Focus Andrea Pazienza al liceo artistico

Andrea Pazienza al liceo artistico

In occasione dei 60 anni dalla nascita di Andrea Pazienza, che ricorrono il 23 maggio, Fumettologica dedica al fumettista una settimana di articoli, interviste, ricordi e approfondimenti. L’iniziativa si può seguire sui social tramite l’hashtag #pazweek.

«Quando ho conosciuto Andrea lui aveva quindici anni e io ventisei, insegnavo “ figura disegnata” al liceo artistico di Pescara: il primo giorno di scuola comincio a parlare del più e del meno con gli studenti, come facevo sempre per avere un impatto morbido con la classe, e in fondo all’aula vedo un ragazzo che se ne stava appollaiato su una specie di trespolo che serviva per le esercitazioni, con le gambe piegate e le braccia strette intorno alle ginocchia. Aspettai che succedesse qualcosa e andai avanti con la lezione, ma lui non si muoveva. Dopo venti minuti non ho più resistito, mi sono avvicinato e gli ho chiesto: “Ma che fai?” e lui: “Sto facendo l’avvoltoio….” Quando poi ho indossato gli abiti del professore ha cominciato a massacrarmi con caricature infernali.» – Sandro Visca

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vita da paz
La copertina di “Vita da Paz”, il libro di Franco Giubilei, in uscita il 26 maggio per Odoya, da cui è tratto questo articolo.

Al liceo artistico Paz strabilia i professori. Sandro Visca, insegnante alla sezione Accademia, l’ha avuto come studente dal terzo al quarto anno: «Ero agli inizi della mia carriera e insegnavo “figura disegnata”, una materia scocciante, molto tecnica, un po’ fastidiosa, e Andrea non voleva disegnare. Allora io insistevo, “Devi disegnare” gli dicevo, e lui si metteva a fare cose piccolissime, delle dimensioni di una vignetta, e da queste misure all’inizio non voleva uscire. Mi accorsi subito che la sua esigenza era disegnare le immagini. Non ha mai avuto bisogno di insegnamento, perché conosceva l’anatomia a memoria. Questi secondo me sono fatti istintivi, doni di natura: riusciva a fare del cervello un computer che memorizzava un bagaglio di elementi e soluzioni grafiche che all’occorrenza usava a suo piacimento. Conosceva anche l’anatomia animale e aveva questa capacità di vedere la realtà e memorizzarla. Era molto impressionante sotto questo punto di vista».

Visca ha un ruolo importante nella formazione di Andrea Pazienza: «All’inizio faceva solo caricature, io allora gli feci capire che il disegno poteva essere utilizzato in altro modo». Il professore appartiene alla lunga galleria di personaggi reali che si sono ritrovati a vivere una seconda vita nei fumetti di Paz. Andrea comincia a disegnarlo ai tempi del liceo inventando Don Viskotte della Mancia – «Ero io nudo con un elmo in testa che me ne andavo sui pattini in giro per l’Abruzzo» –, e prosegue con Pentothal, dove Visca viene ritratto nei panni di se stesso mentre impreca contro l’allievo perché «Semina mie caricature dappertutto, mi sputtana, me, suo inseg…».

Compare poi in “Verde matematico”, nel ruolo di professore del trio Zanardi-Colasanti-Petrilli, ma il suo ascendente è talmente forte che i lineamenti legnosi del professore, fissati nel quadro Il cardinale Sandro X (è nel catalogo della mostra antologica del Vittoriano) finiscono per ispirare anche personaggi di primo piano, tutti baffuti come lui: tracce dell’insegnante si ritrovano in una serie di tavole del 1976 pubblicate da Edizioni Art Core di Perugia in occasione di Umbria Fumetto 1995. La storia è confusa e i testi un po’ acerbi, ma il segno è già quello buono: a Tanash, Nigeria, va in scena un’intricata vicenda di spionaggio con un pellerossa e un militare italiano che ricorda Visca. Baffi neri e mento pronunciato rivelano tratti comuni anche a Francesco Stella, protagonista di Aficionados, e all’“Investigatore senza nome”.

