My Hero Academia: supereroi si nasce o si diventa?

Prima One Punch Man, ora My Hero Academia: si fa presto a dire che manga e anime di supereroi siano la moda del momento, e indubbiamente per certi versi è così. Lo scorso aprile a Shibuya, in occasione dell’uscita di Captain America: Civil War, è stato inaugurato uno store tutto targato Marvel, con tanto di code chilometriche e sosia giapponese ufficiale di Tony Stark (già) a disposizione per scattare foto. Che il Giappone non sia rimasto indifferente al tripudio supereroistico degli ultimi anni è fuori discussione.

my hero academia manga star comics

Ma sapevate che il primo supereroe giapponese è nato nel 1931, addirittura prima di Superman? Si chiama Ogon Bat ed era un personaggio del kamishibai, una forma di spettacolo itinerante in cui un narratore racconta una storia accompagnandosi con una serie di illustrazioni. La trasposizione anime delle sue gesta arriva nel 1967, ed è solo l’inizio.

Gli anni Settanta registrano la più alta concentrazione di tutine attillate e mantelli svolazzanti nel mondo degli anime. Dalla squadra di superninja di Gatchaman – La battaglia dei pianeti a Kekko Kamen, la supereroina sexy di Go Nagai, per non parlare dei vari ragazzi e ragazzine bionici, è davvero difficile tenere il conto di tutti i paladini della giustizia che, più o meno a pieno titolo (lascio volentieri i tecnicismi a chi se ne intende più di me), possono essere ricollegati all’universo dei supereroi. E questo volendosi limitare al mondo dell’animazione e della carta stampata, perché ci sarebbe da aprire una grossa parentesi solo per le produzioni in live action.

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Tra gli anni Ottanta e Duemila, il fenomeno va riducendosi, ma non per questo si esaurisce. Nel 1984 Hirohiko Araki, che di lì a poco avrebbe dato il via a Le bizzarre avventure di Jojo, firma Baoh, la storia di un ragazzo caduto vittima di un esperimento che gli conferisce poteri sovrannaturali. Masakazu Katsura, un altro nome ben noto al pubblico italiano, dal 2002 al 2014 abbandona storie d’amore e tormenti adolescenziali per dedicarsi a Zetman, opera nella quale dà ampio sfogo al suo primo amore, quello per i supereroi appunto, che già aveva preso forma con Wing-Man negli anni Ottanta. Negli anni Duemila riscuote un notevole successo l’anime Tiger & Bunny (in cui c’è sempre lo zampino di Katsura, che cura il design dei personaggi) con la sua visione cinica di un’industria dei supereroi asservita alle leggi del marketing.

Arriviamo all’autunno 2015, in cui la testa a uovo di Saitama, il protagonista di One Punch Man, domina la stagione anime. Ora è il turno di My Hero Academia di Kohei Horikoshi: l’edizione italiana del manga arriva nel febbraio 2016, giusto un paio di mesi prima della messa in onda della versione animata. Se One Punch Man mette in crisi i presupposti stessi dello shonen di arti marziali (se ne è parlato di recente in una bella analisi su Prismo Magazine) piazzando al centro della storia un protagonista dalla forza virtualmente ineguagliabile, My Hero Academia propone invece una storia dallo stampo decisamente più classico.

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Izuku Midoriya è uno dei pochi esseri umani comuni rimasti in un mondo popolato da supereroi. L’evoluzione è infatti progredita al punto che ciascuno nasce con un “Quirk”, vale a dire un superpotere, che tende a manifestarsi col sopraggiungere della pubertà. Il giovane Midoriya, cresciuto col mito di Allmight, il più potente dei supereroi, aspetta con trepidazione di scoprirsi capace di far levitare gli oggetti, come la madre, o di sputare fuoco, come il padre, o forse di possedere un altro potere scaturito dalla fusione dei due… E invece niente. Nada. Zero assoluto.

Questo è il nostro protagonista, un ragazzetto di quattordici anni con una pila di quaderni sui quali, per tutta la vita, ha accumulato appunti sui suoi Hero preferiti in vista di un Grande Giorno che non arriverà mai. Un comunissimo nerd, insomma. O un Deku (così si chiamano i fantocci da malmenare durante le esercitazioni di combattimento), come l’ha soprannominato Katsuki Bakugo, il bullo che lo terrorizza fin dall’infanzia. Col suo potentissimo Quirk che gli permette di generare esplosioni a piacimento, Bakugo è dato come il più probabile candidato a diventare un Hero di prima categoria, ma la sua indole aggressiva e orgogliosa oltre ogni misura lo fa oscillare pericolosamente verso, per così dire, il lato oscuro della Forza. Midoriya invece è un’anima pura, mossa dalle migliori intenzioni, e il suo desiderio innato di fare del bene gli impedisce di rinunciare al suo sogno: nonostante tutto, è deciso a tentare l’esame di ammissione alla Yuei, la più prestigiosa scuola per Hero del Giappone.

Un giorno, Midoriya viene attaccato da un Villain, e a salvarlo è proprio il suo idolo Allmight, dal sorriso smagliante e dai muscoli trasbordanti. Almeno quando è in servizio. Perché, come scopre con orrore il ragazzino, per la maggior parte del tempo ha l’aspetto di un tipo comune, rachitico e dagli occhi infossati, che sputa sangue per lo sforzo che gli costa utilizzare il suo potere. Colpito dallo spirito altruista di Midoriya che, come quello di ogni vero Hero, sfida ogni logica, Allmight decide di farne il suo allievo. E gli svela un segreto: il suo è un particolare Quirk, chiamato One for All, che può essere trasmesso da una persona all’altra. Peccato che, come presto il giovane imparerà a sue spese, non sia per niente facile da controllare.

