L Tiers, il picchiaduro iperpop di Walter Baiamonte

Ho sempre adorato la parola “picchiaduro”, sincrasi di rara ignoranza capace di definire in maniera esemplare uno dei generi più fraintesi dell’universo videoludico. Ai neofiti infatti potrebbe risultare difficile ammettere che dietro a una facciata scarna come quella di uno Street Fighter, di uno Smash Bros. o di un Tekken si possano nascondere alcune tra le meccaniche di gioco più raffinate dell’industria.

In un mondo sempre più alla ricerca sconfinati territori da esplorare, che tende al fotorealismo e schiacciato da tonnellate di contenuti che fanno da contrappeso a una progettazione sempre meno stimolante, il picchiaduro rimane un genere d’altri tempi. Contro tutto e tutti, continua ad appassionare milioni di giocatori. E ci riesce puntando semplicemente sulla sua purezza. Qui tutto quello che conta è uno spazio bidimensionale in cui muoversi – o comunque piuttosto esiguo anche se entra in ballo il 3D – un buon rooster di personaggi sufficientemente distinguibili fra loro, bilanciamenti raffinati in migliaia di ore di betatesting interno e una precisione dei comandi da mastri orologiai. Inoltre, rimane uno dei pochi generi in cui i giapponesi si confermano maestri assoluti, garantendo una ricerca della stilizzazione grafica che in occidente parrebbe – a meno che l’arrivo di titoli come Overwatch e Battleborn cambi qualcosa – essersi persa per sempre.

Sono pochissimi punti cardine, ma che per offrire al giocatore un’esperienza perlomeno soddisfacente richiedono di essere sviluppati in maniera davvero centrata. Viene da sorridere pensando a come la parola stessa picchiaduro potrebbe avere un non so che di sempliciotto rispetto a certi neologismi così seducenti da pronunciare in pubblico. Eppure la perfetta aderenza tra significante e significato in questo caso è efficacissima, consegnando ai posteri un termine che non potrebbe essere migliorato neppure volendolo.

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Alla stessa maniera L Tiers parrebbe solo un fumetto dove si parla di un torneo di questi videogame di combattimento. Non ha pretese di essere chissà cosa, a livello grafico come nella scrittura. Verrebbe da prenderlo sottogamba, al pari di una specie di fan-fiction tanto affettuosa quanto innocua. Tuttavia, una volta arrivati all’ultima pagina, scatta il più bel complimento gli si possa fare: non si vede l’ora che esca il prossimo volume. Perché puoi spendere migliaia di battute per descrivere una nuova serie, tirando in ballo tutti i collegamenti possibili con il resto della produzione d’intrattenimento e dissezionandola a livello molecolare, ma alla fine sono pochissimi i titoli che ti fa sembrare interminabile l’intervallo tra un tomo e l’altro.

E non stiamo certo parlando di chissà quale capolavoro, anzi. Walter Baiamonte è al suo debutto e le incertezze si vedono tutte. Ci sono tavole stratosferiche – prevalentemente quelle dove ci si mena – ed altre al limite dell’amatoriale. Anche il design dei personaggi in alcuni casi lascia davvero molto a desiderare. Ma sono gli unici appunti che gli si possa fare. Perché tutto il resto, pur nella sua estrema semplicità, fa il suo sporco lavoro con una nonchalance che lascia basiti. E anche il pubblico pare essersene accorto, visto il cammino in continua ascesa di questo titolo. Dalle pagine di Verticalismi al sold-out dell’autoproduzione cartacea di Lucca fino alla distribuzione nazionale per Shockdom.

