Angoulême 2016 e la (doppia) lezione sul sessismo del Grand Prix

A valle della polemica dell’anno – non solo perché è gennaio, ma perché fatico a immaginare nuovi casi dalle conseguenze tanto tangibili – il Festival fumettistico più influente al mondo ha fatto un poco onorevole dietrofront, annunciando la volontà di modificare l’elenco dei candidati al Grand Prix di Angoulême. Saranno quindi aggiunte alcune donne (quante e quali, ancora non sappiamo; ieri sera al tg di Canal+ il direttore Bondoux ha detto “4, 5 o 6”; UPDATE: sono queste sei); ci attendono nuove polemiche, ma grosso modo, dopo la frittata fatta, siamo giunti quantomeno al “mettere una pezza” riconoscendo lo scivolone commesso.

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D’altra parte, mi sembra impossibile non riconoscere come il ruolo della donna nel fumetto sia diventato negli ultimi tempi un tema di primo piano. In modo talvolta pretestuoso, diciamolo pure. Ma diciamo pure che, a volte, lo è diventato per ragioni invece molto sane. Quelle stesse ragioni che ci aiutano a ricordare quali sono i tempi in cui viviamo: pur con tutti i limiti, non siamo più la stessa società (e lo stesso mercato culturale) di 50 anni fa. Il rapporto fra uomini e donne è – pur con tutti i limiti (bis) – migliorato. E il fumetto ne mostra da tempo i sintomi, con una “femminilizzazione” crescente, sebbene ancora piuttosto relativa.

L’accusa di sessismo rivolta alla selezione dei 30 candidati al Grand Prix, partita dalla pressione del Collettivo di autrici ‘BDegalité’, rilanciata dall’autoesclusione di Riad Sattouf, e amplificata dall’eco internazionale del ritiro di Daniel Clowes, ha generato non solo un clamoroso effetto bandwagon tra gli autori candidati (una dozzina di ritiri) che ha costretto il festival ad agire, ma ha anche suscitato tra i lettori e gli operatori inevitabili polemiche, irritazione, chiarimenti e lunghe diatribe. Nel bene e nel male, discussioni utili per fare chiarezza e, speriamo, qualche passo avanti. D’altra parte, un rischio delle polemiche “virali” via internet e social media è che bruciano il tempo necessario per riflettere, ricostruire i fatti, approfondire. A un paio di giorni di distanza, però, possiamo permetterci di tirare il freno un momento.

Fra le cose da dire ci sarebbero vari aspetti relativi al chi e al come sia nata la ‘famigerata’ lista dei 30 candidati. Detta molto in breve, è stata composta da un piccolo gruppo di competenti membri dello staff del festival. Dettaglio: un gruppo composto in maniera determinante da uomini (il festival si ostina a non ‘comunicare’ in modo esplicito questo aspetto, ma a quanto pare sono Stéphane Beaujean e Nicolas Finet, due bravi e ascoltati critici, e la responsabile settore ragazzi Ezilda Tribot). Più che la dinamica concreta, però, quel che mi interessa qui sono le sue implicazioni. Soprattutto di due tipi.

1. C’è Storia e Storia del fumetto (il sessismo è un problema culturale)

La prima è che serve chiarire un po’ il contorno di questo specifico caso. Ovvero: la polemica non è nata intorno al “solito” j’accuse generico sulla (cattiva) rappresentazione delle donne nel fumetto, o sulla scarsa presenza di fumetti ‘al femminile’ nella selezione di un concorso. Perché il Grand Prix è un premio alla carriera, non alle opere. Questo per evitare l’equivoco dei disinformati che hanno sostenuto la tesi (pure sbagliata, per chi abbia una visione della produzione fumettistica internazionale nel 2015) secondo cui “magari è che quest’anno le donne non hanno fatto fumetti migliori degli uomini”. Ma soprattutto, per sottolineare qual è il senso di una critica al maschilismo evidente – sorry, guys – in questa specifica selezione. Perché un premio alla carriera ha come obiettivo non di stare addosso all’attualità, ma di mettere in rilievo percorsi individuali di eccellenza. E di eccellenza femminile, la Storia del fumetto ne ha vista parecchia.