Andrea Pazienza Visca
Sandro Visca e Andrea Pazienza

Oltre che fonte d’ispirazione, l’insegnante diventa un appiglio per rimediare alla lontananza dalla famiglia, così fra i due nasce un rapporto d’affetto: «Andrea era spesso a cena da me la sera. Era spesso solo, soffriva la solitudine e la lontananza dalla famiglia, anche se rideva di tutto. Parlava sempre del fratello, dei genitori, della sorellina, anche se poi il risvolto opposto era lo spirito libero, aperto a tutte le situazioni». A scuola le performance del giovane talento e il suo spirito incontenibile stregano il corpo docente: «Era bravissimo, era uno che ribaltava le cose e metteva in difficoltà tutti. Dei temi che scriveva il professore d’Italiano diceva: “O li valuto al massimo o li straccio”. Era anche un bravo ragazzo di famiglia, molto educato e misurato, che amava la dimensione della casa. È a Bologna che ha trovato cose diverse e pericolose, qui era un tipo tranquillissimo, e comunque io l’ho sempre sollecitato ad andar via da Pescara».

Visca andava matto per il ragazzino: «Aveva una grandissima vivacità e un formidabile senso dell’ironia, qualsiasi situazione la ribaltava, era incontrollabile e sottile. Veniva a trovarmi di pomeriggio, poi verso le otto cominciava a dire: “Sarebbe il caso che andassi via perché dovete cenare”. “Allora stai da noi” gli dicevamo, e lui: “Ma non vorrei disturbare”. Faceva tutto ’sto teatrino e poi restava a mangiare a casa mia. La sera dopo era invitato da Albano Paolinelli, l’insegnante di ornato disegnato, disciplina pittorica, e dopo veniva a raccontarmi che lì aveva mangiato, chessò, l’anatra all’arancia. Poi incontravo Paolinelli, gli dicevo “Ma voi questo ragazzo lo viziate con ’sti piatti sofisticati”, lui cadeva dalle nuvole e mi diceva che Andrea aveva raccontato la storia dell’anatra all’arancia anche a lui, a proposito della cena a casa mia».

Una serie interminabile di caricature in cui Visca compare invariabilmente nudo fa da sfondo all’amicizia fra prof e allievo, e quando non sono caricature sono storie vere e proprie, come il racconto noir che vede l’insegnante passare da una disavventura all’altra, in un crescendo di violente sparatorie in puro stile Tarantino (storia uscita in Visca): «Su di me ne ha fatte di cotte e di crude, ritraendomi in situazioni porno pesantissime che poi faceva girare per tutto il liceo. Una volta, per un paio di mesi, non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo: c’era agitazione fra i ragazzi, mi rendevo conto che c’era qualcosa che mi riguardava ma non capivo. Poi un giorno lui si è fatto pescare apposta, in aula, col disegno a penna di me che mi masturbavo con Topolino in mano e la nuvoletta di Minnie con le tette, lo stesso che aveva fatto circolare a scuola per un pezzo. In classe erano tutti zitti: l’ho mandato fuori e ho inscenato un teatrino perché non sapevo come prendere la situazione. Camminavo avanti e indietro, allora Andrea ha aperto la porta e si è gettato ai miei piedi baciandomi le scarpe e implorando “Perdono, perdono, non lo farò più”. All’epoca era già molto alto, non dimostrava i suoi quindici anni. Anche gli altri ragazzi in classe non riuscivano a capire come reagire, allora gli ho detto: “Ti farò allontanare da tutte le scuole del regno, te ne devi andare”. Lui sparì, e dopo un’ora lo trovai in bagno, pieno di fogli in cui mi ritraeva vestito da Hitler».

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Andrea Pazienza Visca
Sandro Visca ritratto da Andrea Pazienza

Nel periodo pescarese, il grande talento naturale trova sbocco anche in alcune mostre, collettive e personali, fra cui un’esposizione organizzate al Laboratorio comune d’arte “Convergenze”, di cui è anche socio insieme ad alcuni insegnanti della sua scuola. A creare la galleria era stato Giuseppe D’Emilio, che col suo naso d’aquila lo avrebbe ispirato per la nascita di Zanardi. Visca racconta: «Proponemmo ad Andrea di esporre: quadri, però. E lui ci si mise di buon grado. Grandi bristol 70 x 100 che riempì di colori, tutto a pennarelli. Sono splendidi, ma a lui non piacevano. “I vostri quadri finiscono nei salotti e lì muoiono” diceva. Forse aveva ragione» [intervista di Michele Smargiassi pubblicata su Repubblica, 30 luglio 2006].

