Focus Interviste Kobane Calling, il graphic journalism secondo Zerocalcare

Kobane Calling, il graphic journalism secondo Zerocalcare [Intervista]

Zerocalcare sembra essere sempre un passo avanti rispetto a molti altri suoi colleghi. Nelle scorse settimane, è riuscito persino a portare un fumetto, Kobane Calling (uscito in fumetteria e libreria da due settimane e edito da Bao Publishing), al primo posto nella classifica tra i libri più venduti in Italia. E lo ha fatto con un’opera di puro graphic journalism.

Al di là di ogni possibile analisi, la cosa più oggettiva che si possa dire su Zerocalcare è che tutto questo è frutto di spontaneità. Apparentemente, in Michele Rech (questo il vero nome dell’autore) non c’è nessun calcolo o ispirazione creativa particolare, ma una spinta ad andare dove lo porta la vita. E la vita può essere una minirecensione di Game of Thrones oppure la guerra in Medio Oriente. Del resto non poteva essere diversamente, per una persona cresciuta tra Guerre Stellari e i centri sociali.

Durante il Napoli Comicon (tenutosi dal 22 al 25 aprile) Zerocalcare ha tenuto una conferenza per raccontare la propria esperienza in Medio Oriente, fatta di tre viaggi in Turchia, Siria e Iraq e illustrata all’interno di Kobane Calling.

Kobane Calling

«La prima sensazione che ho avuto poco prima della pubblicazione di Kobane Calling è stata la paura», ha dichiarato a inizio conferenza. «Ho avuto paura che fosse una storia che potesse non piacere, perché è diversa da tutto quello che ho fatto fino ad ora. Poteva sembrare troppo superficiale per gli esperti della guerra in Siria, e poteva sembrare troppo pallosa per chi mi ha seguito fin’ora. Invece quando alla prima presentazione del volume è venuta una rappresentante curda e ho visto che era commossa, mi sono sentito più tranquillo.»

Kobane Calling mette in luce anche verità e situazioni che attraverso la televisione e l’informazione su Internet sono più difficili da cogliere. «Non è vero che che il PKK rappresenta i cattivi e il resto dei curdi rappresenta i buoni che combattono l’Isis. C’è una comune identità culturale, e quindi le differenze sono più sottili. Ma queste parole in Turchia sono considerate apologia di terrorismo.»

E sui combattenti siriani contro l’Isis ha aggiunto:«Una sensazione particolare che mi hanno dato dal vivo è stata quella di vedere in loro una certa stabilità emotiva. Chi in Siria sceglie di combattere l’Isis sa che sta sacrificando i suoi affetti e la sua stessa vita, ma ha una determinazione unica. Ci sono anche ragazze giovanissime che vengono prima istruite e che poi, arrivate a 18 anni, decidono se combattere o no».

Un momento cruciale della sua esperienza in Siria è avvenuto durante il secondo viaggio, dello scorso luglio: «Ero con i miei amici in montagna, e nel frattempo in Turchia è stato fatto un attentato dell’Isis in un centro culturale curdo. La Turchia ha subito risposto bombardando la Siria, arrivando a colpire proprio la montagna sulla quale stavo con i miei amici. Questa cosa ha cambiato tutto il viaggio e ha condizionato tanto anche la mia scrittura di Kobane Calling. E poi, pensavo che in questo secondo viaggio l’arrivo a Kobane sarebbe stato un punto di risoluzione anche all’interno del libro. Pensavo che la Kobane liberata dall’Isis sarebbe stata una città in festa, e invece era distrutta. Non avevano i soldi per poterla ricostruire da subito, poi col tempo un po’ di ripresa c’è stata, ma quando sono arrivato per il secondo viaggio era completamente a pezzi».

