Focus Profili Americana e musulmana: G. Willow Wilson, la doppia anima di Ms. Marvel

Americana e musulmana: G. Willow Wilson, la doppia anima di Ms. Marvel

Dietro il successo di Ms. Marvel, la supereroina che ha conquistato pubblico e critica, nonché la giuria del Festival di Angoulême, c’è la penna di una scrittrice, americana e musulmana, Gwendolyn Willow Wilson. Americana e musulmana. È questa doppia anima a rendere così fresche, spiazzanti e insospettabilmente innovative le sue storie e i suoi personaggi. Ecco perché la biografia della scrittrice merita un po’ d’attenzione.

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Foto estratta dal sito ufficiale dell’autrice, www.gwillowwilson.com

Storia di una conversione all’Islam

La Wilson è una ventenne quando legge il Corano, mentre frequenta la Boston University, e ne rimane profondamente colpita. Ma l’attrazione per la religione islamica non può non turbare un’americana del New Jersey, come ricorda in un’intervista:

Ho resistito diversi anni all’idea di convertirmi. L’11 settembre ero al mio terzo anno di college. Quello che accadde interruppe il mio percorso di conversione perché mi dicevo “Aspetta un momento, devi fare un passo indietro ed essere davvero sicura che questa religione non sia legata al terrorismo e non induca a uccidere innocenti o dirottare aerei”. Ero davvero ferma su questo punto, perché se fosse stato così non era la religione per me.

Nel 2003, a 21 anni e fresca di college, la Wilson decide di partire per Il Cairo. Prima di abbracciare effettivamente la nuova fede, vuole vedere con i suoi occhi come si vive in un paese musulmano, e soprattutto rendersi conto di quale sia la reale condizione della donna in questo tipo di società.

In Egitto lavora prima come insegnante d’inglese e poi come giornalista, avviando collaborazioni con alcune testate sia egiziane – il settimanale di opposizione Cairo Magazine – che americane, dall’Atlantic Monthly al New York Times Magazine (riuscendo perfino a intervistare Ali Gomaa, la più importante carica religiosa egiziana). Qui conosce e sposa un giovane avvocato. In quel momento la sua scelta, non più solo religiosa ma anche sentimentale, la mette di fronte alla necessità di conciliare due culture opposte: quella occidentale e americana da cui proviene, e quella musulmana cui sempre più sente di appartenere.

Da questa esperienza umana, vissuta intensamente e a volte sofferta, nasce l’autobiografia The Butterfly Mosque (2010). La curiosità con cui la Wilson si avvicina a una società per lei così diversa, la sincerità con cui rivela le ansie e i dubbi che la accompagnano costantemente, l’affetto con cui ritrae la famiglia acquisita, conferiscono all’esperienza personale un respiro più ampio. Non a caso la rivista Grove Atlantic definisce il libro come «una storia coraggiosa e ispirata dalla fede – in Dio, negli altri, in noi stessi, e nella capacità che hanno le relazioni di oltrepassare le barriere culturali e di andare al di là del male che ci porta ad allontanarci».

Il debutto nel fumetto, con un graphic novel

Durante la permanenza in Egitto, la Wilson comincia a scrivere la bozza di un graphic novel, Cairo. Quando il libro viene pubblicato nel 2007 da Vertigo, con i disegni di M.K. Perker, si realizza il sogno che aveva fin da quando era una giovanissima fan degli X-Men: scrivere storie a fumetti.

Cairo è un graphic novel ambizioso: intreccia le storie di numerosi personaggi, tra cui un contrabbandiere di hashish, una giovane americana aspirante giornalista, un giornalista dissidente, un libanese-americano che vuole diventare terrorista e una soldatessa israeliana. Sul contesto realistico sociale e politico si apre una dimensione fantastica, dominata da un jinn prigioniero di un narghilè e un demone che rappresenta Satana nella cultura musulmana.

cairo

Alcuni personaggi nascono da uno stereotipo ribaltato – è il caso del terrorista islamico che si presenta come un insospettabile ragazzo biondo, o della soldatessa israeliana che si innamora di un musulmano. Questa scelta non risponde solo alla ricerca di una storia il più possibile nuova e sorprendente, ma rispecchia un sentire più autentico: la convinzione che le persone, pur influenzate dalla loro cultura e dalla loro religione, siano portatrici di un punto di vista assolutamente unico. La Wilson è convinta che sia questa complessità a meritare attenzione:

Per me è importante aprire una nuova prospettiva e mettere in gioco combinazioni di personaggi che non verrebbero in mente a nessuno. È un riflesso della mia vita. […] Credo che nel mondo, soprattutto oggi, sia necessario ricordare che ci sono parti dell’esperienza umana che trascendono cultura e religione. La gente è irrequieta, si fa del male, si innamora e perde l’amore, e pur attraverso le stesse vie, esprime ogni cosa in modo diverso. Tutto questo cerco di comunicarlo attraverso il variegato gruppo di personaggi che inserisco nei miei libri.

