Focus Da Capitan America a Ghostbusters, l’ira dei fan verso gli eroi

Da Capitan America a Ghostbusters, l’ira dei fan verso gli eroi

«Una delle domande che mi fanno spesso è: quanto contribuisce il pubblico nel processo creativo?». A parlare è il co-creatore di Lost Damon Lindelof. Sta spiegando il suo rapporto con i fan all’intervistatore di The Verge. «E la risposta dovrebbe essere: un sacco, ascoltiamo sempre cosa avete da dire. Queste sono le risposte che il pubblico vuole sentirsi dire». «Sono le risposte sincere o quelle che il pubblico vuole sentire?», chiede l’intervistatore. «Sono quelle che il pubblico vuole sentire. La gente non vuole sentirsi dire: fanculo, non contate un cazzo. Non ci interessa cosa avete da dire, noi facciamo le cose a modo nostro». «Quindi è questa la risposta sincera?», replica ancora l’intervistatore. «No, la risposta sincera, per quanto diplomatica possa sembrare, è: sì, ascoltiamo cosa avete da dire ma abbiamo anche un percorso su cui vorremmo condurvi».

capitan america steve rogers

Lindelof cita il circolo vizioso che avviluppa la serialità, in tensione tra le richieste dei fan e l’espressione creativa dei realizzatori. La familiarità e la confortevolezza offerta dal fandom, che spesso rifiuta il nuovo, si scontra con il bisogno dell’arte, o della cultura pop, di sperimentare e non accontentarsi di chiedere ai fan come si sentono. I finali di Lost, Mass Effect 3 e I Soprano hanno indispettito molti appassionati perché seguivano una strada che non era quella immaginata. Negli ultimi vent’anni, Internet ha portato l’orizzontalità nel rapporto tridimensionale creatore-opera-pubblico, appiattendolo a una linea diretta. I siti ufficiali, le newsletter, i forum prima, la trinità Facebook-Twitter-Instagram poi. Le distanze si sono annullate a favore di un’interazione talvolta insalubre che pone il dubbio su quanto sia giusto che il pubblico resti tale o si spinga in avanti diventando artefice delle opere in questione.

Sono tutte tematiche coagulate attorno ad alcuni fatti dell’ambiente cine-fumettistico, le critiche al remake di Ghostbusters o la svolta nel nuovo ciclo di Capitan America, per esempio. A tal proposito, Devin Faraci ha scritto un pezzo che sta girando molto, “Fandom is Broken, in cui asserisce che la tendenza ha raggiunto massa critica. Per Faraci, la situazione non è diversa da quella immaginata da Stephen King in Misery, ma adesso Annie Wilkes, l’inquietante fan immaginata da King che non digerisce la morte della sua eroina letteraria e imprigiona l’autore Paul Sheldon affinché resusciti Misery, ha accesso a Internet e può esprimere il proprio disappunto attraverso il più grande megafono a disposizione. Può twittare messaggi di odio tutto il giorno, o inondare i forum con la propria bile, o inviare minacce di morte direttamente su Facebook, per e-mail o su Tumblr.

Quella di King era una metafora neanche tanto celata sul rapporto che il fandom ha verso l’oggetto dei desideri e di come gli autori, a guardare troppo nell’abisso, ne restino intrappolati. La lente di Internet ha solo ingrandito un fenomeno presente sin dai primi del Novecento, quando Arthur Conan Doyle riportò in vita Sherlock Holmes su insistenza dei lettori – tra cui la contrariata madre dello stesso scrittore. E George Lucas l’ha ammesso più volte: se ci fosse stato Internet – o se lui non si fosse chiuso nel suo ranch – avrebbe saputo che quel piccolo ruolo riservato a Boba Fett ne L’Impero colpisce ancora interessava i fan e avrebbe riservato un altro destino al cacciatore di taglie, che nel successivo Il ritorno dello Jedi trova la morte in una scena farsesca.

