Focus 7 libri sui fumetti da leggere questa estate 2016

7 libri sui fumetti da leggere questa estate 2016

Tra le letture fumettistiche da infilare nei bagagli per le vacanze, torniamo a proporre una selezione di alcuni fra i testi più interessanti (e pimpanti) della produzione di saggistica dedicata al fumetto. Sette volumi fumettologici utili per approfondire ma anche affascinanti da sfogliare (uno è un vero e proprio fumetto), scelti tra le proposte più intriganti – con un occhio di riguardo ai progetti curiosi, coraggiosi e ben documentati – uscite in giro per il mondo negli ultimi mesi. Per passare un’estate in compagnia di buone idee intorno a Corto Maltese o Blake & Mortimer, scoprire qualcosa di più su Sergio Toppi o sulla rivista Pilote, e trovare risposte a domande complesse (che cos’è il graphic novel?) o, semplicemente, farsene venire di nuove (esiste una animazione ‘pittorica’? Cosa ‘nasconde’ il successo delle dediche disegnate?).

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Il Toppi. Uno straordinario uomo normale, di Omero Pesenti (Eremon Edizioni)

sergio toppi

“Il Sergio, da via Tallone dove abita, va a prendere l’Aldina in via Piolti de’ Bianchi, dove c’è la casa di lei”, e insieme vanno al cinema. Sono i primi anni Cinquanta, e a Milano Toppi frequenta quella che diventerà sua moglie. Parte da qui questa curiosa biografia di Sergio Toppi, un racconto che pare uscito da una bolla spaziotemporale: è la storia della vita di un fumettista d’altri tempi, raccontata da un uomo con passioni d’altri tempi, scritta in uno stile d’altri tempi.

In cinque capitoli intitolati “Il Toppi e l’Aldina”, “Il Toppi e il Giorgio”, “Il Toppi e il Franco”, “Il Toppi e la Clara”, “Il Toppi e Michel”, Pesenti mette in scena una specie di storia orale, frutto delle interviste a un pugno di persone che più strettamente sono state legate al grande fumettista: la moglie Aldina, Giorgio de Simone, lo scrittore e amico fra i più cari, Michel Jans, suo editore per vent’anni, i cognati Clara Monesi e Franco Saibene. In un’atmosfera qua e là fogazzariana, che tratteggia piccoli episodi – dal tran tran degli spostamenti di lavoro per Milano alle vacanze, dalla vita da sfollato sulle Prealpi alle scelte di abiti e profumo (Vidal al pino silvestre, che fa tanto Carosello) – affastellando dettagli senza un vero e proprio filo narrativo, emergono anche squarci della visione toppiana del disegno. Come quando ‘la Clara’ riferisce il punto di vista di Toppi sui grandi pittori del Rinascimento, da lui ritenuti – scrive Pesenti – “solo capaci di dipingere dei grandi quadri scurissimi, nei quali della luce non c’è la minima traccia”: «il ‘500 è fatto solo di croste nerastre!». Una opinione interessante, per quanto provocatoria, se consideriamo che a esprimerla è stato uno dei massimi disegnatori di luce nell’intera storia del fumetto mondiale.

Il risultato è una biografia aneddotica, un catalogo di memorie amicali tanto povero nella ricostruzione della carriera artistica quanto ricco nel tratteggiare il perimetro delle relazioni e della quotidianità di un “uomo normale”. E in fin dei conti i refusi, gli errori di impaginazione e i toni agiografici scivolano via, facendosi paradossalmente tracce palpabili di una dolcezza – quella degli amici ‘del Sergio’ – che contagia, regalando una lettura attraversata dai segni rari dell’affetto vissuto.

[Matteo Stefanelli]

La Révolution Pilote, di Éric Aeschimann e Nicoby (Dargaud)

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L’opera più importante di Aeschimann, giornalista per l’Obs e Liberation, è Libération et ses fantômes, in cui analizza le tracce del Maggio ’68 nell’immaginario francese. Nicoby è invece conosciuto per i “fumetti sul fumetto” come Mes années bétes et méchantes, dedicato alla storica rivista progenitrice di «Charlie Hebdo», ovvero «Hara Kiri», e Dans l’atelier de Fournier. Con La Révolution Pilote i due si incontrano a metà strada per raccontare quanto successo nella redazione del “Giornale di Asterix e Obelix” tra il 1968 e il 1972, quando la linea editoriale del giornale cambia introducendo una maggiore attenzione per l’attualità, fino alla diaspora di alcune delle matite più importanti.