La costruzione di un’eroina

Dopo Cairo, su espressa richiesta della editor Karen Berger, lavora ancora per Vertigo a una serie con una protagonista femminile: Air, disegnata sempre da M.K. Perker e pubblicata tra 2009 e 2010 (poi interrotta dopo 24 numeri).

La protagonista Blythe è una hostess che soffre di acrofobia, la paura ossessiva di cadere da grandi altezze o di buttarsi nel vuoto. Si innamora di un uomo misterioso, si trova invischiata negli affari di un gruppo terroristico e finisce in un posto che, stando alle mappe geografiche, non esiste. Nel suo bizzarro cammino incontra addirittura Amelia Earhart, la prima donna che sorvolò l’Atlantico, e il serpente piumato Quetzalcóatl. Blythe è un personaggio estremamente complesso. Le sue contraddizioni, unite alle peripezie che vive, la spingono a superare i suoi limiti, a raggiungere il punto in cui «si stanca di essere in balia di forze che non conosce, e comincia a contrastarle diventando un’eroina». Per la sua personalità irrequieta e tormentata è, secondo la Wilson, il personaggio che le somiglia più di tutti.

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Al centro della trama di Air, paragonata per le sue atmosfere alla serie tv Lost, c’è il concetto di hyperpraxis. Nella storia è la capacità di attraversare diversi spazi e dimensioni. Ma in realtà il termine rimanda a un concetto più ampio, definito in un saggio come la «manipolazione ideologica di un simbolo immutabile e radicato o di una pratica nell’ambito di una tradizione religiosa, spirituale, politica o sociale». In parole povere, l’hyperpraxis è il fenomeno per cui la stessa cosa viene interpretata diversamente a seconda di chi ne parla e del contesto in cui se ne parla. È il fenomeno per cui, per esempio, una donna che indossa l’hijab, il velo che copre i capelli, genera riflessioni diverse a seconda di chi la guarda.

La Wilson ha scelto di indossare l’hijab per sottolineare l’esclusività della relazione con suo marito. Fin da subito si è però orientata su veli dai colori sgargianti come il rosso, per poter esprimere la sua individualità non convenzionale, pur nel rispetto di una pratica tradizionale. Ma nel mondo occidentale l’hijab ha ormai una connotazione negativa:

Vestendo l’hijab negli Stati Uniti non ho mai visto una brutta reazione da parte degli uomini, mentre ho spesso ricevuto occhiatacce dalle donne. Forse perché un uomo non ha motivo di sentirsi minacciato da un burqa, da un hijab o da un niquab, visto che non sarà mai costretto a indossarlo. Ma per una donna la semplice esistenza di questi indumenti mette in pericolo la sua identità e la sua autodeterminazione.

La capacità di rileggere in maniera nuova, con un occhio per quanto possibile privo di pregiudizi, i simboli preesistenti e ben noti è alla base del lavoro che la Wilson compie sulla riscrittura di alcune supereroine. Inclusa quella che l’ha resa celebre: Ms. Marvel.

La rivoluzione Ms. Marvel

In un’intervista per Comicmix la Wilson ha dichiarato: «Sono una persona continuamente in conflitto con sé stessa, così tendo ad attribuire profonde contraddizioni anche ai miei personaggi femminili». Quanto detto vale anche e soprattutto per le sue supereroine. Sia Vixen, la prima eroina DC afroamericana (Vixen – Return of the Lion, 2008), che Genevieve e Giselle Villard, immerse in un mondo sospeso tra il fantasy e lo steampunk (Mystic – The Tenth Apprentice, 2011) non sfuggono a questo destino, vivendo un conflitto tra quello che sono e quello che vorrebbero diventare.

Questa inquietudine esistenziale trova però la sua più commovente e insieme ironica manifestazione in Ms. Marvel. La serie, pubblicata a partire dal 2014, è un progetto degli editor Sana Amanat e Stephen Wacker. Leggenda vuole che la Amanat, musulmana americana, abbia raccontato al collega vari aneddoti sulla sua adolescenza. Da lì sarebbe venuta l’idea di un nuovo personaggio femminile, data la penuria di eroine, con una forte connotazione culturale. Ingaggiare la Wilson come sceneggiatrice, viste le sue esperienze personali e professionali, è stato poi il passo successivo, quasi una scelta obbligata.

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Al centro della serie c’è appunto un’americana d’origine pakistana, Kamala Khan. Un’adolescente come tante, amante dei fumetti, che si barcamena tra la voglia di integrarsi con i coetanei e le regole imposte dai genitori, che in alcuni casi rispondono ai dettami della religione musulmana. Spiega la Wilson che Kamala «come molti figli di immigrati, si sente divisa tra due mondi: la famiglia che ama, ma che la fa diventare matta, e i suoi coetanei, che non comprendono quale sia la sua quotidianità. Questo la rende tenace e vulnerabile allo stesso tempo».