Annie Wilkes, con Internet a disposizione, rappresenta un segmento corposo del fandom di oggi. Nella cultura internettiana, gli utenti sono stati spinti a commentare da qualsiasi outlet, qualunque video termina con la chiosa «lasciate un commento» e fomenta ad avere un’opinione espressa e tranchant. Non si giudica più un film dal film in sé, ma dal trailer, dall’annuncio di un casting o di un titolo.

ghostbusters2016

Che siano espressioni di odio – vedi lo tsunami di critiche piombato sul nuovo Ghostbusters, dove l’accusa di misoginia si confonde con un’effettiva scarsa qualità del primo trailer – o di inclusione – l’ultima missione dei fan Disney è far diventare canonica una loro lettura personale di Frozen, cioè che Elsa sia lesbica – il fandom si è arrogato diritti che non detiene. Ancora, non è una storia nuova. Il documentario The People vs. George Lucas (ma anche alcuni episodi di South ParkI Simpson) si fondava sulla domanda: George Lucas che ripensa la trilogia originale, aggiungendo effetti speciali e modificando vari dettagli, è l’emanazione di una volontà creativa legittima o lo sfregio di un’opera che ha perso ogni connotazione personale ed è diventata patrimonio di ognuno di noi? Il fandom sembra propendere verso la seconda risposta, portando la giustificazione che franchise come Frozen o Star Wars non siano espressioni individuali ma propaggini di una corporazione che non offre rappresentazioni diversificate dei proprio personaggi. L’obiezione sarebbe: c’è bisogno, sempre e comunque, di una rappresentazione diversificata?

Su Comics Beat, lo sceneggiatore Brandom Montclare (Rocket Girl, Moon Girl and Devil Dinosaur) ha risposto a Faraci, notando l’unilateralità del suo discorso: il fandom è tutt’altro che rotto, semmai è più coinvolto che in passato, e l’esistenza di gruppi come The Valkyries ne sono la dimostrazione. Per Montclare, i benefici dell’interazione con i fan sono per la maggior parte positivi.

Il fumetto ne sa qualcosa, essendo per eccellenza il paradiso dei puntigliosi. Le critiche a scelte narrative sono sempre esistite, ma con l’arrivo di Internet a metà degli anni Novanta hanno cambiato di segno. Non più il legittimo bisogno di dire che quella cosa non ci è piaciuta, ma la pretesa di averne il controllo. Prendete la storia di Lanterna Verde Emerald Twlight (in Italia conosciuta col titolo Tramonto di smeraldo). In questa saga, l’eroe ammattiva, dopo che la sua città era stata rasa al suolo. Rabbia, dolore e follia lo portarono a diventare Parallax, l’antagonista della sua stessa serie, e un nuovo Lanterna Verde, Kyle Rayner, si rese necessario. La saga suscitò moti d’odio violentissimi nei fan dello sceneggiatore Ron Marz, le pagine della posta vennero invase da missive rancorose, le newsletter pullularono di insulti e nacque perfino un gruppo d’odio ufficiale, H.E.A.T. (“Hal’s Emerald Attack Team”, in seguito diventato “Hal’s Emerald Advancement Team”), che portò avanti le rimostranze attraverso un sito e spese 3.500 dollari per comprare una pagina della rivista Wizard che pubblicizzasse il malcontento (Wizard colse la palla al balzo e offrì la pagina a metà del prezzo solo per aizzare la caciara).

emeraldtwilight

Nelle ultime settimane sono capitati due esempi sintomatici della tendenza: da una parte DC Rebirth, in cui Geoff Johns annette l’universo di Batman e Superman a quello di Watchmen; dall’altra, in casa Marvel, Steve Rogers: Captain America #1 ha fatto infuriare più di un lettore, svelando che Capitan America è sempre stato un doppiogiochista al soldo dell’Hydra. In America, peggio di così, potevano solo pubblicare un fumetto in cui un’aquila dalla testa bianca viene sgozzata sulla bandiera dalla Statua della Libertà, intenta a farsi stuprare dallo Zio Sam. Il secondo fumetto ha oscurato in parte il primo superandolo in notiziabilità, ma entrambi hanno acceso gli animi dei lettori.

