“Musica e fumetto sono due mondi a parte”. Intervista a Giorgio Ciccarelli e Tito Faraci

Delle contaminazioni tra fumetto e musica – e intendo quella suonata, non solo quella rappresentata o citata sulle pagine disegnate – si scrive e si legge spesso. Il più delle volte per sottolinearne la rarità, se non la “novità”. Il che, in genere, è un riflesso condizionato dei media (e del marketing) meno fantasiosi. Di musicisti autori o co-autori di fumetti, così come di fumettisti impegnati anche come musicisti, infatti, non ne sono mai mancati un po’ a qualsiasi latitudine, da Robert Crumb alla leggendaria ‘band umanoide’  Dennis’ Twist, da Richard McGuire a Brian Lee O’Malley. Basta sfogliare libri come Disques et bande dessinée, Comics Vinyls, Carta Canta o (un altro) Carta Canta per rendersene conto.

Il caso italiano, peraltro, spicca per l’attività di Davide Toffolo che – caso questo sì piuttosto raro – è riuscito a imporsi come autore centrale sia nel campo del fumetto che in quello del rock. Ma il suo non è comunque un profilo isolato: da Baronciani a Matteo ‘Napo’ Palma, da Igort a Giacon, gli esempi non mancano. La collaborazione tra Giorgio Ciccarelli e Tito Faraci, allora, non è nulla di eccezionale di per sé. Nata un po’ per caso dal ritrovarsi di due ex-adolescenti appassionati di musica, e spinta dal bisogno di Ciccarelli di cercare una nuova strada dopo gli anni trascorsi a suonare e comporre per gli Afterhours (una relazione finita bruscamente e malamente), ha prodotto un album che tuttavia qualche eccezionalità la ha davvero portata con sé.

La cover de 'Le cose cambiano', disegnata da Paolo Castaldi
La cover de ‘Le cose cambiano’, disegnata da Paolo Castaldi

Le cose cambiano, innanzitutto, è stato tra gli album più venduti e tra i live più apprezzati dell’inverno nel mercato della musica indipendente italiana. Inoltre, nel suo booklet ha presentato una serie di contributi – illustrazioni e veri e propri brevi fumetti – firmati da diversi fumettisti di primo piano. Infine, è stato qualcosa di raro perché la collaborazione non è stata un canonico rapporto tra musicista e visualizer – penso a Giorgio Cavazzano nel 2013, autore delle (splendide, ma pur sempre ornamentali) illustrazioni per l’album di Christmas songs interpretate da Mina – bensì un autentico lavoro compositore/paroliere. Ciccarelli ha composto le canzoni, e Faraci ne ha scritto i testi. Quanto basta per farne un oggetto curioso e – che piacciano o meno le sonorità o i testi – un’operazione rinfrescante. Di cui ho chiacchierato un po’ con gli interessati.

Come è andata questa vostra esperienza? E cosa avete capito – o scoperto – del rapporto tra musica e fumetto?

Giorgio Ciccarelli: Molto bene. Anche se devo ammettere che pensavo ci fosse più connessione tra i mondi della musica e del fumetto. Ad esempio, pensavo che molti più musicisti fossero abituati ad acquistare e leggere fumetti. Invece mi rendo conto che sono due mondi a parte, separati. Certo c’è Davide Toffolo che fa sia una cosa che l’altra, però mi aspettavo più sorpresa e attenzione rispetto a questa cosa. Invece ho dovuto notare che un sacco di recensioni musicali non hanno proprio calcolato il fumetto.

Tito Faraci: In effetti è vero. Nessun critico musicale ha fatto distinzioni, dicendo “questo lavoro è migliore, quest’altro peggiore”. Invece, come sa chi ha ‘letto’ il CD, qualche disegnatore ha fatto solo una illustrazione, ma qualcun altro ha invece tirato fuori delle vere trovate – penso a Sio, o a Giuseppe Palumbo.

Come ha preso forma l’idea di coinvolgere diversi fumettisti?

TF: Innanzitutto una premessa: abbiamo avuto come partner Napoli Comicon. Questo è successo perché la casa discografica è legata a doppio filo con Comicon, attraverso collaboratori comuni. Sapendo loro della mia collaborazione al disco, semplicemente mi hanno suggerito “perché non inserire qualcosa di fumetto”?