La fama di ragazzo prodigio che l’accompagnava già a San Severo comunque ne esce rafforzata, così come la consapevolezza della propria bravura. Lo dimostra il ricordo di quel periodo firmato dallo stesso Paz: «Del liceo artistico di Pescara mi vengono in mente mille cose… Venni sospeso il primo giorno di scuola; verso il terzo anno quando ero ormai come un pulcino nel nido, provai una sensazione di potere tremenda, dato che ero molto bravo, potevo fare quello che volevo, scherzi soprattutto; per il resto avevo pessimi rapporti con le donne…».

Sulle vere qualità artistiche di Paz, il suo prof preferito vede giusto fin dall’inizio: «Qualcuno lo voleva pittore, anche il padre si lamentava del fatto che faceva sempre caricature. Enrico Pazienza, bravissimo acquerellista, aveva il carattere come quello di Andrea e un amore viscerale per questo figlio. La mamma era più ferma, il papà più papacchione: una famiglia simpaticissima e molto unita. Il padre sognava un Andrea Pazienza grande pittore, io però avevo capito che Andrea apparteneva a un altro tipo di lettura del sociale. L’acume di Andrea è stato rompere gli schemi del fumetto e ribaltarne la concezione inserendo un tipo di rappresentazione del reale del tutto diversa. Sotto l’aspetto personale poi, essendo un ragazzo intelligente, sapeva benissimo la strada su cui era poggiato: Pompeo è una morte annunciata, in molte cose è un racconto autobiografico. Ci sono frammenti delle sue storie, del suo mare, dei suoi amici, il tutto usato per arrivare a un problema sociale. Lui era un tipo che aveva due rovesci: una grossa forza professionale da un lato, e, dal lato umano, qualche timidezza, qualche fragilità, per cui aveva sempre bisogno di essere rassicurato».

Quando Andrea gli parla di quel che vuol fare da grande, Visca lo incoraggia ad andarsene da Pescara, così come lo aveva spinto a raccontare storie con il disegno, senza dar troppo retta a quanti lo volevano pittore per amore o per forza, si trattasse anche del padre: una volta Enrico Pazienza va a colloquio col prof, chiedendogli di levare dalla testa del figlio quelle sciocchezze di caricature in cui era maestro, per farne un vero artista.

La riflessione di Visca dimostra quanto l’insegnante avesse visto giusto nell’individuare il campo d’azione del ragazzo: «Lui era già un artista, ma di un’arte che nessuno ancora apprezzava». Sono i primi anni Settanta, le riviste di fumetto che godono di qualche considerazione in Italia sono solo «Linus» e «Alter Alter», e che un giovane col talento di Andrea possa uscire dal liceo artistico per diventare un fumettaro è semplicemente impensabile: «Tutti se lo immaginavano pittore, Andrea». Invece Visca ne asseconda l’inclinazione per il disegno, lo invita solo a non perdersi nelle vignette e a trovare una forma narrativa che oggi viene chiamata con un certo sussiego graphic novel. Allora un giorno lo studente gli porta a scuola un plico di fogli con Le avventure di Don Viskotte della Mancia, disegni andati perduti, cui seguono Visc8 il Poliziotto, Visca in Slumberland e L’ulcera, tutte storie con protagonista l’insegnante che saranno pubblicate nel 2006 da Fandango. «Lui voleva restare qui, a Pescara. Ma qui tu muori, Andrea» lo avverte il professore, e Paz lo ascolta, scegliendo Bologna e il Dams.

Allievo e insegnante continuano a sentirsi al telefono, e di tanto in tanto Pazienza torna anche a trovarlo. «Era cresciuto, ma io sapevo che aveva problemi. Di me aveva terrore e così mi nascondeva tutto, fra me e lui non c’è mai stato un rapporto diretto. Io gli parlavo per metafore del suo problema con l’eroina, lui era intelligente e capiva, e mi rassicurava tanto bene che ci riusciva. Mi telefonò anche una settimana prima di morire, doveva venire a Pescara a fare un lavoro che gli avevo procurato, un progetto grafico per delle fodere di sedili d’auto.

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Andrea Pazienza Visca
Andrea Pazienza e Sandro Visca

Durante quella telefonata mi disse: “Devi venire a Montepulciano, io sto benissimo” mi tranquillizzava sempre. “Ho questa casa e non mi sei mai venuto a trovare”, e non esserci mai andato è il mio rammarico. Siamo stati mezz’ora al telefono, stavo per riattaccare, poi lui mi ha detto “Sandro, Sandro…” e ha aggiunto “ti voglio bene”. La sua morte, pochi giorni dopo, è stata un grosso trauma, perché fra me e lui c’era un rapporto non solo professionale, ma di stima e affetto reciproci. Mi voleva un bene esagerato».

