Recensioni Novità La lunga corsa anfetaminica di Black Science

La lunga corsa anfetaminica di Black Science

Nonostante l’evidente calo di hype rispetto al roboante lancio, pare proprio che Black Science, tornata da poco sugli scaffali italiani con il terzo volume, non abbia nessuna intenzione di rallentare la propria corsa. Va detto che, rispetto ai primi numeri, con il passare del tempo le cose sono leggermente cambiate, facendosi via via più arzigogolate. Non abbastanza però da allontanare la serie dalla sua natura di rude e anfetaminico rilancio delle tradizioni della fantascienza d’esplorazione.

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L’incipit della serie era piuttosto chiaro in materia. C’era una tecnologia vagamente arcana a fare da McGuffin verso il tema dei salti dimensionali, una squadra di intrepidi esploratori composta prevalentemente da scienziati, un nucleo familiare da ricomporre e il malvagio sabotatore a mettere i bastoni tra le ruote e a dare la spinta propulsiva al titolo. Praticamente un remake della serie televisiva Lost in Space. E proprio come in quel classico della serialità è stato l’agente antagonista a far precipitare la situazione e a dare forma definitiva alla vicende che andranno a svilupparsi per tutte le uscite future. Nella serie tv ci si smarriva nello spazio, in questo caso nella cipolla delle realtà parallele. Sebbene fin dalle prime pagine ci si è resi conto di come le intenzioni dei nostri dimensionauti fossero simili a quelle di tanti degli esploratori cosmici della narrativa classica, così solari e placide nel loro incedere indomite verso chissà quali nuove scoperte, la realtà dei fatti non poteva essere più diversa.

«Lasciare ogni mondo migliore di come lo si è trovato» era il motto dei nostri eroi, sicuri di poter sconfiggere ogni forma di male possibile. Dalle malattie alla fame. Per nostra fortuna le cose non vanno propriamente così. I mondi visitati si rivelano essere uno più disastroso dell’altro mentre il team non perde occasione di dimostrare quanto impreparato e male assemblato sia. Il risultato di una simile alchimia? C’è chi muore e chi, in preda a una crisi di nervi, cerca di rimandare il momento urlandosi in faccia.

Non ci vuole molto a capire come la causa di tutto questo – sabotatore o meno – sia il protagonista, Grant McKay. Autentico genio dei viaggi interdimensionali ma pessimo esempio di uomo in qualsiasi altro campo lo si prenda in considerazione. Ottenebrato dalla ricerca di risultati, manipolatore, egoista, pieno di rimorsi e spaventosamente attratto dalla soluzione più semplice. Con un leader così non ci si meraviglia del perché la squadra continui a sfaldarsi, accelerando sempre più la sua marcia verso la più mesta delle conclusioni. Peccato che per infinite dimensioni possibili possano esistere anche parecchie versioni alternative di questo personaggio, ognuna dotata della stessa tecnologia cataclismatica e della totale incapacità di fermarsi un attimo a considerare le conseguenze delle proprie azioni. Da questo punto di vista, non c’è niente di strano se le cose paiono continuare ad andare sempre peggio.

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Nonostante tutti gli abbozzi di evoluzione psicologica dei personaggi, l’atmosfera della serie rimane quella febbrile e claustrofobica di un enorme attacco di panico. Pensate a una sorta di Walking Dead lanciato alla velocità della luce, privo dei prolissi testi di Kirkman ma incentrata su una costante attrazione verso la spettacolarità. La narrazione procede secca e nervosa, senza respiro, mentre i protagonisti si sdoppiano, si mischiano con i loro corrispettivi di altre realtà, uccidono, si elevano a salvatori e si dimostrano flagelli di intere popolazioni. Spesso pare di trovarsi di fronte a uno di quei titoli cinematografici votati all’azione più insostenibile – alla Crank o Hardcore Harry, per intenderci – dove si arriva ai titoli di coda sfiniti dalla continua rincorsa a un climax ascendente in apparenza privo di culmine.

In questa maniera, il respiro della vicenda viene soffocato, soggiogato in maniera sadica e consapevole da una gestione del ritmo cocainomane e intrattabile. Rick Remender ha il merito di aver preso uno dei generi fantascientifici più positivi in assoluto – l’obiettivo dell’Enterprise era «l’esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà», non certo la guerra – e di averlo trasformato in un incubo da privazione di sonno. Eppure niente sarebbe stato possibile senza le tavole di Matteo Scalera e Dean White. Perché, se la sceneggiatura del californiano a conti fatti risulta essere poco più che una mediocre operetta sci-fi, dopo la sapiente opera di rilettura da parte dei due illustratori il livello si alza in maniera esponenziale.

Non ho idea di come sia andato il processo creativo dietro Black Science, ma non mi stupirei se le uniche direttive impartite da Remender siano state qualcosa di simile a «spingete tutto oltre il limite». Il risultato è la trasposizione su carta più vicina a un blockbuster cinematografico alla Michael Bay vista da molto tempo a questa parte. L’azione si frammenta, lasciando spesso in parte l’intelligibilità a favore di una spettacolarizzazione clamorosa, mentre i colori di White riempiono gli spigoli di Scalera riprendendo la tradizione delle copertine da romanzetto pulp ed elevandola al quadrato. Per capire quanto il contributo di questo talentuoso colorista sia indispensabile, provate a confrontare i primi due volumi con il terzo, affidato a Moreno Dinisio. Seppur eccezionale – va detto – il lavoro dell’italiano risulta troppo moderno e accattivante, svilendo lo stridio che si veniva a creare nei primi numeri della serie.

Leggi anche: Black Science: ripensare la fantascienza [Recensione]

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Ma sono sofismi che ci si possono permettere quando, per una volta, il disegno non è mera illustrazione della sceneggiatura. Proprio come succedeva nei famigerati anni Novanta, la scrittura è piuttosto un esile scheletro dove appoggiarsi per costruire l’ennesima splash-page dalla prospettiva impossibile e sovraccarica di linee cinetiche. Per quanto il risultato possa essere sfiancante e talvolta quasi astratto, fa sempre piacere vedere un fumetto che mostra i muscoli per quello che è, senza affliggerci con pagine e pagine di campi e controcampi su mezzibusti.

Black Science non ha mai fatto della raffinatezza la sua portata principale, confermandolo senza troppi problemi numero dopo numero. Eppure il suo dinamismo, la mancanza di pudore nel presentare un immaginario spesso al limite del ridicolo – scimmie possedute da gas senzienti, antichi romani, lucertole guerriere – e la volontà di stipare quelle maledette paginette di colori, tratti, esplosioni e tecnologie strampalate ne fanno qualcosa di unico. Il fatto che una proposta simile rischi di passare in secondo piano è l’ennesima dimostrazione di come la fantascienza a fumetti statunitense sia in un momento di grazia. Basta farsi un giro sul sito della solita Image per rendersi conto di quante serie interessanti stiano uscendo, ognuna dotata di una propria personalità ben precisa. Solo limitandoci ai nomi di richiamo si potrebbero citare Descender e Lazarus, passando per il solito Saga, Tokyo Ghost e i nuovi capitoli di Prophet. C’è ne abbastanza per innervosirsi pensando a cosa dare la precedenza e cosa lasciare indietro. Una sfortuna che non capita tutti i giorni e di cui forse varrebbe la pena approfittare il più possibile.

Black Science vol. 3: Orizzonte di fuga
di Rick Remender e Matteo Scalera
Bao Publishing, 2016
136 pagine a colori, 14,00 €

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