Arca Vuota, il fumetto apocalittico di Akab e Ernest Yesterday

Come tutte le cose scritte da Akab, il minimo che si possa dire di Arca Vuota è che abitualmente stimolante e disturbante. Senza dubbio, è interessante vedere un autore unico così stilisticamente compatto e connotato confrontarsi con un altro disegnatore – in questo caso Ernest Yesterday, al secolo Alberto Cerruti – tenuto a dover tradurre in immagini le sue crude e urtanti visioni.

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Eppure, tale è la simbiosi fra i coautori, che spesso nella lettura ci si scorda che il libro non è opera di un autore unico. Nel surreale (ma in fondo, nemmeno tanto) comunicato stampa leggiamo la seguente dichiarazione del disegnatore: «Non ricordo di aver illustrato Arca Vuota. Ricordo solo pergamene Akabiane, storie e disegni in completa antitesi senza un nesso apparente. Confidai sul fatto che sarebbero rimaste nascoste. Poi Shockdom, ingenua e dissennata, ha deciso di pubblicarlo svelando il terribile quadro completo».

Al di là del gioco autoriale, l’abilità nascosta nelle tredici storie («scritte sotto dettatura aliena» come detto dall’autore dei testi), è proprio quella di dare ordine alla narrazione del caos contemporaneo. C’è del metodo nella loro follia, per abusare di una nota citazione dall’Amleto. Il libro è solo apparentemente un tuffo nel delirio: si tratta di un percorso metodico e ragionato nell’alienazione contemporanea.

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Akab è autore vorace e scaltro, coglie, assorbe, rielabora, traduce tutto ciò che lo interessa e se ne appropria con elegante impudenza. Se ruba sa farlo con destrezza: la struttura del potente e tremendo Monarch è presa pari pari da siti che sbrigativamente potremmo definire complottisti; l’efficace battuta che conclude Claustrophobia – la sua storia del Dylan Dog Color Fest – sulla necessità dei racconti è, in realtà, una parafrasi da Baudelaire («Chiunque può vivere per tre giorni senza pane, ma nessuno può vivere anche un solo giorno senza poesia»); il motto “L’Arca è il linguaggio” presente nel libro deriva dall’esegesi dell’episodio biblico dello studioso Igor Sibaldi.

Discorso affine si potrebbe fare per suggestioni visuali di autori come Dave McKean nel fumetto o Francis Bacon in pittura. Ma il punto non è tanto trovare riferimenti, consapevoli o meno che siano. Il punto è riuscire a riconoscere autori in grado di essere originali, autentici, credibili. Akab sa imprimere nelle sue storie (stavolta solo nei testi) una tale forza autoriale, una tale identità stilistica da non apparire mai uno scrittore”povero”, ma sempre perfettamente consapevole dei suoi collaudati mezzi espressivi. Anche l’insistere su le stesse tematiche, l’allestire scenari analoghi (da Alfredino Rampi a Dylan Dog), il riesplorare gli stessi percorsi mentali, attitudine che in altri autori ingenera una fastidiosa sensazione di “già visto”, in lui funziona. Funziona grazie all’arte, affinata del tempo, di scolpire le frasi fino all’essenziale, di fermarsi un secondo prima che diventino patetici slogan, di usare le parole con la precisione con cui un chirurgo sadico userebbe il bisturi sulle sue vittime.

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Ad esempio, il capovolgimento parodistico ed oscuro di Batman che vuole rinunciare a compiere il suo gesto eroico, pur dopo anni di indigestione di cavalieri oscuri, rimane comunque efficace, grazie a preziosi aforismi di purissimo cinismo: «La figlia del sindaco è una creatura vuota fatta di scarpe e sushi/ L’umanità perde solo un video su youporn in meno», oppure «Voi che chiedere il mio aiuto nello stesso modo in cui pregate i vostri dei immaginari/ come bambini disagiati e il loro amico invisibile/ mediocri creature sacrificali». Nella storia seguente, troviamo un’altra perla degna del miglior Cioran: «Dio è invisibile come l’idiozia, ed entrambi si trovano ovunque».

Akab sa estrarre gli aspetti più interessanti dalle più contorte teorie cospirazionistiche, sa amplificare la follia latente in ogni schiavo sociale, nell’esasperazione consumistica, nella prigione del lavoro quotidiano, nell’accumulo forsennato e compulsivo di “roba” (nel senso verghiano), nello smarrimento di qualsiasi contatto con se stessi. Il linguaggio, la sua illusorietà e le sue infinite possibilità di manipolazione, è il grande protagonista del libro, come del resto di gran parte dell’opera di Akab. In questo, egli è un autore consapevolmente, intelligentemente postmoderno.

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Il suo rapporto con la tradizione è quello di un entomologo nei confronti di una razza d’insetti prossima all’estinzione. Si siede sulle rovine di una civiltà agonizzante, senza compiacersi di giochi letterari come un poeta alessandrino, né si pone come un nano sulle spalle dei giganti come gli umanisti: non c’è nessun futuro da scorgere.

Non a caso, si fa ritrarre nella prima storia come un avido giocatore di scacchi, perfettamente consapevole della vanità del gioco: «Il gioco ha solo lo scopo di farti capire che giocare non ha alcun senso/ Il paradosso è che questo è proprio il senso del gioco/ Che non ha senso / Ma lo puoi capire solo giocandoci». C’è solo un’Apocalisse incombente, in primo luogo mentale ed interiore: «I concetti devono essere salvati a coppie./ Devono contenere gli opposti».

La conoscenza del doppio, della “spaventosa simmetria” di cui parlava Blake (di cui Monarch era un monumento grafico), dell’armonia dei contrari è l’unica salvezza nello sfacelo collettivo: «Senza un linguaggio completo sei destinato ad affogare come tutti gli altri».

Akab ci ammonisce che c’è ancora tanto da fare prima del Diluvio.

L’Arca, appunto, è vuota.

Arca vuota
di Akab e Ernest Yesterday
Shockdom, 2016
144 pagine, 15,00 €