La reazione di molti fra quelli che soffrono di orticaria per il “politically correct imperante” – e fanno spesso bene – è stato di far emergere il vero assunto dietro alla loro irritazione: “la Storia del fumetto l’hanno fatta gli uomini”. Così si sono espressi non solo diversi lettori e operatori sui social, ma lo stesso festival di Angoulême, nel suo lungo post di spiegazioni/giustificazioni/dietrofront:

Se risaliamo a quel lasso di tempo [gli ultimi decenni] per vedere quale è stato lo spazio degli uomini e delle donne nel campo della creatività, in materia di fumetti, è inevitabile constatare che ci sono state pochissime autrici riconosciute. Se osserviamo i fumetti francobelgi, che sono quelli più vicini a noi, e se guardiamo degli indicatori generazionali, come le riviste Tintin, Spirou, Pilote, A suivre, Heavy Metal, Fluide Glacial, … si fa oggettivamente molto più in fretta a contare le autrici (quasi sulle dita di una mano) che gli autori. Il Festival non può rifare la storia del fumetto.

Purtroppo, è proprio su questo punto che si è avvitato – e continuerà ad avvitarsi, temo – il dibattito. Per due ragioni.

Una è che siamo nel 2015: a fronte della nuova consapevolezza che abbiamo rispetto al ruolo della donna, pretendere che vengano riconosciute anche le carriere femminili più importanti mi pare davvero un doveroso tributo non solo alla realtà, ma anche alla volontà di rimediare alle carenze del passato. E questo non solo per la logica ‘buonista’ del riequilibrio ex-post, che pure ha senso in un premio alla carriera (ne avrebbe meno in un premio alle opere, dove si finirebbe per cadere in una logica ‘quote rosa’ a mio avviso assurda e inaccettabile), ma perché proprio la storia del fumetto lo richiede. Una storia la cui memoria è stata aiutata sia da importanti indagini che hanno permesso di riscoprire e riconoscere il contributo delle autrici (su tutti, uno o due libri di Trina Robbins), sia dalle trasformazioni culturali che hanno portato tante donne negli ultimi 20/30 anni ad arricchire di opere eccezionali il campo del fumetto.

Breve bignamino: la storia del fumetto è stata soprattutto maschile fino al secondo dopoguerra; si è aperta alle donne con gli anni Sessanta/Settanta; ha visto emergere una nuova generazione di autrici negli anni Novanta; sta vivendo una crescente ‘femminilizzazione’ proprio nei nostri anni Duemila.

Rumiko-Takahashi

Rumiko Takahashi

La leadership (dominio?) maschile è stata insomma un fatto indiscutibile, dunque, ma non un dato assoluto: poche fino agli anni Novanta non significa nessuna. Lo stesso Grand Prix è stato attribuito in passato ad autori con alle spalle meno di 20 anni di carriera o sotto i 40 anni, come Zep, Lewis Trondheim, Blutch, Dupuy & Berberian, Baru. Vogliamo forse dire che non ci sono in giro, viventi, autrici con 20 o 30 anni di carriere importanti? Come ha ricordato Federica Lippi, in Giappone le donne l’hanno fatta eccome, la storia del fumetto. Come ha ricordato lo stesso Riad Sattouf, tra i potenziali candidati ci potevano essere nomi tipo «Rumiko Takahashi, Julie Doucet, Anouk Ricard, Marjane Satrapi, Catherine Meurisse». Non è poi così difficile proseguire: Grazia Nidasio, Riyoko Ikeda, Ann Nocenti, Chantal Montellier, Linda Barry, Moto Hagio, Alison Bechdel, Yumiko Igarashi, Marie Severin (e Gabriella Giandelli? e Francesca Ghermandi?)…