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My Hero Academia parte mettendo subito le carte in tavola: «Questa – spiega il protagonista – è la storia di come divenni il più grande Hero di tutti i tempi». Un racconto di formazione con tutti i crismi in un mondo in cui supereroi si nasce. Anche se frigna sempre (su una scala che va da Shinji Ikari a Madoka Kaname, lui stabilisce un nuovo record entro la fine del secondo capitolo), o forse proprio perché esibisce la propria fragilità in modo tanto spontaneo, è impossibile non fare il tifo per Midoriya durante gli sfiancanti allenamenti in preparazione all’esame di ammissione e, più avanti, le sue disavventure alla scuola per Heroes. È un nerd senza speranza e un imbranato, rimugina troppo e si fa mille paranoie per ogni piccola cosa, ma non si tira indietro di fronte a nulla e dà sempre il massimo, sebbene sappia di doversi impegnare il doppio degli altri per ottenere dei risultati anche solo passabili: per non volergli bene bisogna essere dei mostri. O avere delle difficoltà, nel 2016, ad accettare una rappresentazione della mascolinità un pelo meno stereotipata del solito.

Nel mondo di My Hero Academia c’è poco spazio per le sfumature, quindi all’angolo rosso del ring abbiamo un mezzo psicopatico, Bakugo, che al cuore di Midoriya oppone la tecnica e alla sua perseveranza un talento innato. Non possono poi mancare un love interest, la graziosa Ochaco, e una nutrita schiera di personaggi secondari col loro assortimento di Quirk e caratteri assurdi, da Tsuyu la ragazza-rana a Mineta, il cui utilissimo superpotere è lanciare le palline appiccicose che gli spuntano sulla testa al posto dei capelli.

L’autore Kohei Horikoshi, oltre naturalmente al mondo dei comics americani, cita Naruto come sua fonte d’ispirazione, e non è difficile comprendere il perché: My Hero Academia è serializzato sulle pagine del solito Weekly Shonen Jump e s’inserisce di buon diritto nella tradizione degli shonen di lotta più iconici, da Dragon Ball a One Piece. Ed è di questi titoli che raccoglie l’eredità, piuttosto che dei supereroi vintage giapponesi o di quelli americani. Del resto Horikoshi, classe 1986, è prima di tutto un fanboy che con quelle storie ci è cresciuto. E non ne fa certo un mistero, anzi, ha disseminato il web dei suoi tributi ai personaggi Marvel e DC, Star Wars, Pokémon, Dragon Ball, i film dello Studio Ghibli.

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Anche il suo tratto ha ben poco di occidentale – a eccezione della figura di Allmight, scolpita col chiaroscuro, che è volutamente una caricatura del superuomo made in USA. Essenziale e tondeggiante, al limite del super deformed, si accorda alla perfezione ai toni del racconto e si assesta fin dalle prime tavole su un buon livello: non ci troviamo certo di fronte a un virtuoso della matita ma neanche, come spesso accade, a inadeguatezza tecnica camuffata da scelta stilistica. L’autore, al suo primo lavoro con una certa risonanza, si dimostra da subito all’altezza della situazione realizzando un manga che è piacevole da guardare, oltre che da leggere. Non è così scontato, visto il livello non proprio eccelso di alcuni dei maggiori successi degli ultimi anni.

Volendo dare, in ultima battuta, uno sguardo all’adattamento anime, è anch’esso davvero ben fatto, ma sorge spontaneo un dubbio, ossia se My Hero Academia non sia arrivato un po’ troppo tardi. Perché la formula in dodici episodi (in questo caso tredici, ma poco cambia) che oggi va per la maggiore poco si adatta al respiro di opere simili, che in uno spazio così risicato riescono giusto a gettare le basi sulle quali si reggeranno sulla lunga distanza. Proprio un peccato.

Il manga di My Hero Academia è edito da Star Comics con cadenza bimestrale. L’anime è reperibile in streaming su VVVVid, con sottotitoli a cura di Dynit.

My Hero Academia nn. 1-3
di Kohei Horikoshi
Star Comics, 2016
192 pagine in b/n, 4,30 € cad.

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  • Se si eliminano le parti dove piange si rientra ampiamente nei 12 episodi e avanza anche per un paio di filler.

  • Gianmarco Agostini

    Il manga è bello ma ogni tre parole in italiano ce n’è una in inglese che sarebbe stata tranquillamente traducibile … piuttosto irritante devo dire!

  • Ho visto le prime puntate dell’anime e sono i personaggi stessi che utilizzano parole inglese in mezzo al giapponese, soprattutto All Might.

  • Penso sia proprio una caratteristica inscindibile del personaggio. Addirittura nella nuova action figure della Figma hanno inserito delle lacrime “attacca-e-stacca”

  • Gianmarco Agostini

    Sì sì, immagino! 🙂 Ma possiamo dire che per loro il mondo dei supereroi americani sia “esotico” come per noi lo è quello giapponese. Quindi il fatto di mantenere le parole in inglese non rende, in italiano, allo stesso modo che in originale. Cioè, secondo me leggere “sei un entertainer” stranisce. Però sono solo sfumature, alla fine il fumetto resta molto bello.