La depressione di un papero. Intervista a Marco e Giulio Rincione

Questa settimana Shockdom ha pubblicato in fumetteria PaperUgo, primo fumetto di una trilogia intitolata Paperi firmata dai fratelli gemelli Giulio e Marco Rincione. La storia affronta il tema delicato e scomodo della depressione attraverso le struggenti vicissitudini di PaperUgo, un attore di film di successo che, sotto sotto, è un individuo solo e devastato dalla depressione. Il fumetto omaggia in parte i personaggi Disney, ma ne prende contemporaneamente le distanze mostrandoci un mondo interiore cupo e claustrofobico. Lo sfondo su cui si muove PaperUgo è ben caratterizzato dai segni nervosi e dai colori cupi di Giulio, mentre i testi di Marco danno vita alle ansie e ai sentimenti del personaggio, sviluppandosi in un flusso di coscienza interiore che ne mette in evidenza il proprio mal di vivere.

Abbiamo intervistato gli autori per approfondire il tema e le motivazioni che li hanno portati a realizzare questo fumetto, scoprendo, inoltre, cosa ci aspetta nei prossimi due albi della saga.

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Da dove nasce l’idea di Paperi?

Giulio: L’idea di Paperi è nata in modo del tutto spontaneo e imprevedibile. Dopo il Treviso Comic Book Festival, ho vissuto un periodo di spiacevoli sensazioni. In modo casuale, ho creduto che Paperoga potesse condividere queste sensazioni. Ho deciso quindi di omaggiare il papero Disney offrendone una mia interpretazione. Questo omaggio ha catturato l’attenzione di molte persone cosicché, insieme al mio editore Lucio Staiano, ho discusso la possibilità di portare alla luce un’opera che avesse dei paperi con sensazioni umane come protagonisti. Subito dopo la discussione, ho invitato Marco a prendere parte al progetto nel ruolo di soggettista e sceneggiatore (essendo da poco reduce da Paranoiae, non mi sentivo pronto a rimettere mano alla scrittura).

Com’è stato raccontare un tema così delicato come quello della depressione? Oltretutto subito dopo Paranoiae, un’altra storia che indaga argomenti complessi come l’ansia, la paura e la depersonalizzazione.

Marco: Personalmente, non è stato facile. La depressione è una questione molto dolorosa e difficile da esprimere. Prima di scrivere il soggetto, ho cercato di immaginare alcuni eventi banali tratti dalla vita di ogni giorno. Dopo averli scelti, ho osservato quegli stessi eventi attraverso la lente deformante della depressione. È stato doloroso, quasi in senso fisico; a differenza di Paranoiae, abbiamo deciso di non diluire le emozioni in molte pagine, ma di dare al lettore un colpo forte e netto.

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E perché affrontare proprio la depressione? Secondo voi è un tema di cui si parla ancora poco e che viene scambiato dalla gente più come sinonimo di tristezza che come una vera e propria malattia clinica?

Marco e Giulio: “Depressione” è una parola di uso comune, purtroppo. Una parola che usiamo tutti, ogni giorno, per riferirci a situazioni ordinarie e non preoccupanti (tristezza, delusione, rabbia). Pensiamo che, di tutti coloro i quali si professano depressi, davvero una piccolissima parte sappia di che cosa sta parlando. La depressione è una condizione clinica fortemente invalidante, una malattia grave e pericolosa come tutti i disordini mentali. Con PaperUgo speriamo di poter rendere i lettori più consapevoli sulle difficoltà legate alla depressione e di fornire, senza pretese di estrema precisione, un modo per comprendere quelle persone che soffrono davvero di questo male.

Come avete lavorato alla stesura del fumetto?

Marco: Se devo essere sincero, non sono un vero sceneggiatore. Almeno, non lo ero prima di Paperi. Potendo contare sull’esperienza e sulla professionalità di Giulio, ho scritto un soggetto e i testi e ho lasciato a Giulio un ampio margine di libertà per decidere come meglio “confezionare” le scene. Da allora molto è cambiato e ho raffinato le mie tecniche di scrittura di questo tipo. Di certo, lavorare con il proprio fratello gemello diminuisce di molto i problemi di comunicazione.

Giulio: Quando ho letto il soggetto, ho capito subito che dovevo prendere le distanze da questa storia, altrimenti non sarei riuscito a disegnarla. Dopo un primo momento di forte emotività, ho cercato di annullarmi e di concentrarmi esclusivamente sulle pennellate e sulla tecnica per paura di rimanere soffocato.

Quanto c’è di personale in PaperUgo?

Marco e Giulio: Ci piacerebbe che a rispondere a questa domanda fosse uno dei nostri lettori, uno di quelli che ha conosciuto la depressione “faccia a faccia”. Per il resto, risponderei di sì: c’è molto di personale in questa storia.

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Quando si parla di paperi e fumetti, vengono subito in mente i personaggi Disney. I vostri paperi, però, si allontano del tutto da quella visione. Il vostro intento sembra non essere neanche parodistico. Forse avete scelto queste sembianze antropomorfe per cercare, in un certo senso, di creare maggiore empatia con i lettori avvezzi a un certo immaginario visivo?

Marco e Giulio: Basta leggere PaperUgo per rendersi conto che non c’è alcun riferimento al mondo Disney e che non si tratta minimamente di una parodia. Però il papero è un’entità ben radicata nell’immaginario di tutti (siamo cresciuti coi cartoni animati di diversi paperi, no?), e quindi è anche un mezzo molto potente per comunicare sensazioni complesse (un fumetto su un uomo depresso non avrebbe, probabilmente, un gran successo) e discutere temi delicati e scomodi.

Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi due numeri? Potete anticipare qualcosa sui temi che tratterete?

Marco: Temi scomodi, appunto. Problemi che esistono nel mondo e che vorremmo soltanto ignorare. I prossimi paperi avranno un aspetto familiare e confortevole, ma ci porteranno a fronteggiare situazioni che ci precipitano nella vergogna, nel disgusto e nelle pagine più nere dell’umanità. Perché lo facciamo? Personalmente, credo che una buona dose di “shock” possa aiutarci a formulare giudizi meno avventati e più ponderati. Comprendere non solo che ci sono dei problemi, ma anche che cosa sono, è il primo passo verso una vera soluzione. Per il resto, dovrete aver pazienza ancora per un po’…