Intervista a Marco Valerio Gallo, Pellicola d’Oro per lo storyboard di “Lo chiamavano Jeeg Robot”

Il 25 aprile a Roma sono state assegnate le Pellicole d’Oro, un importante premio cinematografico di livello nazionale rivolto alle maestranze e agli artigiani del mondo del cinema. Il premio, promosso da SAS Cinema e Art. 9, è arrivato alla sesta edizione e ha introdotto per la prima volta quest’anno la categoria Storyboard Artist.

lo chiamavano jeeg robot

Lo Storyboard è un mestiere dell’audiovisivo ancora poco noto in Italia persino all’interno dei settori in cui viene impiegato (principalmente Pubblicità e Cinema). È una delle tante professioni del disegno e non è raro che gli storyboard artists siano allo stesso tempo anche fumettisti.

Quando si parla di cinema non animato lo storyboard è un prezioso strumento di servizio (nell’animazione è la base stessa del lavoro) perché si tratta della previsualizzazione grafica di tutta, o parte della, regia di un intero film o spot. Il primo ovvio risultato è quello di vedere una sequenza molto prima di poterla realizzare.

Inoltre permette a più reparti della produzione di dialogare tra loro tramite uno strumento visivo (più immediato di un testo scritto), di studiare con precisione i punti dove collocare la macchina da presa (risparmiando tempo), di avere un memo per i tecnici o un punto di riferimento chiaro per chi lavorerà sugli effetti visivi e altro ancora.

Alla base di questo lavoro così duttile c’è una professionalità e una sensibilità creativa molto vicina a quella di chi disegna fumetti, che con lo storyboard condividono la natura di racconto per immagini disegnate consequenziali.

Il primo premio Pellicola d’Oro per lo storyboard è andato quest’anno a Marco Valerio Gallo, storyboarder di Lo Chiamavano Jeeg Robot, che abbiamo intervistato e di cui vi mostriamo alcuni storyboard del film.

jeeg robot storyboard

Come hai iniziato a lavorare con gli storyboard?

Ho iniziato dopo aver frequentato la Scuola Romana dei Fumetti, dove adesso insegno.

Tra i miei maestri c’erano autori di alto livello come Massimo Rotundo e Paolo Morales. Entrambi hanno avuto modo di collaborare con grandi nomi del Cinema: per citarne solo alcuni, Rotundo con il premio Oscar ai costumi Milena Canonero, Morales con Francis Ford Coppola e Martin Scorsese.

Grazie alla scuola ho scoperto questa professione che mi permetteva di unire il disegno alla mia grandissima passione per il cinema. Ho iniziato a lavorare dieci anni fa quando lo storyboard in Italia era davvero poco conosciuto (in altri Paesi il suo impiego è costante in tutte le produzioni).

Parlaci dell’incontro con Gabriele Mainetti? Come si procede nella creazione di uno storyboard?

In particolare con Gabriele Mainetti, il lavoro è stato molto lineare. Ci siamo incontrati alcune volte quando il film era ancora in progetto. Ho lavorato disegnando in diretta mentre Gabriele mi raccontava tutte le scene per come le aveva immaginate. Ci tengo molto a dire una cosa: Gabriele è uno dei migliori registi con cui abbia lavorato, e in dieci anni ne ho incontrati molti, anche di alto livello.

La qualità a cui mi riferisco si è evidenziata subito in fase di storyboard. Mainetti aveva già in testa la visualizzazione della maggior parte delle scene, proprio come le avrebbe poi girate. Tanta precisione è frutto di una grande capacità di visione ma anche di preparazione tecnica.

Il lavoro si è quindi svolto in diretta, come spesso succede, buttando giù in forma di bozza inquadratura dopo inquadratura, mentre Gabriele parlava e mi raccontava i movimenti di macchina, i personaggi presenti, le azioni. Il lavoro di rifinitura avviene in seguito.

Vi ho portato ad esempio alcuni frame del combattimento tra Enzo e lo Zingaro.

Mainetti mi ha spiegato l’inquadratura dal basso dello Zingaro che viene colpito e spinto fortissimo indietro usando riferimenti fumettistici: è una regia  da manga, materia di cui Gabriele è appassionato.  Non mi capita spesso di lavorare con registi che hanno una competenza così completa sulla regia, da quella cinematografica  a quella di altri linguaggi, in questo caso quello dei fumetti.

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Quali scene hai disegnato? I definitivi sono quindi fedeli al girato sul set?

Lo storyboard contiene  la sequenza iniziale  di inseguimento e tutta la  parte  finale del film, dall’ arrivo allo stadio, al lungo combattimento tra i protagonisti, fino all’ epilogo. Ripeto che sono rimasto colpito dalla visione già solidissima di Gabriele: lo storyboard in questo caso, gli è servito per mettere bene a fuoco quello che realmente si andava a girare. La maggior parte delle  sequenze  e dei frame che vedrete nell’articolo sono  rimasti invariati, mentre in alcuni punti è stato cambiato qualcosa,  come normalmente avviene. Lo storyboard nel cinema  può anche fungere da semplice  traccia. Per quanto riguarda la regia e le inquadrature molto era già stato pensato, fermo restando che trattandosi di scene d’azione i movimenti non possono essere disegnati per come saranno, ma solo suggeriti. Posso dire che è stato un lavoro appagante oltre che divertente.