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Sarà per la colorazione sintetica, il tratto essenziale, la struttura da shōnen, la cura con cui vengono affrontati i combattimenti, l’umorismo spesso un poco idiota. Tutti ingredienti che conosciamo bene, e che qui su Fumettologica avevamo sintetizzato come un mix tra “Hirohiko Araki, Atsuya Uki, Koji Morimoto e l’estetica Capcom”. Eppure in L Tiers ci vedo anche l’influenza di autori occidentali come Corey Lewis, James Harvey e Zac Gorman. O, ancora, di un designer come Cory Schmitz. Di certe uscite Koyama o Oni Press. Nomi che ho sempre invidiato un sacco ai mercati esteri per la capacità di far propria la cultura pop in maniera così profonda e radicale da sfuggire al mercato di massa. Non ci sono remore nel loro accettare incondizionatamente palette cromatiche ipersgargianti, gli ennesimi tributi all’iconica – tutine aderenti più esoscheletri robotici – Samus Aran, l’estetica di Naruto, i tardi anni Novanta di Jet Set Radio, le pin-up di ragazzine agghindate come se venissero da una Shibuya del 2020.

«Pop per il pop stesso» avrebbe chiosato Théophile Gautier se fosse vissuto in questo millennio. Mantra che ci sentiamo ripetere da un sacco di anni, nonostante per farsi forza abbia sempre preferito vivere all’ombra giustificatoria del post-moderno. Tutti amano comportarsi da cultori del frivolo se nel frattempo possono millantare arzigogolati discorsi metalinguistici. L’approccio alla creatività dei nomi appena fatti è invece così sfrontatamente mainstream e fine a se stesso da non riuscire a essere compreso da tutta una fascia di pubblico ancora incapace di capire come la totale assenza di spessore abbia un suo peso specifico davvero importante. Penso all’approccio iperverboso con cui la coppia Tenderini-Cavallini ha affrontato la presentazione del pur notevole Lumina, con tutti i suoi bravi collegamenti a Takashi Murakami e i tecnicismi da addetto ai lavori. Un approccio comprensibilissimo e doveroso nei confronti di un lavoro non indifferente, ma che è anche perfetto nel far capire la differenza tra una mentalità e l’altra. Da un parte si deve sempre giustificare ogni scelta riferendosi di continuo alla cultura tradizionalmente vista come alta, dall’altra parte abbiamo Baiamonte che nelle interviste parla di Street Fighter V come se ne facesse pienamente parte.

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Tanto per farvi capire quanto queste persone siano immerse in un universo dove il pop si basta benissimo a se stesso vi segnalo – in uscita ad aprile – il primo volume cartaceo di Bartkira. Progetto messo in piedi da Alex Jaffe e James Harvey, dove disegnatori di tutto il mondo reinterpretano integralmente Akira di Otomo sfruttando solo personaggi dei Simpson. Si tratta di tributare un culto popolare attraverso idee prese da un’altra serie altrettanto famosa. Tutto quello che devo fare è rimaneggiare questi materiali nella maniera più figa possibile. E allora ecco le mostre allestite a Tokyo, il trailer animato, i flyer fotocopiati inviati con ogni ordine di volumi dei fumettisti coinvolti. Non sembra la cosa più entusiasmante del mondo?

L Tiers funziona alla stessa maniera, costruendosi un mondo basato unicamente su se stesso. Perché, tornando a parlare di videogame, vanno bene le aspirazioni formative di Jonathan Blow, le velleità cinematografiche di Kojima, la perpetua maturazione di Kevin Levine, ma spesso ci si si dimentica di quanto possa essere difficile progettare per sottrazione e arrivare a qualcosa di semplicemente funzionale alla sua funzione. In questo caso la narrazione di un immaginario bidimensionale, esteticamente accattivante e in continuo movimento.

Una missione davvero iperpop e per cui perfino gli sproloqui di questo articolo sono fuori luogo, retaggio di una visione antica dove per giustificare un fumetto semplicemente divertente – come se fosse facile scriverlo e disegnarlo – si debba per forza di cose tirare in ballo un critico letterario del 1800. Probabilmente la critica migliore se la è scritta proprio Baiamonte stesso, mettendo online un trailer con grafica a 16 bit e colonna sonora inedita di Kenobit. Tutto quello che occorre per capire L Tiers è lì dentro. Il resto è rumore di fondo che finirebbe unicamente per inquinarne la cristallina propensione all’effimero.

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