Lo sceneggiatore di Captain America Nick Spencer ha retwittato quest’immagine, tentando di difendersi dall’accusa del colpo a effetto: «Se fosse stato un fumetto, Darth Vader che si rivela il padre di Luke sarebbe stato definito uno giochetto per far aumentare le vendite». Non credo che nessuno sia così ingenuo da credere che questo svelamento non abbia un qualche sbocco narrativo che vanificherà le proteste, eppure tantissimi lettori hanno manifestato il loro scontento. L’executive editor di Marvel Comics, Tom Brevoort, ha pubblicato su Tumblr una lettera giuntagli da Jason Elder, un veterano di guerra che si era «unito ai marine secondo un codice etico di verità, onore e giustizia ispirato a Steve Rogers» e che ora vede il proprio idolo non solo rinnegare quei valori ma dichiarare di non averci mai creduto. «Congratulazioni», scrive il marine, «Avete reso la mia vita, il mio codice morale e le brutture che ho affrontato per essersi sacrificato per quel codice INUTILI. […] Ti troverò e ti ucciderò nel modo più doloroso possibile».

Ora, che Jason Elder sia un troll, o, peggio, un leone da tastiera con molto tempo libero, è una supposizione che non azzarderei a definire fondata. Oggi è più facile e immediato per le persone mandare messaggi di odio al prossimo. Una lettera prendeva un tempo e un impegno che i social network hanno azzerato (senza contare poi che ci voleva ancora più determinazione a perdere questo tempo per inviare una lettera di critiche a qualcosa che non ti era piaciuto). Come fa notare Faraci: «Negli ultimi quindici anni ho visto come la gente sia sempre più disposta a farlo senza pensare alle conseguenze. Una volta un tizio mi ha insultato su Twitter, e quando gli ho risposto si è sorpreso: non credeva che avrei letto il suo tweet».

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AV Club scrive che storicamente il potere gravitazionale derivato dall’interazione tra fan e creatori è servito proprio a questo, a salvaguardare prodotti seriali, letterari, televisivi (qui gli esempi si sprecano, basti nominare le noccioline di Jericho), avendo quindi un effetto positivo. Ora però è predominante il segno opposto: la gente non vuole solo continuare a usufruire di qualcosa, lo vuole modellare, di solito inveendo contro qualcosa che non sarebbe dovuto accadere. È la china che ha portato Angry Video Game Nerd a pubblicare un video di sette minuti in cui dichiara che non andrà a vedere – e quindi non recensirà – il nuovo Ghostbusters. Il messaggio di Jason Elder è emblematico delle lamentele del fandom. Come la filosofia decostruzionista ci fa arrabbiare perché smembra e distrugge le nostre convinzioni, i fan sono infervorati perché hanno investito così tanto tempo, energia e amore in quel prodotto che un cambiamento, un attacco, all’opera corrisponde a un cambiamento, un attacco, a loro stessi.

Succede da sempre, però c’è uno scarto significativo che ha inasprito i commenti: Star Wars e Spider-Man non sono più gestiti dai loro creatori, ma da corporazioni. Non sono più esperienze singole e artigianali, ma prodotti di massa (e anche qui, ha importanza categorizzare le sovrastrutture o conta solo la bontà di una storia?). Il fan quindi non si comporta più da pari dell’autore, in un rapporto umano, ma da cliente che conosce i suoi gusti e non ne vuole provare di nuovi. Quindi, se anni fa l’amore tra Xena e Olimpia era relegato allo shipping, alle discussioni tra gli spettatori, alla fan fiction, ora c’è il desiderio attivo che queste speculazioni si concretizzino. Ecco che i tre elementi – il fandom, i nuovi mezzi di comunicazione e il rinnovamento delle opere in prodotti di consumo – vanno a raffigurare il pubblico odierno, un pubblico che potrebbe alienare i creatori e mettere in totale sudditanza le corporazioni.

Montclare ha ragione, la posizione di Faraci è radicale. Tuttavia, ripensando alla parabola di George Lucas e alla luce delle polemiche su Ghostbusters, Capitan America e Watchmen, la chiusa di Faraci resta valida: «Il mio professore di religione del liceo faceva sempre dei paralleli con la cultura pop, mostrandoci come fosse pervasiva su di noi quanto lo era stata la religione per gli antichi. Ci diceva che in futuro la gente si sarebbe scannata non per le varie interpretazioni di dio, ma per le rock band. Mai avrei pensato che le persone che avremmo attaccato sarebbero state le stesse che hanno creato le cose che amiamo».

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