Quali materiali ti sono stati forniti per disegnare le scene che Gabriele ti raccontava?

Per quanto riguarda la produzione di “Lo Chiamavano Jeeg Robot” ho avuto materiali fotografici, soprattutto per le location: ad esempio per collocare precisamente la scena del combattimento all’Olimpico.

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Altri reparti hanno utilizzato il tuo lavoro, il Direttore della Fotografia, gli Effetti Visivi, i Costumi…?

Per “Jeeg Robot” il lavoro è stato soprattutto con il regista. Volendo lo storyboard è funzionale anche ad altri reparti. Quando mi è capitato di lavorare con Gabriele Salvatores per il film “Il Ragazzo Invisibile” sono stato contattato da Visualogie, il laboratorio di effetti visivi.

Sono stato sul set con loro e con Salvatores, lavorando tutto il giorno per una settimana. Abbiamo fatto sopralluoghi nei set dove successivamente al girato sarebbe stato necessario introdurre ed elaborare gli effetti visivi e digitali.

In effetti questa è una seconda possibilità di utilizzo dello storyboard, come strumento per la postproduzione. Poi c’ è la pubblicità, dove invece si gira tutto al novanta per cento come da storyboard e dove il mio lavoro viene spesso usato per mostrare al cliente come apparirà uno spot.

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jeeg robot storyboard film

A cosa stai lavorando ora?

Collaboro da oltre un anno  con il regista Cosimo Gomez (vincitore del premio Solinas per il soggetto e la sceneggiatura con Luca Infascelli) per il nuovo film con Claudio Santamaria, Marco  D’Amore e Sara Serraiocco,  “Brutti e Cattivi”.

In questo caso ho lavorato in modo un po’ diverso. Abbiamo letteralmente disegnato quasi l’intero film in fase di progetto.  Gomez aveva  in testa delle suggestioni, e varie possibilità di regia. Tra noi è nata una gran sinergia che ha prodotto  più di 250  pagine di storyboard. Essendo il lavoro in fase embrionale,  Cosimo mi ha coinvolto chiedendomi dei suggerimenti visivi e di mostrargli più possibilità di resa di una scelta. È un lavoro che è possibile fare quando c’è tempo a disposizione.

Uno storyboard molto accurato, e in questi casi la definizione può essere davvero molto elevata, può anche accompagnare la presentazione di un progetto in fase di raccolta fondi, ad esempio, per rendere immediatamente comprensibile e leggibile un progetto invece di doverlo spiegare. In questo caso è andata proprio così. Esiste un artbook completo di storyboard miei e disegni di character design e ambienti  di Cosimo, che è un ottimo disegnatore. Sarebbe bello pubblicarlo.

Ci parli del premio che hai vinto?

Voglio innanzitutto sottolineare una cosa: il fatto che io sia potuto arrivare nella cinquina finalista è il risultato della professionalità dei ragazzi di Goon Films. Sono stato avvisato personalmente da Sara Ludovisi, collaboratrice di Mainetti, di essere arrivato nella cinquina dei finalisti, dopo che avevano avuto cura di inserire la mia candidatura nelle schede del premio e ancora prima di segnalare il mio nome nei credits finali del film. Lo dico perché spesso questo non avviene. La nostra professione è ancora poco riconosciuta a livello di credenziali e Goon Films ha dimostrato grande correttezza e professionalità nel tenere conto di tutti i reparti coinvolgendoli in egual modo.

Per quanto riguarda il premio, in molti ci auguriamo che questo primo riconoscimento possa essere un apripista, un precedente virtuoso per l’accesso ad altri riconoscimenti di settore.
Tengo  ad affermare che sarei stato comunque soddisfatto per chiunque avesse vinto la prima edizione della Pellicola d’Oro. Penso che sia un grande risultato per me e per tutti i miei colleghi, compresi quelli che da tempo sono impegnati, con il loro lavoro e nella comunicazione pubblica, nella divulgazione e nel riconoscimento della nostra professione e con i quali sono felicissimo di continuare questa battaglia. Vorrei ringraziare  l’ amico  David Orlandelli come promotore di un iniziativa che dopo due anni ha portato all’ ammissione della categoria al premio, iniziativa alla quale hanno aderito gli amici e colleghi  Daniele Dickman, Davide De Cubellis, Cristian De Matteis, Cristiano Donzelli, Marco Letizia e ora, come primo vincitore, il sottoscritto. Ringrazio per questo come art director della Pellicola d’Oro, Enzo De Camillis e Gianluca Leurini.

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