All’inizio qualche resistenza la ho avuta, perché non volevo che venisse messo un po’ in ombra il lavoro come autore delle parole. Però poi mi sono lasciato convincere. E ho ragionato così: ogni pezzo è diverso dall’altro, e dunque – mi sono detto – ciascuno avrà bisogno di un autore diverso. Lo spazio a disposizione in un ‘normale’ CD è stato poi il limite produttivo che abbiamo scelto di rispettare. Con Comicon, nella persona di Alino supportato da Roberto Policastro, mentre ero a Napoli per la presentazione del mio romanzo, abbiamo fatto una riunione insieme a Giorgio. E lì io ho scelto alcuni autori, mentre altri li hanno proposti loro. L’idea comune è stata di fare una panoramica varia, mettendo autori mainstream (Cavazzano o Ziche), qualcuno più underground come Calia, vari altri profili, e a ciascuno ho affidato un pezzo, facendo accostamenti in parte intuitivi in parte inconsci.

Tito Faraci e Giorgio Ciccarelli
Tito Faraci e Giorgio Ciccarelli

Per i CD come per i libri, la copertina conta. E confesso che quella di Paolo Castaldi mi è parsa particolarmente felice.

TF: A un certo punto avevo affidato a Castaldi una canzone. Lui aveva fatto l’illustrazione, che quindi doveva finire dentro al libretto. Non avevamo ancora deciso la copertina; continuavamo a fare prove che ci piaciucchiavano, con foto di Giorgio o composizioni grafiche… A un certo punto Paolo ci manda questo disegno da inserire, e tutti quanti – avevamo aperto una chat su Whatsapp con la casa discografica – abbiamo detto: “sembra una copertina”. Io ho chiesto: “ma come facciamo a usare questa senza che gli altri si offendano?”, ma poi mi sono detto “non si offenderanno perché Paolo è un autore emergente, l’outsider che passa in corsia di sorpasso”. Naturalmente Castaldi è anche un grande appassionato di musica. A quel punto abbiamo coinvolto un autore ulteriore (non dirò mai chi!).

Torniamo a quel che notava Ciccarelli sulla risposta della critica musicale. A discolpa della quale, va detto, bisogna riconoscere che nel vostro libretto i materiali disegnati sono comunque limitati. E la narrazione fumettistica ha bisogno di spazio, per esprimersi oltre la vignetta.

GC: Capisco, ma volutamente abbiamo interpreso questa strada. Questo doveva essere un CD, e se avessimo messo dentro troppa roba, avrebbe magari disorientato l’ascoltatore. Abbiamo pensato: non esageriamo.

TF: Una cosa che non ho voluto assolutamente fare è stato partecipare a questi fumetti come sceneggiatore. Non ho dato indicazioni a nessuno, neanche a chi me la ha chieste. Questo perché ero preoccupato: se avessi scritto una sceneggiatura per questi interventi sarebbe finita… Volevo essere considerato solo come autore dei testi delle canzoni, e quindi ho lasciato a tutti piena libertà. A ciascun autore ho dato perciò solamente il testo, e chiesto di trarne una illustrazione o un fumetto.  Il mio timore, per fortuna, si è dimostrato alla fine irrilevante, perché la stampa ha parlato dei testi citando solo en passant che erano scritti da un fumettista.

GC: Per quanto mi riguarda è stata una soluzione vincente, perché certe immagini o tavole mi hanno sorpreso. Sono riuscite ad avere un punto di vista differente dal mio, ma anche dal suo. La canzone si è in qualche modo ‘completata’.

TF: Devo dire che anche nella rassegna stampa del mio romanzo, che aveva una copertina di Paolo Bacilieri, molti giornalisti o critici l’hanno notata e giudicata “bella”, ma nessuno è andato oltre. Chi l’ha giudicata così avrebbe potuto almeno segnalare il nome dell’autore, o sottolineare che fosse un fumettista, e magari che aveva fatto una certa opera. Un qualche collegamento o approfondimento, insomma, che però non c’è stato.

