Mondi POP Animazione Maghette che menano: perché recuperare Kill la Kill

Maghette che menano: perché recuperare Kill la Kill

Lo scorso giugno ha fatto capolino sugli scaffali delle fumetterie italiane il primo dei tre volumi di Kill la Kill. Si tratta della trasposizione cartacea dell’omonimo anime realizzato dallo studio Trigger nel 2013, pubblicata in Italia fuori tempo massimo – l’anime è stato trasmesso solo online: nessun passaggio tv – da Planet Manga. Non ho potuto fare a meno di sfogliare il fumetto, vuoi perché ho amato molto la serie animata, vuoi perché si tratta del primo segnale di interesse verso questo prodotto da parte del mercato italiano (anche se, va detto, la mancata sponda televisiva potrebbe essere da imputare a scelte nella licenza, detenuta dalla piattaforma di streaming Daisuki).

Purtroppo, la lettura ha confermato i miei timori: il manga di Kill la Kill è un prodottino mediocre. Le tavole sono opera di Ryo Akizuki, mangaka semisconosciuto che, come lui stesso racconta all’interno di alcune pagine extra, si è aggiudicato l’incarico partecipando a un concorso indetto dalla casa editrice Kadokawa. Una prassi abbastanza diffusa quando il prodotto di partenza è un anime originale, e la versione a fumetti ha più che altro lo scopo di pubblicizzarlo e/o sfruttarlo.

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Il manga di Kill la Kill assolve a questo compito senza particolari meriti, né sul piano grafico né su quello narrativo: il tratto di Akizuki non si dimostra all’altezza del character design originale, e il fumetto copre solo la prima manciata di episodi dell’anime, senza arrivare nemmeno a sfiorare il vero fulcro della trama. Chiariamoci, come lettura non è malvagia, ma badate bene: se avete letto solo il manga di Kill la Kill, non avete neanche lontanamente idea di cosa sia Kill la Kill. Quindi filate a recuperare l’anime. Oppure continuate a leggere, così vi spiego perché dovreste recuperarlo.

Opera prima dello studio Trigger (se escludiamo il delizioso corto autoconclusivo Little Witch Academia), Kill la Kill debutta nell’ottobre del 2013 e si impone fin dal primo episodio come serie-evento della stagione. Il motivo di tanto hype è presto detto: al timone del neonato studio di animazione e della serie ci sono il regista Hiroyuki Imaishi e lo sceneggiatore Kazuki Nakashima, nientemeno che i papà di Tengen Toppa Gurren Lagann (studio Gainax, 2007). Ciliegina sulla torta: il character design e le animazioni travolgenti di Sushio (il suo marchio di fabbrica sono le scene d’azione frenetiche e schizzate a matita; di recente abbiamo potuto ammirarle in One Punch Man). Insomma, siamo di fronte a un dream team in piena regola: tre professionisti tanto abili quanto folli, cresciuti in casa Gainax e pronti a lasciare la sua ala protettrice per lanciarsi in una nuova impresa.

La prima impressione che si ha, di fronte a Kill la Kill, è che Gurren Lagann e Panty & Stocking with Gartherbelt (2010, sempre prodotto da Gainax e diretto da Imaishi) abbiano avuto una figlia, e che sia completamente svitata. Ed è un’impressione assolutamente corretta.

La moda come strumento di potere, in uno shonen majokko 

Ci sono pochi dubbi su dove collocarlo, per quanto riguarda il genere. Il suo posto è tra gli shonen belli caciaroni, pieni d’azione e di combattimenti epici. Ci sono gli armamentari sempre più esagerati, ci sono gli attacchi letali che si susseguono in un crescendo di nomi altisonanti. E i robottoni, vogliamo farceli mancare? Ma certo che no, ci sono pure quelli. Qui non si rinuncia a nulla. Salta in aria tutto, schizza sangue dappertutto, urlano sempre tutti. Per circa tre quarti della serie, le due protagoniste comunicano tra di loro esclusivamente urlandosi addosso. E menandosi duro, ovviamente.

Ma Kill la Kill ha una doppia anima, è anche un po’ majokko, con un ricco cast femminile, divise alla marinara e tante trasformazioni, ovviamente corredate di sequenza musicale. Ci sono anche tante citazioni, tra cui ovviamente Sailor Moon, ma soprattutto Shoujo Kakumei Utena, che già di suo era una fenomenale decostruzione del genere.

Delle maghette che picchiano come Ryuuko e Satsuki, però, non si erano mai viste.

La trama: all’accademia Honnouji fa la sua comparsa una misteriosa ragazza, Ryuuko Matoi. Ha con sé una gigantesca lama di forbice rossa, ed è assetata di vendetta. Qualcuno ha assassinato suo padre portandosi via l’altra metà della forbice, e ora si nasconde in quella scuola. Forse si tratta proprio di Satsuki Kiryuin, la presidentessa del consiglio studentesco, venerata alla stregua di una divinità e rampolla di una delle famiglie più potenti del mondo. Sua madre Ragyo, infatti, è la fondatrice della Revocs, colosso dell’industria tessile che detiene il monopolio assoluto del mercato.

