Magnus e il planetary romance de ‘I Briganti’

Magnus è colossale. È uno dei miei autori preferiti di sempre, un gigante del quale non riesco a stancarmi. Ho amato la Compagnia della Forca, il ciclo dello Sconosciuto, alcuni dei suoi classici (sopratutto alcune cose di Alan Ford, che però devi leggerle quando hai quattordici anni, sennò non vale), il suo Texone straordinario. Ma c’è uno dei suoi lavori che continua a tornare e ritornare più degli altri. È il ciclo in quattro parti de I Briganti, purtroppo opera incompleta (causa tempi di realizzazione e poi la morte dell’autore, scomparso nel 1996 a soli 57 anni) che è ispirata dal romanzo storico cinese omonimo del XV secolo. (Buona parte di ciò di cui parlo in questo articolo, incluso I Briganti, è stato ripubblicato negli ultimi anni da Rizzoli Lizard).

briganti magnus

Il romanzo da cui sono tratti I Briganti, che poi si chiama così solo in Italia perché il titolo originale è Storia in riva all’acqua, è ambientato durante la dinastia Song (XII secolo) ed è uno dei Quattro grandi romanzi classici cinesi, i capisaldi della letteratura del Celeste impero. Non uno ma ben quattro Divine Commedie, insomma. In realtà la Storia nel nostro Paese è conosciuto anche come La frontiera del drago, dal vecchissimo sceneggiato (1973) co-prodotto da Giappone e Cina (la prima volta, per la Cina, con un paese non comunista) e trasmesso dalla Rai in due stagioni di 26 puntate in quegli anni, poi replicate su Telemontecarlo (TMC).

Ciò che penso dei Briganti è che Magnus riuscì a trovare un equilibrio magico e forse unico tra ambientazione, passo del racconto e stile. Non è l’unico, non è il migliore, ma ha una sua logica, un suo equilibrio, una sua poesia sotterranea. Questa da parte di Magnus non è certo stata l’unica incursione nel territorio pazzesco della fantascienza cinese: la fascinazione per l’Oriente (in particolare la Cina) riletta in chiave fantascientifica con gli stilemi del Flash Gordon originale di Alex Raymond negli anni Trenta, è presente in altre sue opere: dalle 110 pillole (erotismo piuttosto esplicito, a metà degli anni Ottanta) alle Femmine Incantate (fine Ottanta inizio anni Novanta) e quella Milady nel 3000 che nel 1980 recupera sogni, giochi e illusioni dei decenni precedenti, dagli anni dell’adolescenza nei tardi Cinquanta all’Accademia di Belle Arti di Bologna dal 1961.

I Briganti rimane però un caso unico. La critica ama Milady, Le 110 pillole e Le Femmine Incantate? A me che divoro fantascienza tutti i giorni pare che I Briganti siano invece il lavoro di una vita: e non solo perché la sua realizzazione si snoda dal 1973 al 1989. I Briganti racconta in chiave prettamente fantascientifica la storia di un tempo in cui la corruzione e la prevaricazione sono diventate insostenibili. È una storia politica, con continui richiami all’attualità del tempo presente, allegorici e immaginifici (se pensiamo a quelli espliciti di molte storie ad esempio dello Sconosciuto).

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In una Cina spaziale e medioevale, 108 briganti, incarnazione di spiriti antichi, furbi e intelligentissimi, lottano per riuscire a sopravvivere anche contro l’ingiustizia: briganti quindi ma anche cavalieri e ufficiali, legati a un ideale che i servi del potere locale hanno corrotto e deviato. Quello cesellato da Magnus, in coerenza con l’originale, è un romanzo di spirito medioevale: mostra le gesta degli eroi della nascita del romanzo moderno; c’è dentro Robin Hood ma anche i Cavalieri della tavola rotonda e la Chanson de geste. E questo solo da un punto di vista strutturale.

La narrazione, non solo per episodi ma anche episodica, procede per linee che si svolgono quasi naturalmente, alla ricerca di una tessitura che tenga assieme momenti e scene diverse. C’è però il collante di una costante attenzione alla politica, alla intelligenza asiatica che Magnus aveva colto e rappresentato con cura ed efficacia. Magnus lavora I Briganti con tecniche diverse, fascinazioni stilistiche che si sovrappongono: dal formato Alan Ford di tavole con due vignette ai tre palchi all’italiana che poi diventano quattro come nel fumetto francese, mentre la tecnica dell’artista si affina su una linea chiara di cui tanti si riempiono la bocca ma che lui ha saputo interpretare con originalità, gusto del dettaglio ma anche leggerezza.