L’indagine si basa sulle testimonianze di sei degli attori di questa rivoluzione: Gotlib, Fred, Mandryka, Giraud, Druillet e Bretécher. Gli autori si contraddicono l’uno con l’altro, mostrano ciascuno punti di vista diversi e a volte opposti sugli eventi che seguirono la Riunione in cui si è Litigato del maggio 1968. “La Réunion où ça a Bardé”, che i protagonisti/autori inseguono per tutto il libro, punto di svolta secondo loro della storia editoriale della rivista, quando un gruppo di autori si scagliò contro René Goscinny, caporedattore della rivista, chiedendo maggior libertà creativa. Se Giraud nell’intervista non sembra pentito della loro piccola rivoluzione, altri prendono le distanze da quella situazione, altri ancora si mostrano amareggiati per quel che si era detto. Su tutti Gotlib, che pur non essendo presente venne ritenuto ‘colpevole’ da Goscinny e da allora tenuto a distanza, lui che ne era stato il pupillo.

È infatti quella del caporedattore di Pilote la figura che emerge con più forza dalle testimonianze. Non solo un capo capace di concedere qualcosa per ottenere di più, né un direttore disposto a lasciare libertà ai suoi autori – addirittura desideroso di vederli spiccare il volo, secondo Druillet -, ma soprattutto un uomo ferito dal tradimento dei giovani che aveva cresciuto. Un padre da uccidere, per poter diventare adulti.

[Alberto Brambilla]

Blake & Mortimer. Il realismo fantastico della linea chiara, di Andrea Sani (Alessandro Editore)

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Se credete che evitare di leggere Blake e Mortimer di Edgar P. Jacobs sia una buona idea perché vi risparmia la lettura di un fumetto “superato dai tempi”, significa che non avete la minima idea non tanto di cosa sia stato (perché sì, quell’immaginario fantastico e quello stile grafico-narrativo appartengono al passato) ma quanto di cosa ancora sia: un’opera di insuperabile ossessione per il fumetto.

Il saggio di Sani non è né troppo sofisticato né troppo semplice. È quasi quel che si dice un companion, ovvero un’analisi della serie (preceduta da una breve biografia di Jacobs) suddivisa per episodi: prima quelli originali, poi quelli postumi per opera di altri autori. Sani offre di ciascun episodio una classica lettura tematica, che però ha il merito di andare oltre la piatta ricostruzione dei contenuti o dei modelli – ispirazioni, documentazione, ecc. – che rende poco utili alcuni companion di pur notevoli serie fumettistiche (esempio: Le grandi parodie Disney). Nel discutere i vari nodi chiave come l’egittologia (Il mistero della Grande Piramide), l’espressionismo tedesco (Il Marchio Giallo) o la Guerra Fredda (SOS Meteore), l’analisi si fa particolarmente ricca su due fronti: da un lato nel cogliere come il vasto successo di Blake & Mortimer negli anni Cinquanta e Sessanta si fondò su una intelligente ‘visione del mondo’ coevo; dall’altro nel mettere a fuoco le abili strategie narrative e visive di Jacobs, frutto di un lavoro di progettazione straordinariamente intenso.

La “trasparenza narrativa” della ligne claire, la ridondanza della composizione, la simmetria ‘matriciale’ delle vignette, l’accuratezza di oggetti e sfondi, il virtuosismo dei colori: sono tutte queste cose insieme a fare de Il Marchio Giallo una straordinaria opera di suspense notturna, di SOS Meteore una seducente immersione nelle intemperie climatiche e nei loro codici grafici, e di Parigi – bella e affascinante come in pochi altri fumetti – uno strepitoso labirinto architettonico.

[Rodolfo Totti]

L’industrie de la dédicace, di Jean-Luc Coudray (PLG Editions)

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Le dediche di un autore, nel Fumetto, sono spesso qualcosa di ben diverso da quelle di una rockstar o uno scrittore: non sono solo ‘firme’, segni autografi su una copia del prodotto creativo. La peculiarità di queste dediche – o meglio, quelle realizzate da autori-disegnatori – è che si tratta di vere e proprie opere grafiche, più o meno elaborate, talvolta persino autonome rispetto al supporto produttivo (molti lettori chiedono, e spesso ottengono, un disegno su fogli o carnet personali).

Col passare dei decenni, il singolare statuto creativo di questa antica pratica – in parte puro “dono” tra autore e fruitore, in parte tecnica di valorizzazione (affettiva ed economica) del prodotto – la ha resa qualcosa di sempre più importante: attività cruciale per fiere e festival, promossa dagli stessi editori, ricercata dai lettori, sfruttata nei circuiti del collezionismo. J.-L. Coudray, fumettista francese, prova a ragionare su cosa stia alimentano la crescente centralità delle dediche, proseguendo un discorso avviato nel 2006 dalla rivista l’éprouvette e strutturandolo nella forma di un vero e proprio pamphlet su, e contro, “l’industria della dedica”.