Qualcuno potrebbe ribattere: «ma ti pare sensato comparare queste autrici a candidati come Alan Moore, Charles Burns, Stan Lee, Lorenzo Mattotti?». E avrebbe ragione. Se non fosse che a questo premio sono stati candidati anche Brian Bendis, Taiyô Matsumoto, Christian Binet (o Akira Toriyama, tre anni fa). O lo stesso Sattouf che, pur meritando tutto il rispetto e la stima di cui gode, non può certo vantare una carriera comparabile a tante fra le donne citate sopra. [Nota bene: ad averlo riconosciuto è stato proprio Sattouf, con il suo gesto di “cedere il posto” alle autrici da lui menzionate, apprezzabile segno di lucidità e saggezza].

Ecco dunque la seconda ragione dell’avvitamento: il duro attacco è condivisibile perché il suo bersaglio non è vago. Non è una petizione di principio, bensì un’accusa ad una specifica selezione di 30 nomi la cui composizione, purtroppo, è talmente lacunosa da mostrare il vero volto del sessismo: non rendersene conto; dare per scontato quanto scontato non è. Il vero punto non è che Moore o Clowes rischiano di perdere a favore di una “donna qualsiasi”, spinta dal potere conformista del politically correct, bensì che Bendis o Sattouf o Matsumoto abbiano possibilità di accedere a un riconoscimento che meritano chiaramente meno di alcune donne specifiche. Donne che hanno diritto a questa opportunità grazie ai loro percorsi specifici, e non in quanto “quote rosa”. Per quanto suoni un po’ brutale dirlo, mi pare una responsabilità quasi ovvia, per un festival, testimoniare che una Takahashi valga più di un Matsumoto (che pure ammiro), o una Nidasio più di un Bendis (che pure rispetto, anche se non ammiro). La questione, insomma, è di ordine culturale. La Storia del fumetto non è affatto da riscrivere; semmai, è da testimoniare.

2. Donne, risorse e modelli (il sessismo è un problema economico)

Il secondo ordine di questioni mi sembra invece non solo culturale, ma piuttosto economico-culturale. Se il fumetto vive una complessiva contrazione globale delle vendite (non dei fatturati, per fortuna), va preso atto che il nodo decisivo è cos’è accaduto e sta accadendo al suo pubblico. Ma la ricerca di nuovi pubblici ha proprio nelle donne una risorsa particolarmente semplice ed efficace, perché già a disposizione, e in grado di garantire una elevata qualità. Negli Stati Uniti lo hanno capito tutti i big, da Marvel a DC a Image (del successo critico e commerciale di Ms. Marvel, ad esempio, bisognerà riparlare); ma lo hanno capito anche i piccoli editori indipendenti (vedi il successo delle donne agli Ignatz Awards).

Insomma: le donne non solo sono state una risorsa (sottovalutata) di grande importanza in passato, ma lo sono sempre di più per il presente, e lo saranno per il futuro del settore. Inserire in una lista di candidati le grandi eccellenze femminili della Storia, non è solo un dovere della memoria e un’assunzione di responsabilità rispetto alla loro sottovalutazione passata, ma una motivazione a sviluppare un mercato editoriale che del loro contributo ha sempre più bisogno. Per crescere con il meglio che un’industria culturale possa sperare: la testimonianza dei grandi modelli grazie a cui siamo diventati più forti e maturi.

Infine, ci sarebbe da fare una nota su quanto tutto questa vicenda, persino al di là del merito sulla posizione (sessista o “solo un po’ naif”, come ha descritto Florence Cestac il gran pasticcio del festival), rappresenti una discussione comunque importante. Sulla quale è bene non cedere alla pancia, e usare la testa. Ma non ho nulla da aggiungere, su questo, all’eccellente sintesi che ne ha fatto Zerocalcare: