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Deadpool, il film. La recensione

Deadpool, il film ispirato all’omonimo personaggio Marvel creato nel 1991 da Fabian Nicieza e Rob Liefield, è una delle migliori pellicole tratte dall’universo Marvel e una delle più divertenti di quest’anno cinematografico.

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Wade Wilson, mercenario ed ex membro delle forze speciali, scopre di avere un cancro in fase terminale e accetta, per salvarsi, di partecipare a un progetto segreto che risveglierà il gene mutante dormiente nel suo DNA. L’esperimento gli conferirà un fattore rigenerante simile a quello di Wolverine ma, al tempo stesso lo sfigurerà terribilmente. La sua ragione di vita diventerà quindi la vendetta nei confronti del medico che lo ha ridotto in queste condizioni.

Il film dell’esordiente Tim Miller, già fondatore dello studio di effetti speciali Blur Studio – in molti ricorderanno la splendida sequenza dei titoli di testa di Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher, da lui diretta – riscrive in parte la genesi del personaggio, così come la sua psicologia. Se infatti l’umorismo dissacrante e l’ultraviolenza che caratterizzano Deadpool e lo distinguono dal resto dei supereroi a fumetti restano più meno invariati nella trasposizione cinematografica, altre peculiarità – la schizofrenia, il “sentire le voci”, la follia dissacrante e la sospetta bisessualità – sono state di molto mitigate se non del tutto eliminate. In particolar modo ci si riferisce agli stravaganti e “abbondanti” appetiti sessuali che caratterizzano il personaggio cartaceo, che qui sono salvati dalla sottotrama romantica e, soprattuto, monogamica.

Deadpool sopravvive benissimo alle secondarie restrizioni imposte nel passaggio dallo schermo alla carta – al termine di un processo produttivo comunque lungo e travagliato – e fin dai primi minuti di proiezione non fatica a imporsi come una delle icone cinematografiche più divertenti e dissacranti degli ultimi anni. Sulla dissacrazione messa in scena da questa pellicola, e sui suoi limiti, torneremo a breve.

Ci sono due modi di approcciare a questo film. Inserirlo in una tradizione cinematografica composta da film di largo appeal, spesso con più di qualche guizzo interessante ed eccentrico, caratterizzati da un approccio ironico, una resa iperrealista e scanzonata della violenza, un linguaggio crudo e incentrati su anti-eroi che se aspirano alla redenzione morale non lo fanno certo con piena convinzione. Un filone, questo, che include anche alcuni film basati sui fumetti Marvel, ma non solo: si pensi a pellicole come Hancock e Kick-Ass, ma anche Kingsman Secrete Service, Red, Slevin ecc… Il secondo approccio prevede di goderlo cogliendone i rimandi e gli intrecci con il cosiddetto Marvel Cinematic Universe. Non mancano certo i riferimenti, dai più espliciti – la presenza di due membri degli X-Men, Colosso e Testata Mutante Negasonica – a quelli destinati esclusivamente ai fan più accaniti. Inoltre, lo stesso Deadpool aveva già fatto una comparsata in X-Men le origini – Wolverine, anche se questo film si configura pienamente come un reboot.

La buona riuscita di Deadpool è debitrice anche, se non soprattutto, del fatto che è il film che più degli altri film marvelliani può essere goduto al di fuori dell’ampio ma non infinito novero degli appassionati del genere. Ne è testimone il successo della pellicola negli Stati Uniti, dove ha raggiunto il più alto incasso di esordio di tutti i tempi per un film vietato ai minori di diciassette anni. Aspettiamo di vedere come sarà ricevuto da noi, dove invece non è stata posta nessun tipo di limitazione e la platea sarà anagraficamente più ampia. Perché, se il target della maggior parte dei film Marvel è certamente quello degli adolescenti e dei preadolescenti – o di adulti nel migliore dei casi pronti a prestarsi al gioco e nel peggiore poco cresciuti – la vocazione postmoderna e ultrapop del personaggio permette anche agli appassionati di cinema più snob (bhe, forse non proprio anche ai più snob) di divertirsi senza sentirsi troppo in colpa.

Intendiamoci, di buon cinema in questo film ce n’è poco. La regia di Miller è piuttosto piatta, poco caratterizzata e personale. Al netto di un paio di buone scene d’azione, il regista fa il minimo sindacale per mettere in scena uno script che è nettamente superiore ai suoi meriti. Però, con una buona mano e senza nessuna intenzione di osare oltre i limiti probabilmente imposti dalla produzione, Miller riesce ad attraversare indenne i molti cambi di tono e di registro, scadendo nel cliché spinto solo nelle sequenze che riguardano la genesi del personaggio che, comunque, solitamente rappresentano il punto debole di quasi tutti i film recenti appartenenti al genere supereroistico. Si tratta, in fondo, di un B-Movie (il budget di 54 mln di dollari è relativamente piccolo per una produzione di questo tipo) e funziona perché è stato trattato fino in fondo come tale. A partire dalla fotografia, passando per la scenografia e finendo con gli effetti speciali (decorosi ma la battaglia finale rivela troppo spesso il suo aspetto posticcio, soprattutto per ciò che riguarda le simulazioni delle esplosioni), tutto restituisce questa impressione “artigianale”, con l’eccezione di due momenti: la sequenza dei titoli di testa e quella dello scontro in autostrada, non a caso entrambe curate dallo studio di vfx Atomic Fiction, che già in altri casi aveva già dato ottima prova di sé. Una delle intuizioni migliori è stata certamente quella di limitare l’uso degli effetti speciali nella resa su schermo del protagonista, che infatti gode del vantaggio di apparire più “concreto” e umano dei suoi colleghi cinematografici.

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Al di là delle considerazioni tecniche il film è davvero divertente. Il merito è della sceneggiatura che, a volte in maniera un po’ troppo programmatica, ribalta, anticipa e infine disinnesca tutte le doverose svolte e i triti tòpoi della narrativa supereroistica in generale e marvelliana in particolare. Se a un certo punto il gioco dello spettatore diventa anticipare il successivo ribaltamento o la successiva battuta unpolitically correct – a cui il film offre parecchi ganci – la complicità che si crea permette all’operazione di non stancare e non diventare eccessivamente ripetitiva. I dialoghi, particolarmente azzeccati – e parecchio volgari – uniti a un Ryan Reynolds in ottima forma, rendono più saporito il tutto.

Resta il fatto che si tratta di un simpatico divertissement. La dissacrazione, cui anticipavamo prima, anche se si finge feroce è il più delle volte innocua e, soprattutto, quasi del tutto inattuale e “interna”. Interna nel senso che, per lo più, è fatta di ammiccamenti al mondo della musica, del cinema, dei supereroi e dello show businnes in generale. Se le parolacce, gli espliciti riferimenti sessuali, le mutilazioni e le morti violente stupiscono per crudezza, inventiva e brio, si tratta in fondo sempre di un film fatto da nerd per nerd, in cui ogni freccia è sicura di andare a segno e in cui il pubblico, con il suo corredo di credenze, idee e tabù, non è mai il bersaglio.

Deadpool, in sintesi, non è certo grande cinema – come, in parte, è riuscito a essere Guardiani della Galassia, un kolossal anomalo e straordinariamente ben diretto – e pecca certo di furberia. Arranca un po’ a fatica nel finale e, soprattutto, nelle sequenze di flashback, ma sicuramente si solleva dalla pletora di film simili, senz’anima né senso, che hanno invaso le nostre sale negli ultimi anni. Ha anima e carne, e anche qualche intuizione brillante. In altre parole, se vi siete addormentati guardando polpettoni insulsi, retorici ed esteticamente irrilevanti come la serie dei film sui Vendicatori, questo ve lo potrete godere. E non poco.

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