Con piglio deciso Coudray punta il dito contro l’assenza di remunerazione agli autori per il frequente, e persino talvolta frustrante, lavoro di realizzazione delle dediche. Ma al di là della vis polemica, figlia di un’attenzione al problema tanto viva in Francia (dove esiste una “Carta degli autori e illustratori per ragazzi” che stabilisce tariffe base per le sessioni di ‘firmacopie’, sebbene raramente applicata) quanto assente in Italia, il fascino del pamphlet viene dalle riflessioni più generali sullo statuto dell’autore: un mestiere sempre più ‘esibito’ da fiere e editori, ridotto alla dimensione della sua performance tecnica in pubblico. La dedica diventa allora un’occasione per intravedere questioni ben più strategiche – il rapporto sempre più individuale tra autore e lettore, la ricerca di autenticità, il precariato e il volontariato degli autori, l’enfasi sugli originali e la degradazione del ‘disegnino’, la spettacolarizzazione ‘circense’ dei saloni – che riguardano il mercato contemporaneo della cultura.

[Matteo Stefanelli]

The Graphic Novel. An Introduction, di Jan Baetens e Hugo Frey (Cambridge University Press)

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Questo libro vuole essere, come dice il sottotitolo, un’introduzione per i neofiti allo studio dell’arte sequenziale. È il frutto del lavoro congiunto del belga Jan Baetens, un critico molto attivo, professore alla Università di Leuven e già curatore della raccolta The Graphic Novel (2001), e di Hugo Frey, francesista che insegna alla University of Chichester. Per certi versi, il testo si pone in linea di ideale continuità con il quasi omonimo predecessore, andando però a proporre una riflessione più strutturata e più spendibile un contesto didattico-accademico.

Il libro è diviso in tre parti: una breve storiografia, una disamina degli aspetti formali del medium, e una riflessione sugli snodi tematici legati allo sviluppo del graphic novel. La prima indaga nascita e sviluppo degli Adult Comics (riprendendo l’espressione dal fortunato testo di Roger Sabin), prima e dopo l’avvento consapevole della forma romanzo. Dopo aver stabilito in maniera programmatica di concentrarsi quasi unicamente sullo sviluppo del fumetto americano (sigh), gli autori decidono in maniera abbastanza curiosa di iniziare la riflessione storica con gli anni ‘50 e ‘60, ossia con Wertham, il Comics Code e la Pop Art. Ma la sezione più interessante è la seconda, in cui gli autori forniscono un agile compendio di posizioni critiche accumulatesi in lustri di critica sulla forma-fumetto. Le voci di studiosi come Benoît Peeters, Thierry Groensteen e Charles Hatfield vengono così riassunte e giustificate tramite una varietà di esempi, spesso differenti da quelli dei testi originali. Tra l’altro, questa parte del libro sfrutta la duplice provenienza – culturale e geografica – degli autori nella maniera più efficace, nell’ottica in cui l’anglocentrismo viene accantonato per esplorare anche la dimensione autoriale del fumetto franco-belga.

Il maggior pregio di The Graphic Novel. An Introduction risiede nel suo essere un buon testo introduttivo, il cui ampio apparato bibliografico può funzionare da ponte ideale verso riflessioni più approfondite. Il limite principale, invece, consiste in alcuni paletti concettuali francamente bizzarri, espressi in apertura. Gli autori fanno salti mortali dialettici per identificare le specificità del graphic novel rispetto al fumetto ‘normale’, proponendo distinzioni sul piano della forma (mah), del contenuto (mah), del formato di pubblicazione (già meglio), e del sistema di produzione e distribuzione (insomma). Una lunga tirata che deriva dalla volontà di considerare il graphic novel quasi un medium di per sé, piuttosto che una forma (o un genere, suvvia!) in cui prende corpo il medium fumetto. Per fare un po’ di chiarezza su tali questioni, al lettore meno sbrigativo toccherà rivolgersi altrove.

[Daniele Croci]

L’animazione dipinta. La Corrente Neopittorica del cartoon italiano, di Priscilla Mancini (Tunué)

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Se i saggi sull’animazione di un certo valore scarseggiano di per sé, individuare quelli dedicati all’animazione italiana è come inseguire una Chimera. Basterebbe questo per rallegrarsi del volume curato da Priscilla Mancini. In realtà, le motivazioni per cui questo studio è particolarmente importante nel settore dell’analisi dell’animazione sono ben altre e più radicali. L’autrice delinea un percorso atto a studiare, metabolizzare e dar forma a una corrente artistica sostanzialmente mai approfondita, definita “corrente neopittorica del cartoon italiano”.