All’interno di Kobane Calling sono presenti, a volte sottili e a volte più evidenti, delle verità non sempre facili da cogliere attraverso le nostre fonti d’informazione. Per esempio il fatto che «la Turchia è cruciale per la guerra contro l’Isis e il Medio Oriente, solo che i turchi utilizzano il loro budget per attaccare il Kurdistan che invece sta combattendo l’Isis. In questo modo l’azione di guerra si sta rallentando moltissimo, e siccome la Turchia deve fare da tappo per l’afflusso di immigrati, l’Occidente ha paura di dirle qualcosa».

Kobane Calling

Bao Publishing ha voluto pubblicare in cartonato Kobane Calling per inserirci all’interno la mappa del territorio siriano pre e post i viaggi di Zerocalcare, e la cosa impressionante è «vedere quanto l’Isis è arrivata a espandersi in quelle zone». Nella guerra contro l’Isis e nell’esperienza di Zerocalcare, la questione curda e il rapporto dei curdi con la Turchia rappresentano un punto cruciale. Perciò il fumettista di Rebibbia ha tenuto a sottolineare che «i curdi non sono kamikaze, questa idea è stata data dalla Turchia, che ha come avversari quelli del PKK, perciò per ogni cosa accusano loro. E poi i curdi non vogliono formare uno stato loro, vogliono soltanto essere riconosciuti come popolo nelle zone da loro occupate, e questa è una cosa che a loro pesa molto perché vengono sistematicamente esclusi da tutti i confronti».

Ma cosa ha spinto Zerocalcare, legatissimo alla sua Rebibbia (dalla quale dice solitamente di non poter stare lontano per più di tre giorni) ad andare fino in Medio Oriente, nel bel mezzo di una guerra? «Quando mi allontano da Rebibbia, la cosa che mi manca di più è l’idea di perdere il rapporto con il mio territorio, dove se succedono cose clamorose in tua assenza te lo rinfacciano per anni. Però soprattutto poco prima del secondo viaggio, quando avevo perso dentro di me lo spirito e il clima siriano, entrare nel centro curdo di Roma situato a Testaccio mi ha cambiato un sacco. Ho respirato di nuovo quella voglia e determinazione di cambiare le cose, di lottare per qualcosa che ha un senso. Quel centro ha al suo interno le foto di tutti coloro che sono morti in guerra finora. Molte persone dovrebbero andarci per capire il vero significato di questo conflitto.»

Kobane CallingAlla domanda sul perché le informazioni sul Medio Oriente che ci arrivano quotidianamente non siano precise, Zerocalcare ha risposto di non avere molte certezze: «Da una parte mi viene da pensare che non c’è molta voglia di raccontare un modello antitetico al nostro (il PKK inizialmente era marxista leninista, successivamente è diventato confederalista democratico), ma dall’altra credo soprattutto che anche nell’informazione ci sia tanta ignoranza. Molti giornalisti stanno in albergo, lontano dalle zone di guerra, e s’informano solo con i dispacci che arrivano dal fronte».

Quando gli viene chiesto se sia giusto che la Turchia entri nell’Unione Europea, Zerocalcare si dimostra invece sicuro: «Molte persone che ho conosciuto in Siria sono morte a causa dei bombardamenti turchi. Una ragazza che mi ha fatto da guida durante i viaggi non può più entrare in Turchia solo per aver partecipato a una manifestazione pacifica dei curdi. Per questo è stata condannata a ventidue anni di prigione, così ha deciso di scappare. Poi la Turchia permette di fare parecchie cose all’Isis, quindi non ci sono buoni presupposti per il suo ingresso in Europa».

L’ultima considerazione ha un vago retrogusto nostalgico:«Ho sempre pensato a Rebibbia come al centro del mondo, almeno del mio mondo. Ma quando sono stato in Siria e nelle varie zone di guerra ho sentito nello spirito dei combattenti per la libertà qualcosa di così forte e umano, tanto da sentire per la prima volta un luogo straniero come il vero centro del mondo, anche del mio».

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