La fede musulmana è insomma parte dell’identità del personaggio, ma non ne determina direttamente il percorso. Il fulcro della storia è un altro. Quando Kamala si smarrisce nelle vie buie di Jersey City immersa in una strana nebbia, vede arrivare in suo aiuto il suo mito di sempre: Captain Marvel, alias Carol Danvers – sì, perché il nome di un supereroe ‘maschio’ è stato ora assunto da una donna, già Ms. Marvel. Captain Marvel le chiede: «Chi vorresti essere?». Kamala non ha esitazioni: «Vorrei essere te».

Bene, il suo desiderio viene esaudito e in quel momento cominciano i problemi. Perché per quanto abbia sempre ammirato la ex Ms. Marvel, Kamala non si sente a proprio agio nei suoi panni: una volta diventata bionda, bella e forte, non è più sé stessa. Presto realizza che, per essere l’eroina che ha sempre sognato, deve tener conto della persona che realmente è. Deve quindi costruire una nuova identità per Ms. Marvel, a partire dal costume, rinunciando agli stivaloni supersexy per un più comodo burkini. Con la sua spontaneità, Kamala induce il lettore a guardarsi dentro. E forse è proprio per questo che piace a tutti, non solo alle lettrici musulmane.

A-Force e la riflessione sul ruolo delle donne nel fumetto supereroico

Insieme alla sceneggiatrice Marguerite Bennett e all’illustratore Jorge Molina, la Wilson lavora anche a un altro ambizioso progetto Marvel lanciato nel 2015: A-Force, una serie tutta al femminile. L’azione si svolge su Arcadia, un’isola sopravvissuta alla distruzione del multiverso Marvel e protetta da She-Hulk, Captain Marvel, Dazzler, Medusa, Sister Grimm e altre supereroine. A loro si affianca Singularity, una misteriosa creatura aliena che assume sembianze femminili. A partire da un incidente scatenato da Miss America, le eroine devono mettere alla prova il loro spirito di squadra e difendere l’amata isola dai nemici.

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Attraverso A-Force la Wilson ha potuto interrogarsi sul problema del genere e del sessismo all’interno del fumetto supereroico. Il suo punto di partenza è, ancora una volta, un ribaltamento di prospettiva: uguaglianza non significa annullare le differenze. L’uguaglianza si realizza davvero quando la diversità tra uomo e donna viene riconosciuta, ma non le si attribuisce un valore tale da far percepire gli uni come più importanti delle altre, o viceversa. Lavorando sulla nuova serie, fa un ulteriore passo avanti, ovvero sottolineare quanto uomini e donne abbiano in comune:

Penso che la parte più interessante sia capire che cosa non cambi. Se hai un team di supereroi, che siano maschi, femmine o entrambi, hai a disposizione dei poteri che non sempre sono tra loro compatibili. È evidente da come Tony Stark e Captain America si scontrano negli Avengers. Il bello di questo libro è che mostra come non ci sia una sostanziale differenza di genere tale da rendere un team femminile completamente diverso da un team maschile.

Sul ruolo delle donne nel mondo del fumetto la Wilson ha sempre mostrato grande sensibilità. Come lavoratrice del fumetto, ha constatato come il settore si sia aperto alle donne, lentamente ma inesorabilmente. Attenta al suo pubblico, ha rilevato che le lettrici ne rappresentano ormai il 50%. Come autrice, ha lavorato per creare personaggi femminili di spessore, che non «esistessero solo come trofei o solo per fornire una motivazione all’azione dei personaggi maschili, e avessero invece il diritto di rivendicare una propria storia».

Consapevole di questo percorso, portato avanti con una certa continuità fino ad A-Force, ha risposto con durezza e precisione all’attacco di Jill Lepore, nota docente di storia americana ad Harvard e collaboratrice del New Yorker, convinta che la serie ribadisca il cliché della donna-oggetto:

A-Force nasce da un discorso incentrato sul tema del genere nei fumetti, portato avanti negli ultimi anni da fan, autori ed editori. All’interno di questo settore, abbiamo progressivamente “scongelato” i personaggi femminili che in passato erano stati strapazzati, indagando nelle loro storie e scoprendo, nel complesso, quante cose non erano mai state dette. E in A-Force abbiamo messo insieme tutto questo per la prima volta.

La Wilson fa riferimento al dibattito nato intorno a Women in Refrigerators, sito web creato da Gail Simone e che raccoglie i personaggi femminili vittime di violenza nei fumetti supereroici. In A-Force le donne non sono più vittime. E in questo la serie si pone, almeno nelle intenzioni, come un’operazione più forte e sovversiva di quel che sembra, portata avanti con intelligenza, coraggio e consapevolezza.

G. Willow Wilson sta insomma tentando di contribuire a una profonda trasformazione all’interno delle forme consolidate del fumetto e dell’immaginario popolare occidentale. Forse è presto per capire se ci stia effettivamente riuscendo. Ma di sicuro sta aprendo nuove strade, che vale la pena continuare a seguire.

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