L’odissea di Cosmo. Una conversazione con Marino Neri

Tra le novità presentate a Napoli Comicon Cosmo di Marino Neri era uno dei libri più attesi. Autore capace di grande raffinatezza sia nel racconto che nel disegno, Neri aveva già all’attivo due libri (Il re dei fiumi e La coda del lupo).

Cosmo è un libro che racconta una storia delicata e violenta allo stesso tempo, che scorre veloce ma che rimane addosso. Cosimo – detto Cosmo – è un ragazzino estremamente introverso, che parte per un viaggio formativo alla scoperta di un mondo che gli è avverso. Parlarne con Neri significa scoprire dove è nata la storia e che tipo di simboli racchiuda.

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Cosmo unisce scenari realistici a molti elementi riflessivi o quasi surreali. Da quali suggestioni nasce?

I miei racconti nascono sempre da una singola suggestione o immagine, che mi si presenta in mente e che indago, cercando di capire se dietro ci possa essere una storia. Per Cosmo, da tempo volevo lavorare a una storia basata sulla forma narrativa classica del viaggio, con un personaggio che parte e fa determinati incontri. Poi avevo in testa questa immagine di un ragazzino che in treno esce dalla cabina, entra in bagno e inizia a parlare con un’ombra nello specchio. Accarezzando già l’idea della storia di viaggio, ho cercato di coniugare questa immagine in quell’ottica. Non parto mai da una struttura o un’idea ben definite.

Per un certo periodo, in passato, ho viaggiato molto. Mi piace viaggiare da solo, osservando luoghi di passaggio, come sale d’attesa, stazioni, ecc. La dimensione stessa del viaggio è immagine di grande incertezza, quindi offre anche di profonda libertà.

Il pretesto narrativo del viaggio è tipico della narrativa americana, più che italiana o europea, e questo non è nemmeno l’unico riferimento del libro all’America in senso lato, ce ne sono anche artistici. Dal punto di vista della narrativa, cosa ti ispira?

Sono un appassionato di un certo tipo di cinema americano indipendente, per esempio il primo Jim Jarmush. Mentre per quanto riguarda la letteratura, non saprei fare dei nomi di riferimento. Leggo molto, ma non posso dire che questo libro abbia un debito esatto nei confronti di qualcuno o qualcosa.

Effettivamente, la parabola narrativa del tuo racconto mi ha ricordato molto il ritmo di un film.

Sì, è un libro che si deve leggere piuttosto velocemente, con una struttura e un gusto un po’ cinematografico. Non ci sono riferimenti diretti, a parte l’inizio, in cui cito un film di Frank Capra, La vita è meravigliosa, con le stelle che parlano.

Il resto del libro, invece, ha uno svolgimento cinematografico perché per me il fumetto deve essere così, deve scorrere senza che tu te ne accorga. O almeno, soprattutto in questa storia ho voluto fare così, specialmente rispetto al libro precedente, che era più legato a suggestioni del disegno. In questo caso ho voluto fare un lavoro in cui il disegno fosse al servizio della storia. Credo sia per questo che Cosmo fa pensare a un film. Quando lavoravo alla storia facevo di tutto perché la storia scorresse molto velocemente. Si tratta comunque di un libro che conta molto sulla giustapposizione di immagini.

Ho avuto appunto l’impressione che tu avessi avuto come riferimento proprio un certo fumetto del passato ben riuscito dal punto di vista della regia e dei tempi. Mi riferisco ad Alex Toth o David Mazzucchelli.

Sì, per me sono stati di riferimento proprio autori come quelli che citi, che riducono il segno al minimo al fine della storia. Ciò che mi affascina di più del fumetto è dire di più con meno. Questa è la mia idea di fumetto. Quindi cercare di dare emozioni con meno elementi possibile.

Questa evoluzione del segno nasce dopo l’ideazione della storia, dunque?

Non so. Non faccio distinzione tra l’idea della storia e come rappresentarla. Al di là del fatto che i miei libri precedenti mostrassero un segno diverso, si tratta comunque di una evoluzione personale. Probabilmente, prima non sarei stato in grado di raccontare una storia come questa, con così tanti personaggi. Ho trovato anche un modo di disegnare più congeniale a una storia come Cosmo, ma si tratta comunque di un percorso che di una scelta relativa a questa storia.

Tornando all’inizio del libro, invece, quando il bambino incontra il clochard, mi hai ricordato molto il film L’estate di Kikujiro di Takeshi Kitano, con i due sventurati (bambino e adulto) che si aiutano a vicenda.