Made in Revocs sono anche tutte le divise dell’accademia, e ovviamente si tratta di divise molto particolari. Si chiamano Ultradivise e sono intessute di Life Fibers, che conferiscono a chi le indossa una forza straordinaria. Sono contrassegnate da stelle: una per gli studenti più meritevoli, due per i presidenti dei vari club studenteschi e tre, infine, per i membri del consiglio studentesco. Ira Gamagoori, Uzu Sanageyama, Hoka Inomuta e Nonon Jakuzure sono i compagni più fidati di Satsuki, pronti a obbedire a qualunque suo ordine e a difenderla a costo della vita. In altre parole, Satsuki si è costruita un esercito personale. Non per nulla ci troviamo in un’accademia, e le Ultradivise sono contraddistinte da uno stile militaresco.

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«La paura è libertà. Il controllo è liberazione. La contraddizione è verità». Questi sono i dettami del regime di Satsuki Kiryuin, e chiunque venga sorpreso a sovvertirli verrà spazzato via senza pietà. Questo vale specialmente per gli studenti comuni, privi di stelle, che indossano normali divise e si trovano al gradino più basso della piramide sociale. Una gerarchia che è rispecchiata dalla struttura stessa dell’accademia e del nucleo urbano circostante – impossibile non rivedervi l’iconica trivella di Gurren Lagann, qui caricata di significati diametralmente opposti.

Non è un caso che la prima scena dell’anime abbia luogo in un’aula scolastica dove si sta tenendo una lezione di storia sul nazismo. L’idea alla base di Kill la Kill ha origine da un gioco di parole: in giapponese, la parola “fashion” viene pronunciata in modo indentico a “fascism”. Allo stesso modo il titolo suona come “Kiru ra Kiru“, dove “kiru” puà significare sia “tagliare” che “indossare”.

Il motivo dell’abbigliamento è intrecciato al tema del potere, ma anche dell’identità e dell’autodeterminazione. Un vestito può essere indice dello status sociale, arma d’attacco o prigione di chi lo indossa, un simbolo di asservimento o un mezzo per conquistare la libertà. E ancora, possiamo indossare i vestiti o lasciare che i vestiti ci indossino, trattarli come entità separate da noi o farne come un’estensione del nostro essere. Temi che vengono affrontati in modo per nulla banale, anche perché in molti casi tutto questo avviene in senso letterale: basti pensare che i principali oppositori del regime di Ragyo e Satsuki Kiryuin sono i membri di un’organizzazione segreta chiamata Nudist Beach, e che uno dei personaggi principali è un capo d’abbigliamento senziente. Senziente e molto, molto succinto.

Mi riferisco a Senketsu, una divisa alla marinaretta (eh già) che Ryuuko rinviene tra le macerie del laboratorio del padre, ucciso a causa delle ricerche che stava conducendo sulle Life Fibers. Una volta indossato, infatti, Senketsu conferisce alla ragazza un potere sovrumano, in grado di neutralizzare quello delle Ultradivise. Ma c’è un prezzo da pagare. Innanzitutto, un pegno di sangue: le fibre di Senketsu (che significa proprio “sangue fresco”) attingono energia direttamente dal sistema circolatorio di Ryuuko. E poi il fatto che, beh, è una tenuta che lascia ben poco all’immaginazione.

Il potere della nudità

La nudità delle protagoniste è senza dubbio il punto più controverso e chiacchierato di Kill la KillLa massiccia presenza di fanservice non soprende nessuno, dato che sul curriculum di Nakashima e Imaishi ci sono la maghetta sexy Cutie Honey e le scorribande ero-demenziali di Panty & Stocking. Ma se la Yoko Littner di Gurren Lagann era l’esempio perfetto di un fanservice ironico, che esibisce la propria pretestuosità e al contempo se ne prende gioco, in Kill la Kill la situazione è un po’ diversa.

Non solo la scena in cui Senketsu obbliga Ryuuko a indossarlo ricorda in tutto e per tutto un’aggressione sessuale, ma da quel momento la ragazza è costantemente vittima di molestie e commenti umilianti. La mortificazione è tale da impedirle di combattere al pieno della sua potenza, ma la musica cambia quando Satsuki si presenta con indosso una tenuta altrettanto succinta, chiamata Junketsu (“purezza”). Il problema della nudità viene affrontato esplicitamente: Satsuki rimprovera Ryuuko per il modo in cui si lascia sopraffare da Senketsu, mentre lei considera Junketsu un mezzo necessario al raggiungimento di uno scopo più alto. Non viene minimamente sfiorata dall’idea di perdere tempo a preoccuparsi degli sguardi altrui perché non vi è niente di sessuale o umiliante nella sua nudità, e se qualcuno vuole vedercelo a tutti i costi, non è certo un suo problema.