E poi c’è la fantascienza, quello che interessa a me di più. Ma non una fantascienza qualunque, bensì uno steampunk unico, ambientato in un mondo barocco che fa “Asia” in quanto “esotico” e quindi “alieno”. Pistole a raggi, astronavi slanciate, elmi fioriti, il grido di una tecnologia metabolizzata da una società più antica e saggia, ma anche più crudele. Tutto che si lega con il bianco e nero profondo e dinamico di Magnus, sul quale si è detto davvero moltissimo e sul quale non posso aggiungere altro. Adoro il suo tratto, la sua capacità di elaborare le figure, costruire le inquadrature, pensare le tavole (con formati che nella sua carriera hanno spaziato praticamente per tutto il cosmo della composizione tipografica e di cui come dicevo I Briganti sono un microcosmo, un catalogo del catalogo) e lasciare che la storia si snodi attraverso particolari, dettagli, carrellate, panorami. Sarei solo parziale se vi dicessi che è “un grande”.

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L’idea che la sua fantascienza risalga al futuro asiaticheggiante del Flash Gordon di Alex Raymond, come dicevamo, è una dimensione estetica frutto di una scelta molto fortunata sotto varie prospettive. A partire dalla nomenclatura: in originale (e nell’adattamento di Magnus) i 108 guerrieri hanno nomi evocativi: Lin Chong detto “Testa di Leopardo”, Qin Ming detto “Tuono”, Huyuan Zhuo detto “Due mazze”. Il tono è epico, leggendario, si ha la sensazione della Storia nel suo farsi, di una serietà di cose tra uomini in cui il valore e l’onore sono pietre angolari sulle quali non può esserci dubbio alcuno. Ma ci sono anche le passioni, le debolezze, i dubbi molto umani e molto carnali e sensuali (il cibo, il sesso, il potere) dei suoi personaggi. Tutto illustrato con puntuale precisione, netta e decisa.

L’idea di Magnus è quella di costruire un affresco di planetary romance in cui le città e le province cinesi diventano pianeti di un impero che si dispiega attraverso gli anni luce ma in cui la vita al suolo è più importante di quella nello spazio. Poche astronavi e molte armi corte, da fianco, con mezzi di trasporto poco più che convenzionali. E carovane di mercanti, tesori di furbi governatori, prigioni temibili e cittadelle abitate da loschi figuri. La dimensione asiatica, totalmente filtrata tramite le lenti della cultura occidentale e della sua secolare fascinazione per la Cina, con Magnus regna: è una Chinoiserie (più nel senso di Japonisme che non di “cineseria”) che l’autore bolognese ha asciugato e trasformato grazie al tratto potente in bianco e nero e al gusto per le inquadrature cinematiche e precise, tagliate con il laser nella loro dimensione puntuale.

Magnus, cioè Roberto Raviola, è stato un grande irregolare del fumetto italiano. La scrittura e disegno per tavole è stata la sua terapia e poi la sua ossessione. Nel tempo ha collaborato con vari autori (Alan Ford nasce con Luciano Secchi, Necron con Ilaria Volpe e La compagnia della forca con Giovanni Romanini) ma ha costruito un suo mondo coerente, creato con una materia fatta di Chinoiserie du merveilleux scientifique, per così dire. È il respiro della sua anima, la sua rivisitazione di immaginari non realistici che appoggiano nei mondi di sogno costruiti attraverso la pittura dell’Ottocento sino al tratto slanciato del Futurismo negli anni Dieci e Venti. Dentro il Magnus dei Briganti c’è Saturno contro la Terra accanto a Flash Gordon (i due sono coevi) e c’è il bisogno di definire un’estetica alternativa a quelle che imperavano tra gli anni Settanta e Ottanta (gli anni cinematografici di Guerre Stellari, Star Trek, Alien, per dire, con tutto il repertorio di illustrazione classica della fantascienza statunitense che abbiamo visto nelle puntate precedenti, ma anche quelli del fumetto supereroistico americano oltre che nostrano).

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Il lavoro, inoltre, non è solo visivo o legato alle trame, va molto più in profondità. Magnus racconta storie di coraggio e di onore ma nelle quali i buoni e i cattivi non sono profilati per razza o nazionalità. Chi sono i buoni? Sono coloro i quali sono coerenti rispetto ai propri principi e provano compassione per il prossimo. Sono portatori di virtù da cavalieri (o da samurai) che prendono forma nei personaggi e nello snodarsi delle trame. “L’asiaticità” non solo come scusa ma anche come forma e, in parte, come sostanza della narrazione di Magnus.

Nel mio personale pantheon della fantascienza a illustrata e a fumetti il posto di Magnus e dei Briganti è unico. E considero una fortuna che esista un lavoro così fuori dagli schemi tradizionali: è letteratura vera, senza tentennamenti, senza ripensamenti.