Ritrovato un Pinocchio “tirolese” inedito di Mussino (che ispirò Disney)

L’interesse per il pluricentenario burattino di Collodi non ammetta sosta.

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Fra le testimonianze più recenti, Fumettologica ne ha ricordate almeno tre. Penso al Pinocchio super-robot disegnato dal fumettista e regista Winshluss, pubblicato in Italia da Comicon Edizioni, in cui Lucignolo ha un passato di molestie e la balena è un pesce mutante. Ma anche al Pinocchio di Marco Corona (Rizzoli Lizard), immerso in un più classico immaginario rurale. L’autore piemontese, con un segno graffiato che rimanda alle incisioni di Mazzanti, accentua il contrasto tra un legnoso e ingenuo Pinocchio e l’inquietante paesaggio circostante, specchio dei turbamenti della psiche umana. Inoltre, è andato a buon fine il crowdfunding a sostegno dell’“operazione nostalgia” per rieditare il Pinocchio a fumetti dell’editore Bianconi, creato da Alberico Motta e Sandro Dossi.

Insomma, Pinocchio è stato e continua a essere interpretato e sviscerato da illustratori, fumettisti, scrittori, studiosi e collezionisti. Tuttavia, la sua storia editoriale non manca di riservare ancora delle sorprese e piccole scoperte.

Di recente, sono venuto in possesso di una serie di cartoline risalenti agli inizi del secolo scorso, che raccontano Le avventure di Pinocchio. Edite dalla filiale torinese dei Künzli di Zurigo, recano la firma “Attilio”. Sono, infatti, opera di quell’Attilio Mussino, che nel 1911 è divenuto il principale interprete – nel campo dell’illustrazione – del burattino di Collodi, e che influenzerà la maggior parte degli autori che seguiranno. La firma dell’autore, in corsivo e con la ‘o’ finale prolungata in una doppia sottolineatura, è quella meno nota con cui Mussino ha segnato le sue opere d’inizio carriera, nei primissimi anni del Novecento: dai libri per G. B. Paravia e Lattes su testi di Momus/Piccioni alle cartoline realizzate sempre per Paravia e per gli editori librai Renzo Streglio & C.

Questo Pinocchio di Mussino, che mi ritrovo tra le mani, è completamente diverso dai precedenti di Mazzanti e Chiostri, ma anche dal classico dello stesso Mussino. Ha l’aspetto di un bambino troppo cresciuto, magro e segaligno, decisamente in avanti con gli anni, e anche i suoi abiti – come vedremo – si distaccano notevolmente dalla tradizione in voga fino a quei tempi. Si tratta di illustrazioni che ritengo fino ad oggi ignote. Non se ne trova traccia in nessuna delle pubblicazioni che ho potuto consultare, tra cui Attilio Mussino. Lo zio di Pinocchio (L’arciere, 1989) e Pinocchio e la sua immagine (Giunti, 2006), né nei siti e nei blog specializzati.

Per la datazione di queste illustrazioni sono stato facilitato dal fatto che alcune cartoline erano scritte e “viaggiate” (come si usa dire in ambito collezionistico). Le date apposte dalle persone che le hanno spedite le fanno risalire al 1906, mentre in un’altra l’annullo postale permette di retrodatarle a un periodo precedente il giugno del 1904. Le cartoline ci svelano, quindi, un Pinocchio che precede di alcuni anni l’edizione “principe” di Mussino del 1911, già da molto tempo nota e menzionata tra le possibili fonti di ispirazione del lungometraggio Disney.

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Nelle illustrazioni inedite l’aspetto che desta particolare interesse è l’abito del burattino: un pantaloncino corto con due bretelle allacciate con bottoni sul davanti, un berretto con una piuma sul lato (anziché il classico cappello a cono di Mazzanti e Chiostri o la calottina del futuro Pinocchio di Mussino) e una camicia a quadri rossi. Tutti dettagli che completano l’aspetto di quello che, ai miei occhi, appare come una tipica divisa bavarese. Già. La cosa che più sorprende, in questo Pinocchio inedito, è la divisa simile a quella del Pinocchio cinematografico Disney del 1940, all’epoca tanto criticato proprio per avere snaturato non solo l’ambientazione del Pinocchio di Collodi, ma anche il suo stesso aspetto con questi toni “bavaresi/tirolesi”.

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Effettuando le ricerche, ho visto che c’è chi motiva la scelta disneyana (ad esempio lo studioso e regista Mario Verger) col fatto che il romanzo di Collodi sia giunto in America passando per la versione olandese, con numerosi cambiamenti nel vestiario rispetto al testo originale. In realtà, Pinocchio era approdato negli USA sin dal 1892, con le illustrazioni della prima edizione di Mazzanti. Sono seguite, poi, numerose edizioni, illustrate da autori statunitensi, ma nessuno si distaccò dal look creato per il personaggio da Mazzanti e Chiostri.

Le uniche due edizioni che presentano un Pinocchio “tirolese” sono state realizzate a ridosso dell’uscita del film per sfruttarne la popolarità: quella del 1939 illustrata da Henry Muheim e la “pinocchiata” (come viene spesso chiamata un’opera ispirata alla marionetta collodiana) di chiara ispirazione disneyana Hi! Ho! Pinocchio – The american Boy di Josef Marino, del 1940. Una diversa ipotesi, che attribuisce l’impronta tirolese alle origini austriache di un animatore del film (riportata anche da Bruno Bozzetto) mi pare ancora meno probabile.

La verità potrebbe essere più semplice. Ovvero che Walt Disney, entrando in contatto con materiali italiani – magari nel corso di quel “Grand Tour” con il fratello Roy che, nel 1935, lo portò in Europa – abbia preso ispirazione proprio da questo primo, ‘minuscolo’ e sconosciuto Pinocchio di Mussino. Un Pinocchio così diverso e poco noto da far scoccare, chissà, una scintilla il cui esito sarebbe diventato la sua personalissima versione cinematografica.

Un confronto, da sinistra: un Pinocchio di Mussino per F.lli Kunzli (ca 1904); studio preliminare di Gustaf Tenggren per Pinocchio, 1938; locandina del film Pinocchio (Disney, 1940)

Un confronto, da sinistra: un Pinocchio di Mussino per F.lli Kunzli (ca 1904); studio preliminare di Gustaf Tenggren per Pinocchio, 1938; locandina del film Pinocchio (Disney, 1940)