Problemi di “specializzazione critica”, probabilmente. Che è qualcosa di legittimo e normale, anche se ogni tanto un po’ asfissiante.

GC: Soprattutto asfissiante, in questo caso. Perché quando si fa un progetto che abbraccia più arti, ti aspetteresti anche più apertura. Pensa che persino abbiamo temuto un po’ il risucchio da parte di nomi come Cavazzano. E invece, nessuno lo ha calcolato.

Il disco nasce dal vostro re-incontro a distanza di anni, durante un concerto. Come è cambiata la scena musicale, rispetto all’epoca in cui vi siete conosciuti, da ragazzi?

GC: Radicalmente. Al tempo approdavi a un 45 giri solamente dopo avere fatto una gavetta enorme, con tanti concerti. Voleva dire che valevi veramente qualcosa. Un disco non era cosa di giorni. Oggi un CD lo può fare chiunque; ci sono programmi musicali per la voce, quello che ti corregge stonature e il tono..  Ora c’è un intasamento incredibile. E non sai come uscirne vivo. Al tempo c’era una selezione naturale, e devo dire che non era facile suonare in giro. Facevano suonare molto i centri sociali, ma in posti un po’ più istituzionali era difficile, per una band emergente. Oggi ci sono più possibilità.

TF: Ci siamo ritrovati nel backstage di una band che Giorgio aveva riformato, i Colour Moves…

GC: …e per certi versi lo abbiamo ricreato, quel giro. All’epoca si poteva proprio parlare di scena, a Milano: con Giò dei LaCrus o Manuel Agnelli ci conoscevamo tutti, e chi suonava frequentava gli stessi posti. Ci vedevamo il sabato nei negozi di dischi. Le tappe erano quelle: Supporti Fonografici dove lavorava Carlo Albertoli (dell’etichetta Vox Pop), Psycho (storico negozio di dischi alternativi) dove ho lavorato io, e New Zabriskie Point, un negozio dietro via Torino nel quale lavorava Giò.

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Tuono Pettinato per il booklet de ‘Le cose cambiano’

Una comunità fatta di certi luoghi, ma soprattutto di certi suoni. E nel tuo caso, mi pare che continui a praticare sonorità di quel periodo. Non le hai certo abbandonate o ribaltate.

GC: Sono cresciuto con quelle cose, e attingo da lì. Non posso ribaltarle. Semmai, posso pensare di rileggerle. E forse capisco solo ora la differenza generazionale, perché quelli che per me erano allora dei dinosauri quarantenni, ora siamo noi… Mio figlio ha 12 anni e ascolta roba per me incomprensibile. In quella scena, allora erano importantissimi i giornali. Rockerilla era la Bibbia. Io ho svoltato quando sono andato a lavorare da Psycho, ma chi non poteva fare questo, o passava il tempo nei negozi a chiedere di fare ascoltare una certa cosa – e io ho fatto ascoltare di tutto –, o si affidava al giornale di riferimento, e al suo recensore di riferimento. Penso all’ondata psichedelica australiana dei Church o dei Died Pretty, al Paisley Undergound californiano dei Rain Parade o dei Thin White Rope, ai Dream Syndicate… Si aspettava il mensile come una Bibbia, e si leggeva divorandolo. Oggi fare musica è da pazzi, soprattutto fare un album. Eppure non si è trovato il passo successivo. Per me fare un album è ancora la strada giusta per esprimermi.

TF: Il fatto di inserire disegni e fumetti ha fatto diventare questo disco un oggetto. Il che è una cosa difficile e rara, oggi. Perché con la “musica liquida” digitale, avere una “cosa” non ha molto senso. Quindi abbiamo voluto dare un senso al supporto.

GC: Un po’ come era, al tempo, il vinile.

Rispetto al periodo in cui vi siete conosciuti, mentre Giorgio ha proseguito come musicista, Tito no. Perché, Tito, hai mollato la musica per il fumetto? 