Albano Paolinelli è un altro insegnante del liceo di Pescara finito in quadri e disegni di Pazienza. Lo incontriamo in una tavola inedita che doveva essere inserita in Pentothal nel 1977 (è stata poi pubblicata da Baldini e Castoldi nell’edizione critica de Le straordinarie avventure di Pentothal, vent’anni più tardi, oggi anche nel volume omonimo edito da Fandango Libri nel 2010), in una notte pescarese passata insieme a Paz fra lm di storia dell’arte, whisky al bar e pisciate nei cessi della stazione.

Paolinelli: «Passavamo insieme il sabato e la domenica. Lui era un geniaccio, umanamente simpaticissimo, cui noi dovevamo dare nozioni per un buon uso dei mezzi tecnici, invece lui amava molto i pennarelli, e in modo personale. Io lo chiamavo fumettaro, per provocarlo. Difficile dire se sarebbe potuto diventare un pittore: nel fumetto ha creato una rottura, quello doveva fare e quello era lo sviluppo della sua opera. La pittura forse lo limitava un po’, almeno a quel che si vede nei dipinti fatti a Pescara. La sua arte era il fumetto».

Alcune delle influenze culturali che agivano su Pazienza, esibite senza risparmio in Pentothal, sono riassunte da Paolinelli: «Tristan Tzara, Rembrandt, e anche i testi del Cabaret Voltaire. Era anche molto appassionato di cinema, amava soprattutto Fellini e Antonioni. A scuola era bravo in tutte le materie e aveva una grossa proprietà di linguaggio». Affascinato dalla figura e dall’opera di Caravaggio, lo studente polverizza distanze secolari immaginando incontri fantastici col maestro: «Il professore di Italiano mi raccontava che Andrea scriveva storie pazze in cui faceva il militare con Caravaggio e la notte, dalle brande, lui e Caravaggio si mettevano a parlare, con quest’ultimo che gli spiegava come faceva a dipingere a lume di candela».

All’epoca, primi anni Settanta, l’insegnante girava piccoli film con una cinepresa super 8: «Erano cortometraggi di cui Andrea faceva le animazioni. Ha anche interpretato un mio corto, Narciso, ricostruendo il Narciso di Caravaggio, quattro minuti che ho riversato in video». Il corto viene girato nel 1974, l’ultimo periodo passato a Pescara, quando Paz frequentava l’anno integrativo. Il filmato mostra un Andrea giovanissimo, molto più ragazzino dei suoi diciotto anni, con una folta peluria di baffetti ad anticipare il tratto di Pentothal. Il soggetto del corto aveva intrigato molto Pazienza, autore della sigla animata del filmato. Narciso, d’altra parte, è il personaggio mitologico che meglio rispecchia l’idea che Pazienza aveva del proprio corpo.

Paolinelli ricorda bene come Andrea, andando al mare a Pescara, scegliesse regolarmente il tratto più affollato della spiaggia, dove tutti i bagnanti potessero vederlo arrivare e ammirarlo nel suo fisico da atleta. Le premesse potrebbero far pensare a un’apparizione sfolgorante di Pazienza nel cortometraggio, che ci rimanda invece una rilettura minimale del mito di Narciso, nei veloci movimenti di Paz davanti allo specchio di un comunissimo bagno d’appartamento. Per Paolinelli «Andrea era un attore nato, avrebbe potuto fare l’attore di professione, anche se il corto è stato fatto per gioco. Si è identificato nel personaggio godendo e specchiandosi doppiamente: come interprete e nello specchio d’acqua che avevamo ricostruito in maniera surreale».


*Questo articolo è un estratto del libro Vita da Paz, di Franco Giubilei, in uscita il 26 maggio per Odoya. Sarà presentato a Bologna in data 23 Maggio all’interno dell’evento “Un giorno da PAZ!” organizzato dall’Accademia di Belle Arti alle ore 19.00 in via delle belle Arti 54. Insieme a Franco Giubilei interverranno i fumettisti e docenti Otto Gabos e Onofrio Catacchio. E a Barrique Fiera di Libri e vini indipendenti, in data 27 Maggio ore 19.00, con Giorgio Lavagna e Sergio Rossi.

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