Kaiju Club e ManFont annunciano il loro sodalizio: ne parliamo con David Messina, autore del Kaiju Club

Il Kaiju Club è un studio di autori, tutti già attivi nel mercato fumettistico internazionale, che nasce nel 2014 portando il primo volume autoprodotto alla fiera Lucca Comics And Games. I membri dello studio sono David Messina, Emanuel Simeoni, Valerio Schiti e da quest’anno anche Paolo Villanelli.

ManFont è una casa editrice indipendente (di web comics come di volumi cartacei) che fornisce anche supporto editoriale a realtà professionali come il Kaiju Club: grafica, lettering, impaginazione, editing, distribuzione. La struttura di ManFont fornisce supporto modellato sul sistema utilizzato in America da Image Comics.

Ora il Kaiju Club e ManFont hanno sottoscritto ufficialmente la loro collaborazione, già iniziata con singole partecipazioni degli autori Kaiju a progetti ManFont (citiamo le copertine di Arcana Mater e Quantum Academy, realizzate da Messina e Schiti). Il Kaiju Club diventa studio associato a ManFont, che si impegna nel supporto editoriale e nella distribuzione sia libreria sia tramite il circuito dei festival il cui calendario negli ultimi anni è fittissimo di date.

È una tendenza di questi ultimi anni la formazione di studi professionali per la produzione di storie che lascino respiro creativo agli autori, i quali possono creare svincolati dalle logiche e della richieste delle commissioni delle major. Un modo per mantenere freschezza, libertà creativa ma anche per preparare progetti autoprodotti.

Spesso la finalità di questi studi è infatti anche quella di puntare a commissioni crossmediali: concept per la televisione, il cinema, i videogiochi, all’edizione di storie creator-owned, al design dei giocattoli e così via.

Abbiamo chiesto a David Messina di raccontarci la nuova collaborazione con Manfont e come si lavora in uno studio di disegnatori e fumettisti.

manfont-kaju

Come e perché nasce il vostro sodalizio?

La nostra collaborazione e amicizia è iniziata diverso tempo fa, assieme abbiamo anche portato avanti l’iniziativa Crossover, che univa Kaiju Club, Manfont, le Truckers, Dr. Ink e Villain.

Ora è diventata una collaborazione ufficiale, il Kaiju Club è studio associato a Manfont: il che significa che continueremo a produrre i nostri volumi in totale autonomia ma affidandoci a Manfont per una serie di supporti e servizi. I prossimi volumi del Kaiju Club usciranno tutti con il loro marchio, la loro distribuzione e il loro supporto editoriale.

Abbiamo dovuto farlo per questioni logistiche e perché lo studio sta felicemente crescendo. Avevamo bisogno di affidare esternamente alcuni servizi e concentrarci sulla parte autoriale e di coordinamento.

Una tavola di 'Death Race', di Valerio Schiti

Una tavola di ‘Death Race’, di Valerio Schiti

Quindi il Kaiju Club è nato un paio di anni fa ed è ancora attivo, anzi, i progetti aumentano. Ci racconti come siete nati?

Negli ultimi anni il lavoro con le major americane, DC, Marvel, è molto cambiato. Ci sono in gioco interessi molto grandi da quando gli studios sono sempre più impegnati in grossi investimenti legati ai blockbusters cinematografici e questo ha fatto aumentare il controllo sul prodotto finale e restringere i tempi di realizzazione. L’impegno, insomma, è aumentato parecchio rispetto ad un lavoro già molto specializzato.

Penso che in quell’atmosfera molti autori abbiano sentito la necessità di poter lavorare anche su progetti loro, associandosi, per potere mantenere quella parte del nostro lavoro che è vitale, il divertimento.

Per quel che riguarda noi, l’idea dello studio è nata addirittura durante una cena, dalle classiche chiacchiere in libertà: cosa ci sarebbe piaciuto fare, quali storie, cosa avremmo disegnato se fossimo stati completamente liberi di sceglierlo.

Per quanto riguarda il secondo volume del nostro antologico, Yamazaki 18 Years, ti faccio un esempio: Valerio Schiti voleva disegnare una storia di macchine e di corse automobilistiche, Emanuel voleva disegnare una protagonista donna impegnata in una storia action. E così è stato.

All’epoca della nascita dello studio eravamo io, Emanuel Simeoni, Valerio Schiti. Ci siamo avvalsi subito della collaborazione per i testi di un caro amico e autore, Diego Cajelli. Ultimamente siamo in quattro, si è aggiunto anche Paolo Villanelli.

Una tavola di 'Red Baroness', di Emmanuel Simeoni

Una tavola di ‘Red Baroness’, di Emmanuel Simeoni

Cos’è Yamazaki-18 Years?

È il nostro volume antologico, ne facciamo uscire uno all’anno in occasione di Lucca Comics and Games. Il prossimo verrà ovviamente realizzato con Manfont, assieme ad un altro volume che sta nascendo in collaborazione con la Scuola Internazionale di Comics.

