Focus Opinioni Il ruvido fascino della fotocopia: da Snake Agent a Doomrider

Il ruvido fascino della fotocopia: da Snake Agent a Doomrider

Non ho idea se possa dipendere dal fatto che il pubblico si sia fatto più amante delle belle cose o se si tratti di una sorta di antidoto all’impalpabilità del digitale, ma rispetto anche solo a pochi anni fa l’amore per la confezione del prodotto tipografico è andata decisamente ad aumentare.

Una tavola originale di 'Snake Agent', di Stefano Tamburini | via CAF
Una tavola originale di ‘Snake Agent’, di Stefano Tamburini | via CAF

Dal grande successo della stampa in esacromia di Lumina di Cavallini e Tenderini, al nero e oro del Bellezza di Kerascoët e Hubert (così come le pagine argentate della ristampa di Trama di Ratigher) sono davvero tanti gli esempi che potremmo fare. Se una volta per comunicare il valore di un volume bastavano bandelle e sovracopertine, adesso nelle anteprime on line delle nuove uscite capita di leggere cose del tipo “formato quadrato 22×22 cm, da 200 pagine a colori con grammatura della carta a 200 g/m2, copertina rigida e rilegatura filo refe, stampato su carta satinata bianca”. Tanto per dimostrare quanto si sia alzata l’asticella dell’attenzione per determinati particolari. Aspetto che, tra le altre cose, potrebbe avere diverse conseguenze positive. In primo luogo mi pare palese constatare quanto sia più bello spendere il proprio denaro per oggetti così curati rispetto a scaricarsi un misero pdf tramite torrent. Un atto di giustizia per noi lettori come per chi al fumetto ci ha lavorato tanto duramente. In seconda battuta è sempre divertente constatare come il mondo più sotterraneo non possa non adattarsi alle nuove diramazioni del mainstream muovendosi esattamente nella direzione opposta. Così se le proposte per il grande pubblico hanno fatto loro certe raffinatezze prima presenti solo nelle autoproduzioni più artistiche, ora per l’underground è il momento di giocare sporco.

Ne è testimonianza il successo di manifestazioni come il Filler di Milano, dedicata all’illustrazione di estrazione punk/hardcore/skate. Più di 40 artisti riunitisi all’ombra dell’imponente bowl di casa del marchio Bastard, ognuno impegnato a portare avanti la sua personale interpretazione del do-it-yourself. Chi in maniera raffinata – pensiamo a Rocco Lombardi – chi giocando in campi radicali e privi di compromessi. Esemplare in questo caso il successo di Francesco Goats, passato dall’essere la mente dietro ai ruvidi flyer della scena punk milanese alle interviste su Vice, senza rinunciare a un’unghia della sua foga. Per quanto si parli ancora di un fenomeno molto limitato si tratta comunque di uno spicchio di luce infinitamente più importante di quanto reclamato fino a oggi dall’estetica fotocopiata delle fanzine più nichiliste.

Touch and Go: the complete hardcore punk zine ’79-’83
‘Touch and Go: the complete hardcore punk zine ’79-’83’, Bazzillion Points, 2010

Prima di questo, le alternative per avvicinarsi a questo mondo – senza farne parte – erano principalmente due. Se si voleva giocare sul sicuro bastava farsi una cultura grazie a operazioni di raccolta storiografica come Metalion: the Slayer mag diaries o Touch and Go: the complete hardcore punk zine ’79-’83. Studi degni di nota, ma più interessanti dal punto di vista storico e contenutistico che da quello creativo. E comunque colpevoli di privare della loro forza primigenia autentici baluardi dell’underground riproponendoli in un lussuoso e imborghesito formato da coffe-table book.

Oppure ci si poteva indirizzare verso percorsi portati avanti da personaggi come lo street artist Give Up. La sua fanzine autoprodotta Hatefuck si pone ancora oggi come orgogliosamente analogica, realizzata solo con forbici, colla, fotocopiatrice e tonnellate di influenze da metallaro estremo (dal ferale HC fino al black scandinavo). Un approccio solo all’apparenza conservatore – in realtà modernissimo nel suo sfuggire in ogni modo alle banalità da Tumblr – che nel corso degli anni si è dimostrato un esperimento molto ben riuscito. Tanto da raccogliere consensi entusiasti praticamente ovunque – vedi le grafiche realizzate per Deathwish Records, etichetta guidata dal mostro del packaging discografico Jacob Bannon – e influenzare artisti di tutto il mondo.