TF: Un po’ è stata anche incapacità: non ho mai trovato la mia strada, all’interno della musica. Potessi tornare indietro, cambierei strumento, e cambierei anche genere. Ma c’è anche il fatto che la cosa più importante che ho fatto in quel periodo, nell’ambito musicale, era la fanzine “Anestesia Totale” con Matteo B. Bianchi. Era qualcosa di nuovo, perché era incentrata sulla musica indipendente italiana, però ci ha condotto più che nel mondo della musica in quello della scrittura e dell’editoria. Diciamo che sono stato ‘trascinato’ in editoria perché il lavoro musicale più interessante che avevo fatto era un progetto di scrittura e di concezione editoriale. Quella fanzine è ancora citata ogni tanto in articoli o libri, ma nessuno si premura poi di precisare che di numeri ne uscirono solo due. Nella percezione pare che ne siano usciti 20!

GC: Anche io ero convinto! Ho scoperto solo nel 2015 che erano stati due, i numeri. Ne avevo immaginati tipo sette…

Le cose cambiano è un album che racconta la sfida e la fatica di reagire al cambiamento, nel caso di Giorgio determinato dalla fine del lungo rapporto con gli Afterhours. Quel che però mi ha sorpreso, è stato notare che in tante canzoni i testi raccontano di una relazione uomo-donna. Un approccio molto tradizionale, direi. 

TF: Sapendo del progetto, alcuni amici pensavano che avrei scritto qualcosa di politico. E invece ho fatto proprio la “canzone”. Ovvero una formula che, come cardine, racconta una relazione: la love song. A dire la verità, non tutte sono love song, però sì, sono la maggioranza.

Per me è stata anche una occasione: ho studiato come lavoravano i grandi parolieri, da Mogol a Fossati, e ho capito che per un prodotto unitario serviva anche lavorare su un lessico unitario. E infatti usato alcune parole che ritornano, come onda, gioco… Dopo tanti anni da ascoltatore devo ammettere che la canzone d’amore lascia molto spazio per parlare di altro, e qui quel che abbiamo fatto è stato parlare dei paradossi nei rapporti personali, le contraddizioni, le difficoltà, le bugie e le maschere. Il prossimo album – cui abbiamo iniziato a lavorare – sarà diverso. Forse perché il nostro lavoro insieme inizia dal principio, mentre in questo mi erano arrivati pezzi già musicati. Qui avevo tracce vocali – spesso in “finto inglese” – di cui a volte ho tenuto una parte, altre ho buttato via tutto. Nel prossimo, invece, forse potrò osare un po’.

Giuseppe Palumbo per il booklet de 'Le cose cambiano'
Giuseppe Palumbo per il booklet de ‘Le cose cambiano’

Come si è inserito Giorgio in questo processo di scrittura?

GC: A volte l’ho guidato, mentre in altri casi Tito mi ha presentato il testo e io ho semplicemente interpretato. Un pezzo come “Amore: è una parola”, ad esempio, che era una sorta di poesia non cantabile – e infatti è recitato – l’ho tenuto così. In generale, le canzoni d’amore puoi leggerle come tali, ma sotto ci può essere ben altro, perché interpretarle è tutto. Il pezzo cardine dell’album, in questo senso, è il primo, “Venga il tuo regno”.

TC: Proprio quella canzone dal mio punto di vista poteva restare com’era, perché era una canzone d’amore in cui un tizio, rivolgendosi a una donna, le diceva “stammi lontana”, non ne poteva più. Giorgio invece ha preso il mio teso e, con piccoli cambiamenti, lo ha rigirato verso un uomo, e alla fine racconta un pezzo della sua esperienza personale. Il senso resta lo stesso, quello di una persona che vuole liberarsi di un’altra in maniera rabbiosa, isterica. “Questo sì che sarà un no” è un altro esempio, perché racconta di una storia d’amore ma anche i rapporti fra persone che non riescono mai a risolversi, si trascinano e non riescono mai a trovare una soluzione. “Più vicino” racconta di uno che pensa alla sua donna lontana, che forse è il tema più classico di tutti. Eppure racconta anche di una cosa che ci accomuna, come lo stare lontano da casa, quando sei in giro e sei un po’ sperduto. In quel periodo ero proprio impegnato con le presentazioni del romanzo, e in fondo quel brano parla dello straniamento che ti prende quando ti perdi in mezzo a gente di cui non ti frega nulla.