Ebbene, non solo Satsuki convince Ryuuko a prendere il pieno controllo del proprio corpo e, con esso, del proprio potere, ma la sua volontà di ferro riesce ad imporsi perfino sulla regia e sullo spettatore. Da quel momento in poi, Ryuuko e Satsuki continueranno a mostrare sempre gli stessi centimetri di pelle, ma verranno sessualizzate in misura sempre minore. Ben presto diventerà chiaro che il loro corpo nudo non è messo lì affinché noi possiamo guardarlo, bensì perché serve a loro per combattere. E il concetto di nudità in toto, nel corso della serie, si tramuterà nel simbolo di un ideale così puro che diventerà impensabile associarlo alla dimensione sessuale.

Ora, non voglio insinuare che gli autori abbiano scritto la serie con il preciso intento di mettere in atto una sorta di liberazione femminile per mezzo della nudità. Eppure, in qualche modo, è proprio quello che accade, peraltro in modo sottile e per nulla didascalico.

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Del resto, fin dall’ambientazione ci appare chiaro che, in Kill la Kill, la figura femminile è caricata di una dignità assoluta. Ci viene presentato un mondo in cui tutte le posizioni di maggiore autorità sono ricoperte da donne: Satsuki a capo dell’accademia Honnouji, la madre Ragyo detentrice del potere delle Life Fibers. Questa loro autorità non viene mai messa in discussione, né sottolineata in alcun modo. Non c’è traccia di vergogna, tra i loro sottoposti, per il fatto di essere al servizio di una donna.

A proposito di questo, è curioso il fatto che circolino due versioni differenti della genesi della serie. La prima vuole che l’idea di base fosse fin dall’inizio quella di un gruppo di combattenti donne, la seconda che i personaggi di Ryuuko e Satsuki in origine fossero due uomini, e che solo successivamente sia stato deciso di cambiar loro sesso.

Questa seconda ipotesi mi fa storcere il naso, in primis perché sono fermamente convinta che per scrivere una buona eroina femminile non sia sufficiente scrivere un buon eroe e, secondariamente, munirlo di una vagina. La femminilità deve essere parte integrante del tessuto del personaggio, e così è per Ryuuko e Satsuki. Imaishi e Nakashima ci consegnano due personaggi ben costruiti, complessi e intrinsecamente, profondamente femminili.

Il coming of age come elogio della follia

Kill la Kill è il racconto di formazione di due ragazze o, come espresso in modo più eloquente dalla lingua anglosassone, del loro coming of age. Gli autori hanno dichiarato l’intento di raccontare, con Ryuuko, la parabola di una ragazza che attraversa l’adolescenza e, infine, può smettere la divisa scolastica e abbracciare l’età adulta. Non è un caso se, per poter indossare Senketsu, Ryuuko deve offrirgli il proprio sangue, un’immagine che può richiamare sia il mestruo che la perdita della verginità. Accanto alla divisa scolastica/Senketsu, però, troviamo anche un altro indumento cruciale nella vita di una donna, l’abito da sposa/Junketsu. Esso viene promesso da Ragyo a Satsuki fin dalla tenera età, ma la sua suona più come una condanna, e infatti Junketsu trae la sua potenza dall’annientamento della volontà di chi lo indossa. L’atto di indossare l’abito da sposa coincide con uno stato di passività e sottomissione che Satsuki rifiuterà con decisione, piegando il potere dell’abito al suo volere.

Ricapitolando, Gurren Lagann è un tripudio testosteronico, una storia di Veri Uomini e trivelle che – cito testualmente dal titolo – sfondano i cieli, Kill la Kill un’altrettanto epica celebrazione della tenacia femminile. Ma in fin dei conti il loro cuore pulsante è sempre lo stesso, il tema forse in assoluto più caro a Imaishi e Nakashima: l’elogio della follia umana.

Esattamente come la ciurma di scellerati del Dai-Gurren Dan, gli eroi di Kill la Kill sono una manica di pazzi senza un briciolo di buon senso. E continuano a combattere fino alla fine, insensatamente, stupidamente, anche quando tutte le speranze sembrano perdute. Entrambe le storie vogliono dirci che l’ostinazione con cui gli esseri umani si aggrappano l’uno all’altro, e tutti insieme si aggrappano alla vita, è ciò che rende quella vita degna di essere protetta. C’era proprio bisogno di dircelo due volte? Ma certo. Anche dieci. E sempre urlando.

Dunque, riassumendo: una trama ben strutturata, avvincente e ricca di chiavi di lettura, personaggi solidi e ben scritti, un’anima che pian piano si svela e ti fa arrivare alla fine con gli occhi umidi e un sorriso ebete stampato in faccia. Senza rinunciare alla caciara, al sangue, alle botte e sì, dai, anche alle tette. Kill la Kill è tutto questo, e fermo e buono sulla carta non ci sa proprio stare. Adesso però, sul serio, filate a recuperarlo.

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