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‘The Doomrider’, di Officina Infernale

Di questo approccio è un esempio perfetto la produzione più recente del fumettista/illustratore Officina Infernale, noto ai più per la sua ossessione per la lucha-libre. Mozzato – vero nome del disegnatore – abbandona per un attimo quel filone tanto amato e torna alle origini del suo percorso artistico – le cover per la seminale SOA Records – imbastardendolo con il fumetto. Il risultato è forse quello che è il suo lavoro più interessante, un antologico dedicato al supereroe terminale The Doomrider realizzato utilizzando solo materiale già esistente rimaneggiato sfruttando le tecniche da flyer ciclostilato. Tavole assemblate con foga, senza mai mettere mano alla matita. Private di ogni remora nel cadere nel caotico, nel grottesco o nella ripetizione ossessiva di vari elementi. Aspetto questo mutuato anche dalla street-art, omaggiata in più passaggi con richiami anche espliciti ad autentiche icone come Shepard Fairey. Sebbene la purezza di Give Up venga tradita dall’utilizzo del digitale di Photoshop il risultato rimane comunque davvero notevole, soprattutto dal punto di vista visivo e narrativo.

Perché nonostante molte tavole funzionino benissimo in virtù della loro incomprensibilità – proprio come dei brani crust o grindcore – spesso ci si ritrova sorpresi di come lo storytelling possa ingranare benissimo nonostante mezzi tanto minimali. Un teschio solitamente reso con un piccolo bagliore all’interno delle nerissime orbite può raccontare molte cose se privato di tale impercettibile colpo di luce. Alla stessa maniera un’immagine identica riprodotta più volte, aumentando mano a mano dimensione e sgranatura, ha il potere di trasportarci all’interno della tavola più di tante didascalie verbose.

Un pagine da 'The Doomrider'
Una pagina da ‘The Doomrider’

Dal punto di vista della sceneggiatura va detto che, a fronte di un incipit davvero suggestivo – la Terra sta morendo in seguito a un eclissi totale della durata di cinque anni – qualche volta si incappa in episodi forse un po’ deboli, ma mai del tutto privi d’interesse. Anche in virtù di una forma che ha in sé tanta forza da sopperire benissimo a un comparto di scrittura per forza di cose asservito alla controparte visuale. Da questo punto di vista si finisce per prendere decisamente le distanze dallo Snake Agent di Tamburini, il precedente a cui tutti siamo finiti a pensare appena entrati in ambito neo dadaista. Nel lavoro del papà di Ranxerox – tanto per rimanere nel campo delle fotocopiatrici – l’intento era quello di voler creare un fumetto dove la figura del disegnatore fosse resa inutile dallo sfruttare, distorcendole in fase di copiatura, strisce della vecchia serie Agente Segreto X-9. Al di là di un forma tanto straordinaria quanto disturbante – ripresa sui muri di tutta la Francia dall’artista WK Interact – il vero aspetto interessante dell’opera stava nel processo di deumanizzazione del lavoro creativo. Ora limitato all’assemblamento di assurde storielle su di un detective la cui vita si consumava alla velocità della luce.

Nel lavoro di Officina, invece, il background umano è (nonostante tutto) importantissimo, andando a omaggiare decadi di autoproduzione artistica che trovava nel lavoro di copia e incolla un metodo perfetto per colmare lacune tecniche. Abbiamo due punti di vista completamente diversi sullo stesso processo. Da una parte pessimismo e ironia impregnata da funereo cinismo, dall’altra sincera devozione verso generazioni di pionieri dell’underground più mefitico. Dalle vette di un genio come Art Chandry fino alle locandine di qualche squat sperduto chissà dove.

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Una pagina da ‘The Doomrider’

The Doomrider si pone come ennesima variazione sul tema del supereroe revisionista solo a livello più superficiale, trattandosi piuttosto di uno scheletro dove fissare brandelli di underground e costruire un’estetica che attraversi quarant’anni di sottoculture furiose e orgogliosamente ingiustificabili. Dall’anarco punk dei Crass – esplicitamente omaggiati nella scelta dei font – passando al crimson ghost dei Misfits fino alle ultime uscite della etichetta discografica Southern Lord. Il tutto cercando di risultare il più urticanti possibili, anche a livello di testi e sceneggiature.

Cerchiamo di essere onesti: ci sarà sempre qualcuno che starà a lamentarsi per le inevitabili castrazioni imposte alla propria creatività da lacune tecniche e produttive. Le solite lamentele le conosciamo tutti… il disegnatore non interpreta alla giusta maniera la mia sceneggiatura…. l’editore mi ha tagliato 40 pagine… Alla stessa maniera è incredibile come puntualmente si palesi qualcuno in grado di dimostrarci senza troppi problemi quanto si possa fare sfruttando tecniche che definire rozze e primordiali è un eufemismo. Basta avere qualcosa da dire, poi il metodo lo si trova sempre.

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