Nei testi c’è proprio un continuo io, tu, io, tu. Da un album di “reazione” non mi aspettavo di trovare questo aspetto dialogico, anch’esso parecchio tradizionale.

TF: Qui il fatto è che le canzoni di Giorgio hanno spesso una forma strana. Non si capisce bene quale sia la strofa e quale il ritornello. Sono asimmetriche. E allora mi divertiva lavorare sul contrasto fra questi modi insoliti e delle formule classiche. Alcune cose, però, sono rimaste ‘insolite’ comunque: “Le cose cambiano”, per esempio, non ha ritornelli, perché è un solo discorso unico.

GC: Ho sempre scritto io i testi dei miei dischi. Ragionando a posteriori, però, li ho trovati sempre un po’ troppo cervellotici. Difficili per potersi immedesimare a fondo. Quindi cercavo proprio questo: una comunicazione diretta. Quando ho re-incontrato Tito stavo lavorando sui testi – e alcuni sono in effetti rimasti quelli – però non ero contento, e rivedevo lo stesso problema che riscontravo nei testi vecchi. Cercavo perciò una persona che potesse essere “diretta”. In realtà non avevo in mente nessuno, e quindi è accaduto davvero per una coincidenza.

TF: Posso aggiungere che, qualche tempo fa, una band decisamente importante come i Punkreas mi ha chiesto di scrivere il testo di un pezzo per loro. È stato un onore, mi sono appassionato e divertito, e sono soddisfatto. Sarà nel loro prossimo disco, e non vedo l’ora. Grandi musicisti. Però è stato faticoso lavorare sulle rime, necessarie nel punk con la sua cadenza martellante. Qui con Giorgio non è servito, tranne nella filastrocca di “Venga il tuo regno”, in cui ovviamente le rime ci sono. Per me è stato proprio un piacere, perché mi ha permesso di tenere un approccio più narrativo, quindi più vicino a me.

Ho notato che nel vostro tour di presentazioni avete fatto qualche esperienza di live drawing, con Paolo Castaldi. Giorgio: ne avevi mai viste?

GC: No. Ed è stato eccezionale. È come se fosse un altro elemento della band. Si crea lo stesso pathos e complicità: è sul palco, ed esprime anche lui qualcosa. Mi piacerebbe tanto rifarlo, anche se purtroppo è complicato. Nel nostro caso, poi, è stato davvero particolare perché Paolo aveva lavorato per il disco stesso e, come mi ha detto, dal vivo ha cercato di seguire l’onda del concerto.

TF: Secondo me ha fatto una cosa incredibile: è riuscito a calcolare i tempi in maniera tale da riuscire a terminare con la fine del testo. E senza dare impressione di avere accelerato o rallentato nei momenti sbagliati. Il problema del live drawing, però, è avere spazi giusti, come il teatro a Salerno in cui abbiamo fatto una bella tappa.

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Il fumetto completo di Sio per il booklet de ‘Le cose cambiano’

Nella lista delle canzoni, una ha lo stesso titolo del romanzo di Faraci, “La vita in generale”. Tito si è potuto dunque scrivere la title track del romanzo?

TF: È stata un’idea di Giorgio. Dopo una certa titubanza – ok, confesso: tutta formale – ho accettato. Giorgio aveva letto il romanzo e mi ha chiesto di fare un collegamento più chiaro con questa esperienza di narrazione: “potresti scrivere una canzone con argomenti simili”. L’ho cercata fra quelle che erano ancora in una versione “finto inglese”, e l’ho trovata. Ci ho poi lavorato per non raccontare una storia come quella del romanzo, ma per tirarne fuori degli elementi che emergono con la lettura. In fondo, un tema forte del romanzo è l’attraversare i danni della vita e superarli.

GC: Nel suo romanzo ci sono riferimenti a vari testi dell’album. Mi ci sono ritrovato, ed è anche per quello che ho spinto per avere un pezzo chiaramente derivativo dal libro.

Vi comportate da coppia creativa più di quanto pensassi. Non temi, Giorgio, di essere risucchiato dal versante editoriale? Non ti pare di uscire dai tuoi binari?

GC: Sì. Ma perché è proprio questo il bello: finalmente esco un po’ dai miei binari, ed è nuovo e interessante.