Per Mancini si tratterebbe di una forma di animazione d’autore tutta italiana in cui “il sapore antico si contamina con la contemporaneità”. Un movimento quasi underground, di cui vengono analizzati con puntigliosità il lavoro di artisti-artigiani come Roberto Catani, Elena Chiesa e Simone Massi fra i tanti, il tutto corroborato da una bibliografia (per quanto povera, ma per ragioni che sono a monte di questo lavoro) precisa e da un apparato di note dotate di sostanza. Giannalberto Bendazzi, mentore della Mancini nonché tra i principali esperti nel settore (recentemente premiato da ASIFA), nella prefazione è molto netto nel motivare l’importanza strategica di questi animatori per la cultura italiana, spiegando che sono i «primi, in quasi un secolo in Europa e nel mondo, a dire una parola nata nel nostro paese e francamente originale, libera da qualsiasi precedente».

Nel corso delle pagine, il libro mette dunque a fuoco non solo il percorso e il contributo artistico di una decina di autori, ma solleva questioni più ampie. Da un lato Mancini riflette sulle ragioni che, in un mercato industrializzato come quello dell’animazione, spingono alcuni a scegliere un modus operandi sperimentale e isolato, lontano dalle logiche del profitto. Dall’altro, offre un contributo interessante per comprendere quale significato ha oggi, nel contesto della digitalizzazione pervasiva, un ritorno alle tecniche ‘ataviche’ della pittura e del disegno. Un volume insomma importante anche da un punto di vista storiografico, una piccola pietra miliare nello studio dell’animazione tout court e italiana in particolare.

[Andrea Fontana]

Corto Maltese e la poetica dello straniero, di Stefano Cristante (Mimesis)

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È molto raro trovare nella saggistica italiana sui fumetti più evoluta – quella cioè che non si riduce a elencazioni di date nomi e titoli – tentativi articolati di analisi e sistemazione critica di singoli autori o opere. Ed è più raro più sono famosi e rilevanti gli autori di cui ci si occupa. In questo panorama è, quindi, una piacevole sorpresa questo saggio di Stefano Cristante. Nulla di particolarmente originale, intendiamoci, ma una ben scritta e ben argomentata analisi su uno dei più evidenti topos della poetica prattiana: quello dello straniero.

Il concetto di straniero contiene in sé, nelle lingue indoeuropee, il repertorio di tutte le varianti semantiche dell’alterità: l’estraneo, il migrante, il nemico, il diverso. Per Aristotele (nella Politica) lo straniero, cioè colui che vive fuori dalla comunità statale per natura e non per un caso, o è un essere abietto o è un essere superiore che può esistere privo di patria, di leggi, di casa. L’analisi puntuale di Cristante evidenzia come l’evoluzione della poetica dei personaggi prattiani sia partita da un’alterità più vicina alla prima opzione aristotelica (in Jungleman El Muerto è un criminale; Sgt. Kirk è un disertore; il Girty di Wheeling un rinnegato; Zane di Anna della Giungla una specie di emigrato) con i personaggi caratterizzati dall’esclusione dalla comunità di appartenenza, per giungere all’alterità utopica di Corto Maltese. Eroe che, per scelta, non appartiene a nessuna comunità.

Tutto è svolto da Cristante come in un racconto di vite parallele: partendo dalle origini culturali meticcie di Hugo Pratt e dalla sua vita di viaggiatore, si sviluppa la descrizione dell’evoluzione del personaggio Corto. Descrizione che parte dalla Ballata, nella quale Corto fa tutto il percorso evolutivo che dalla posizione dei personaggi precedenti lo porta a una nuova tipologia di straniero: da pirata, da reietto e criminale, diventa un gentiluomo di ventura. Se nella Ballata Corto Maltese riassume in sé tutti i topoi precedenti, li spezza quasi con violenza, per approdare nelle ultime avventure dove il suo personaggio assurge allo status di straniero completamente liberato dai cliché dello stesso essere straniero. Seguendo, secondo Cristante (e questo è un punto che non mi trova d’accordo), l’evoluzione esoterica intellettuale del suo autore. Un saggio dunque che, nonostante affronti l’opera prattiana con un’ottica troppo sbilanciata verso le chiavi di lettura letterarie – l’importanza dell’impianto grafico prattiano mi sembra decisamente trascurata – rappresenta un’ottima base di partenza per nuovi, futuri tentativi di sistemazione critica.

[Boris Battaglia]

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