Lo conosco, non ci avevo pensato, ma capisco che generi richiami esterni. Il fatto è che in Cosmo è che ogni incontro che fa il protagonista volevo che fosse realistico ma anche un po’ surreale. Per questo in quarta di copertina si dice “una piccola grande Odissea”. L’Odissea di Omero è un riferimento metaforico, un concetto. Ogni singolo individuo incontrato dal protagonista non è solo una persona ma anche un’idea. Il barbone ha il viso tatuato ed è un ricordo di quando facevo l’università a Bologna, e incontravo sempre per strada un clochard col viso tatuato e in testa un cappellino. La ragazzina, nel libro invece è una sorta di sirena. Mi affascinava dare una seconda lettura, anche se non evidente. Un tocco surreale.

cosmoneri
Avevo colto questo aspetto. Durante la lettura me lo ha suggerito appunto l’atteggiamento della ragazzina. In quel punto poi il racconto aveva anche assunto un tono cupo, ricordandomi certi racconti autobiografici di James Ellroy, quando lui se ne andava in giro da piccolo entrando nelle case di sconosciuti e rovistando nella biancheria.

Io avevo letto una cosa simile riguardo a Werner Herzog nel suo diario. Lì parlava dei suoi viaggi in giro per la Germania, sfondava porte delle case ed entrava.

Ad ogni modo, è quel punto ho colto uno stacco, individuando una sorta di parabola onirica e surreale.

Non ho fatto molta differenza in punti specifici tra reale e immaginario. Come diceva Jose Muñoz riguardo al disegno: “la realtà è un buon punto di partenza, ma mai un punto di arrivo”. Per me lo stesso vale anche per il racconto. Amo quando ci sono deviazioni in un racconto dai presupposti realistici. Non parto mai dall’idea di creare una storia che sia credibile in tutto e per tutto. Questo è anche ciò che mi piace leggere negli altri. Non mi fermo a pensare se la storia sia del tutto possibile o credibile, ma mi lascio portare avanti.

Ciò che non comprendevo in quel personaggio era la mancanza di paura, come se già conoscesse Cosmo.

L’elemento della ragazzina nelle mie intenzioni doveva creare spaesamento. Volevo che nascondesse anche una certa pericolosità. Anche i cacciatori che inseguono Cosmo, del resto, sono credibili fino a un certo punto. Ma rientrano in quel gioco che mi permetto di fare come creatore di storie, nel quale chiedo al lettore di credermi al di là della veridicità plausibile.

In questi personaggi incontrati individuavo quasi degli archetipi con un messaggio. Rappresentano davvero qualcuno, hanno una morale dietro?

No, direi che sono solo elementi di una storia, non concetti morali. Il lato stereotipato dei personaggi è dovuto a questo spostamento nel campo della mitologia a cui accennavo prima. Quindi i cacciatori sono elementi di pericolo, la bambina una sirena. Non portano comunque dietro un messaggio o una critica, sono funzionali al racconto.

Il gioco che si è venuto a creare sta nell’immaginare il personaggio di Cosmo come una pagina bianca, sulla quale i personaggi che incontra possono scrivere il ruolo da dargli loro stessi. Per i cacciatori è preda, per la ragazzina è confidente, il vecchio lo riconosce come figlio.

cosmo010Ecco proprio quando incontra quel vecchio mi hai ingannato, facendomi pensare a una sottotrama diversa.

No, il ragazzo è una sorta di pagina bianca, una spugna, che assume quasi passivamente certi ruoli. Poi è semplicemente un ragazzino problematico, con l’ossessione per le stelle. I personaggi che incontra poi lo assorbono, in riferimento all’idea che insegue lui dell’espansione dell’universo.

Secondo te che tipo di persona diventerà Cosmo?

Non lo so. C’è un bellissimo aneddoto nel film Stand By Me. Mentre i protagonisti sono fuori a dormire all’aperto, uno racconta la storia di un ragazzo che a una festa fa una gara mangiando moltissimo, ma era un tipo preso in giro dagli altri perché grasso, quindi si vendica vomitando addosso a tutti. Il protagonista la racconta e gli altri gli chiedono cosa fosse successo dopo. E lì ognuno a fare ipotesi. Lui risponde “non lo so, ho solo raccontato una storia”. Ecco, lo stesso vale per me. Io ho solo raccontato una storia. Quello che c’è dopo non mi riguarda.

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