Il primo volume era totalmente muto, accompagnato da un introduzione in italiano e in inglese. Ci vogliamo divertire, ma è chiaro che il volume deve funzionare anche come biglietto da visita del nostro collettivo. Come studio ci siamo molto diversificati sul lavoro e prendiamo commission anche per il design di giocattoli, o la visualizzazione di nuovi progetti, la preproduzione di progetti, sia editoriali che televisivi.

Per prendere questo tipo di commissioni è necessario essere uno studio, si dà un immagine di maggiore efficienza e professionalità, inoltre è effettivamente più facile far fronte alle scadenze.

In Italia ne sono nati diversi ultimamente, anche Skeleton Monster e Italian Job funzionano in modo simile.

Cover di 'Yamakazi-18 Years'

Cover di ‘Yamakazi-18 Years’

Il nome dell’antologico da dove viene?

Yamazaki 18 Years è il nome di un whisky molto popolare in Giappone! È una delle cose su cui abbiamo avuto la preziosa ed amichevole collaborazione di Michele Foschini. Ci è stato molto d’aiuto anche come editor, sui primi progetti.

E il terzo volume uscirà a Lucca Comics  2016?

Esatto. Assieme al nuovo progetto che stiamo preparando con Manfont, la Scuola Internazionale di Comics di Roma e quella di Torino. Si tratterà di un volume antologico di storie scritte dagli studenti del corso di sceneggiatura di Torino e disegnate dai ragazzi della scuola di Roma. Avremo sempre la collaborazione e supervisione ai testi di Diego Cajelli.

Voi siete però anche uno studio che si occupa di progetti crossmediali. Ce ne vuoi parlare? Su cosa state lavorando?

Al momento siamo al lavoro sugli studi della nuova serie di ROM, che uscirà con IDW Publishing.

La storia di ROM spiega molto bene come funzionano alcuni processi editoriali e come lavora uno studio professionale come il nostro.

La IDW ha una sua serie di prodotti creator owned e una serie legata al licensing che si occupa di sviluppare prodotti legati a storie o film o anche giochi già presenti sul mercato. Spesso espandendone le storie o l’universo, non come meri remake a fumetti: pensiamo a Star Trek, Angels, V Wars e a tanti altri.

ROM è un giocattolo, un robot, che la Hasbro fece uscire negli anni ottanta e che si rivelò un flop, tanto da provocarne il ritiro. Nel frattempo però la Hasbro cedette alla Marvel i diritti per farne una serie a fumetti fantascientifica che invece andò benissimo! Tanto da restare nel bagaglio culturale di molti fumettisti, tra cui Chris Ryall, editor-in-chief dalla IDW.

Recentemente IDW chiede alla Hasbro di richiamare i diritti di ROM e di affidarli alla IDW, per poter lanciare una nuova serie a fumetti. Segue una serrata serie di accordi legali, finché la Hasbro non riprende i diritti, ma solo quelli del personaggio e non quelli di tutto ciò che nell’universo Marvel di ROM era stato creato dagli autori del fumetto!

Ora noi siamo al lavoro sulla preparazione della nuova serie, e vi possiamo mostrare in anteprima mondiale, su concessione della Hasbro, un immagine dello studio del nuovo design di ROM.

La nostra grande sfida, in questo caso, è rimanere fedeli all’immaginario originale e contemporaneamente modernizzarlo. Non solo, anche evitare i vari ostacoli! Ad esempio, alcune parti del design originale di ROM sono ancora di proprietà della Marvel. La forma delle mani e dei piedi è coperta da copyright.

Concept di Rom, di David Messina

Concept di Rom, di David Messina

Questi sono situazioni difficilmente immaginabili da chi non ha a che fare con il lavoro quotidiano dei disegnatori, ma ogni studio deve confrontarsi sempre con tutte le richieste e le esigenze della committenza, che possono essere anche legate a delicate questioni legali.

Il mercato americano usa moltissimo lo strumento fumetto, intersecandolo con altri prodotti: la IDW ha pubblicato il ciclo di storie tratte dal film Drive. Si tratta sempre di un sequel del film e non di un remake, ma a volte intere serie a fumetti vengono prodotte come prequel di serie televisive. Proprio come se si trattasse di una specie di storyboard aumentato e raffinato, per testare l’impatto del progetto e visualizzarlo chiaramente.

È evidente che questo tipo di mercato, con questa impostazione che fa dialogare linguaggi diversi tra loro, fumetti, cinema, videogiochi, è una fonte molto grande di possibilità e lavoro per gli studi internazionali, e anche per noi italiani.

Il lavoro cresce, il nostro impegno è ora legato anche a progetti di scouting con nuovi e giovani disegnatori, e il sodalizio con ManFont ci sembrava essenziale per continuare questa strada con sempre maggiore impegno ed entusiasmo.

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