetto è un settore praticolarmente “mal dotato” di premi autorevoli, ben fatti, utili. Ne scrivo – e mi batto, nel mio piccolo – da anni. Semplicemente, penso valga sempre la pena continuare a discuterne. Senza mai gettare via il bambino con l’acqua soprca.

  • Bach Flowers

    La cazzata l’hai fatta tu nel rispondermi in tale modo e l’ho fatta io nel non scrivere il nome. Secondo te Leji Matsumoto è “ignorato e bistrattato in Italia”? Di Leiji hanno stampato anche troppo. Io parlavo proprio di Taiyo Matsumoto, che in Italia non se lo caga nessuno. Lessi il primo volume di Tekkonkinkreet grazie alla Kappa e da lì, notando un disinteresse anche solo nel completare l’opera (Tekkonkinkreet è inconclusa qui da noi), mi sono messo a cercarlo, comprarne i volumi stranieri quando possibile, leggere le scansioni quando recuperabili.
    Gogo Monster è un piccolo capolavoro, Takemitsu Zamurai una gioia per gli occhi, Number 5 un miracolo notando il mercato da cui proviene.
    Il fatto che in Italia è completamente ignorato non significa che non ha prodotto a sufficienza da poter essere inserito nella lista. Soprattutto perché all’estero è visto in maniera ben diversa, basti notare la locandina del Toronto Comic Arts Festival 2013.

    Fin quando i premi importanti cascano in polemiche come il Grand Prix di quest’anno non servono a nulla, poiché vanno a inficiare il premio stesso.
    È giusto spronare attraverso questi mezzi, ma personalmente vedo il generare modelli come qualcosa di altamente dannoso; inoltre, per ora, non riesco a pensare i premi fumettistici allo stesso livello culturale di quelli da te citati, in quanto effettivamente privi di peso all’infuori di questa risicata industria. I Festival che si impegnano a imporre l’importanza artistica di tali a discapito di altri -per ora- ottengono un inutile perdita di tempo ed energia, tempo ed energia che potrebbero impegnare per educare in maniera diversa i lettori e, perché no, gli stessi fumettisti.
    Sinceramente credo che i premi facciano più gola ai critici e ai giornalisti che agli artisti stessi. E gli innumerevoli articoli che ha prodotto quest’ultima edizione di Angouleme e la tua stessa risposta ne è un indelebile segno.

  • sull’equivoco su Taiyo Matsumoto faccio ammenda, ci mancherebbe. Come ho detto, lo stimo molto. Solo, lo ritengo adatto ad essere incluso (magari anche premiato) in concorsi sulle opere, ma non ad includerlo in una lista di 30 candidati per un premio internazionale alla carriera.

    Sul “pensare i premi fumettistici allo stesso livello culturale di quelli da te citati”, non è quello che ho scritto o penso. Anzi, come ho detto, il fumetto è particolarmente “mal dotato”. Ma non si può negare che tanti Eisner o Yellow Kid o Fauve d’Or (e altri) siano stati assegnati con saggezza, in passato. Troppo pochi? Su questo sarei d’accordo. Ma il discorso che ho fatto resta: ritengo che attribuire riconoscimenti sia utile e necessario. Insieme, e non in alternativa, al destinare altre energie “per educare i lettori”.

  • Bach Flowers

    Riguardo il “pensare i premi fumettistici allo stesso livello culturale di…” era una mia riflessione, non volevo metterti in bocca parole non dette, me ne scuso.
    Comunque sì, ci sono state assegnazioni importanti nel corso di questi anni e, spero, ce ne saranno negli anni avvenire. Anche solo i Gran Guinigi di quest’anno hanno dimostrato una bel colpo di reni nel panorama italiano (giusto Robert Kirkman come miglior sceneggiatore mi ha reso leggermente perplesso, ma una piccolezza rispetto tutto il resto).
    Comunque sia spero di aver chiarito il mio primo messaggio: da lettore sconsolato e allergico alle graduatorie più che da ottuso. Come già scritto, so per certo la maggiore importanza nella cultura popolare della Takahashi rispetto Taiyo Matsumoto, solo vedo come ingiusto lo svilire quest’ultimo in un panorama, quello italiano, che già non lo considera affatto.
    Perdonami le parole gravi che ho usato, per il resto l’articolo era deliziosamente approfondito e argomentato.

  • Luigi Siviero

    Kazuo Koike, Neil Gaiman, David Mazzucchelli, David Lloyd, Eddie Campbell, Go Nagai, Grant Morrison, Giorgio Cavazzano, Garry B. Trudeau, Dave McKean. Non ho fatto nessuno sforzo per trovare dieci autori che possono giocarsi come minimo alla pari il premio con Grazia Nidasio, Riyoko Ikeda e Alison Bechdel. E’ facile trovarne altri.
    Per arrivare a dieci donne bisogna già fare ricorso a Ann Nocenti. Non mi sembra impossibile trovare 990 buoni professionisti che possono essere messi alla pari di Ann Nocenti.
    Per fare trenta esempi (alcuni potrebbero stare benissimo fra i dieci elencati sopra): Chris Claremont, Robin Wood, Tanino Liberatore, Paul Chadwick, Jim Lee, Garth Ennis, James Robinson, Kevin O’Neill, Alan Davis, Igort, Brian Bolland, Tiziano Sclavi, Corrado Roi, Warren Ellis, Ikki Kajiwara, Silver, Yukinobu Hoshino, Giuseppe Palumbo, Max Bunker, Simon Bisley, Miguel Angel Martin, Don Rosa, Leiji Matsumoto, Carlos Sampayo, Dave Gibbons, Mike Mignola, Jordi Bernet, Takehiko Inoue, Mitsuru Adachi e Suehiro Maruo. Davvero metti in dubbio che si possa arrivare a mille?
    La polemica dei giorni scorsi alla fine è solo una questione di numeri.
    Ps: non volevo essere troppo cattivo con Sfar. Come disegnatore mi piace molto. Peccato che si ostini a scrivere fumetti pur non avendo nulla da dire.

  • Ragazzo Spiaggia

    Accidenti, questo vuol dire che dato che la Cestac l’ha vinto nel 2000 potremmo dover attendere altri mille anni prima di rivedere un’altra donna sul podio! Stefanelli fai qualcosa!!!

  • equivoco risolto (mio e tuo), mi pare tutto chiaro. Incluso il fatto che non sarò certo io a svilire Taiyo Matsumoto. Anzi: ho persino cercato, in passato, scanlation di suoi lavori. E spero di riuscire a pubblicare qualcosa su di lui, qua.
    Rispetto alle graduatorie, più che l’allergia suggerisco lo scetticismo. Che è spesso una buona risorsa per fare passi avanti.
    Grazie.

  • per ora faccio solo che posto questo:

  • “It’s actually very easy to rewrite the history of comics. It happens all the time. You rewrite history by putting people on these lists. That history failed Angoulême is a terrible, cynical
    argument to make. The listmakers weren’t even asked to look at history. They were asked to survey the present. Zero for 30 is a dismal reading of the present.” -> http://www.theguardian.com/books/2016/jan/10/women-comics-not-so-secret-history?CMP=share_btn_tw

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